La proposta di riforma pensionistica denominata “Quota 92” si pone l’obiettivo di offrire una maggiore flessibilità rispetto all’attuale legge Fornero, mantenendo però un equilibrio nei conti pubblici essenziale per limitare la spesa previdenziale, destinata a raggiungere il suo picco nei prossimi anni. Questa nuova proposta mira a consentire ai lavoratori di scegliere quando andare in pensione entro una finestra temporale di circa 10 anni, purché abbiano accumulato almeno 25 anni di contributi.

In pratica possibilità di uscire dal lavoro con 67 anni di età e 25 anni di contributi.

Uscendo però prima 67 anni si riceverebbe una penalizzazione sull’assegno mensile, rispetto a chi decidesse di continuare a lavorare e uscire, ad esempio, a 71 anni (fermo restando l’aver maturato i 25 di contributi). Il sistema si andrebbe a sostituire e non ad affiancare all’attuale pensione vecchiaia (che richiede 67 anni e 20 anni di contributi”.

L’idea centrale di “Quota 92” è quella di permettere il pensionamento a partire dai 62 o 63 anni, fino a un massimo di 72 anni. Tuttavia, chi decidesse di andare in pensione prima dei 67 anni subirebbe una penalizzazione sull’assegno pensionistico.

Come funzionerebbe

La proposta nasce dalla collaborazione tra Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, e Antonietta Mundo, coordinatrice generale statistico attuariale dell’INPS. L’intenzione è quella di superare le attuali opzioni di flessibilità come Opzione Donna e Quota 100, introducendo una legge che rimpiazzi completamente la Fornero, in vigore dal 2011.

Il principale obiettivo di questa riforma è garantire una flessibilità organica nel sistema pensionistico senza compromettere la sostenibilità economica assicurata dalla legge Fornero. Questo è particolarmente ambizioso, soprattutto considerando che la generazione nata negli anni ’60, la più numerosa della storia d’Italia, si avvicina ora all’età pensionabile. La sfida è dunque bilanciare l’esigenza di flessibilità con quella di mantenere sotto controllo la spesa pubblica.

La riforma “Quota 92” (possiamo parlare anche di pensione 67 + 25) propone diverse modifiche significative alla legge Fornero.

In primis, si punterebbe all’innalzamento del requisito contributivo richiedendo 25 anni come numero minimo di anni di contributi versati. A ciò si affiancherebbe una finestra di pensionamento di 9-10 Anni. In pratica, si potrebbe decidere di andare in pensione dai 63 anni in poi, fermo restando i 25 anni di contributi. Tuttavia chi dovesse decidere di andarsene prima dei 67 anni dovrà accettare una riduzione significativa dell’assegno pensionistico. Per contro, chi decidesse di posticipare la pensione oltre i 67 anni fino ai 72 anni riceverebbe un premio.

Quota 92: le sfide per il governo

Uno degli elementi cardine della proposta “Quota 92” è assicurare che l’assegno pensionistico sia almeno 1,5 volte quello minimo, garantendo così una pensione dignitosa anche a chi opta per un’uscita anticipata dal mondo del lavoro.

Questo meccanismo non solo sostituirebbe la legge Fornero, ma renderebbe anche inutili molte delle attuali opzioni di flessibilità, che nel tempo hanno contribuito a peggiorare la situazione dei conti pubblici.

Attualmente, il governo sembra, invece, orientarsi più verso soluzioni temporanee. Con l’avvicinarsi della stagione di elaborazione della legge di bilancio, il contesto è particolarmente delicato. Sarà la prima legge di bilancio dopo il ritorno delle norme europee di sostenibilità del debito pubblico, il che significa che l’Italia avrà margini molto ristretti di spesa e potrebbe dover implementare tagli per ridurre il debito.

Resta in corsa Quota 41 che sarebbe solo per pochi eletti, ossia la possibilità per tutti di andarsene in pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età. Ma l’esecutivo deve trovare le coperture finanziare dovendo fare i conti con il rischio concreto di collasso del sistema previdenziale del nostro Paese.

Riassumendo…

  • “Quota 92” offrirebbe flessibilità pensionistica mantenendo l’equilibrio nei conti pubblici
  • permetterebbe il pensionamento tra 62 e 72 anni con almeno 25 anni di contributi (5 anni in più rispetto all’attuale pensione di vecchiaia)
  • penalizzerebbe chi andrebbe in pensione prima dei 67 anni con assegni ridotti
  • proporrebbe premi per chi ritarda il pensionamento fino ai 72 anni.
  • sfida: bilanciare flessibilità e sostenibilità finanziaria durante l’elaborazione della legge di bilancio.