I gilet gialli segnano il declino di Macron e della tecnocrazia europea

Le proteste dei gilet gialli in Francia sono una minaccia seria per la presidenza Macron, priva di una reale dimensione politica e ormai percepita dall'opinione pubblica come tecnocratica e lontana dal sentire popolare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le proteste dei gilet gialli in Francia sono una minaccia seria per la presidenza Macron, priva di una reale dimensione politica e ormai percepita dall'opinione pubblica come tecnocratica e lontana dal sentire popolare.

Avrebbe dovuto essere una decisione come un’altra, mentre l’innalzamento delle accise sulla benzina ha fatto esplodere in Francia una rabbia latente, di cui è rimasto vittima il presidente Emmanuel Macron, che pure trionfava alle elezioni presidenziali prima e politiche subito dopo, solamente un anno e mezzo fa. I cosiddetti “gilet gialli” occupano gli Champs Elysées tutti i sabati e lo faranno anche il prossimo per la quarta volta, nonostante non abbiano ancora ricevuto un’autorizzazione formale. Sono decine di migliaia i manifestanti che si riuniscono ogni settimana al grido di “Macron, démissions”, dietro cui si celano rivendicazioni contro il carovita, le alte tasse, la povertà, l’establishment francese sordo ai bisogni della popolazione, etc. Trattasi della prima aggregazione transpartitica dai tempi della rivolta della farina di fine Settecento, quando esplose la Rivoluzione Francese. A sostenere i gilet gialli, infatti, ci sono la destra sovranista di Marine Le Pen, la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, i socialisti e i repubblicani. Insomma, tutti coloro che detestano Macron.

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L’Eliseo si è mostrato incapace di confrontarsi con i manifestanti, limitandosi a spedirli presso il premier Edouard Philippe, nonostante il 78% dei francesi li sosterrebbe, stando al sondaggio Harris Interactiv. Una sottovalutazione del caso, che rischia di determinarne la morte politica con largo anticipo rispetto alla fine del mandato, che si avrà nel lontano maggio 2022.

Una stangata decisa dai socialisti di Hollande

Iniziamo dai fatti. Il governo intende aumentare le accise sulla benzina di 2,5 centesimi al litro e quelle sul gasolio di 6,5 centesimi. Considerando che attualmente l’una e l’altro viaggiano sugli 1,50 euro al litro e che con il petrolio crollato in poche settimane del 30% a 60 dollari il carburante alla pompa stia diminuendo anche in Francia, non si potrebbe affermare che gli automobilisti transalpini siano realmente oggetto di una stangata fiscale eccezionale. Eppure, la rivolta non solo è esplosa, ma non accenna a sgonfiarsi, anzi più passano le settimane e più la rabbia contro i rincari si salda ad altre cause del malcontento, facendo del presidente un facile bersaglio dell’opinione pubblica diffusa.

E dire che la stangata è figlia di decisioni assunte dalla precedente amministrazione socialista, quella guidata dall’impopolarissimo François Hollande, contro cui nessuno osa più scagliarsi in questi mesi. Anzi, insieme all’ex moglie e già ministro per l’Ecologia, Ségolène Royal, l’ex inquilino dell’Eliseo sta prendendosi una rivincita pubblica contro Macron, di fatto schierandosi a fianco dei gilet gialli. Nel 2014, proprio Hollande introdusse la carbon tax da 7 euro per ogni tonnellata di Co2, ad oggi già innalzata a 44,60 euro e che dall’anno prossimo dovrebbe salire ulteriormente a 55 euro, con l’obiettivo di tendere a 100 euro entro il 2030.

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Ambientalismo versus ragioni sociali

I francesi non ci stanno. Va bene combattere i cambiamenti climatici, ma c’è tutta la sensazione che il peso della rivoluzione verde venga fatto ricadere sui soliti noti a colpi di divieti e tasse, peraltro a fronte di miglioramenti nelle emissioni inquinanti nemmeno percettibili. E pensare che tre anni fa, fu firmato proprio in Francia il famoso Accordo di Parigi, dal quale l’America di Donald Trump si è ritratta tra le polemiche mondiali e per la stessa ragione per cui ora decine di migliaia di gilet gialli protestano sotto l’Arco di Trionfo il sabato: non si può abbracciare la causa dell’ambientalismo ideologico, prescindendo dalle attuali condizioni di vita dei consumatori.

Un governo, per quanto nobile sia l’obiettivo di evitare che l’inquinamento continui a surriscaldare la Terra nei prossimi decenni fino al punto di non ritorno, non può rendere impossibile la vita ai propri cittadini tra divieti di circolazione delle auto più datate nelle città, aumenti di benzina e diesel e altre innumerevoli restrizioni quotidiane. A farne le spese sarebbero i consumatori meno abbienti, quelli che non possono stare dietro ai continui progressi delle auto in termini di emissioni, che non possono permettersi facilmente di passare da una Euro 0, 1, 2 e 3 a una Euro 4, 5, 6 e via discorrendo, a cui non si può dire di volta in volta che dovranno contribuire sempre più alla causa ambientale, quando nel contempo devono accettare redditi insufficienti per finanziarla.

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La politica sconfitta dalla tecnocrazia

Qui rileva la differenza tra politica e tecnocrazia. La seconda ha preso il sopravvento sulla prima da qualche decennio, lasciando che tutte le grandi questioni venissero affrontate da una élite illuminata di sedicenti esperti, non rappresentativi di alcuna volontà popolare e lontanissimi spesso dal sentire comune. La politica ha perso la sua caratteristica di mediazione tra ascolto delle istanze dal basso e perseguimento di obiettivi sulla base di analisi “tecniche” non sempre facilmente comprensibili ai più. Macron è la perfetta rappresentazione della sconfitta della politica in favore della tecnocrazia europea. A soli 39 anni conquista l’Eliseo dopo una fulminea carriera politica di appena un triennio, di cui oltre i due terzi trascorsi in qualità di ministro dell’Economia di Hollande, convinto che le sue buone idee avrebbero potuto essere applicate facendo a meno dei partiti, del confronto, della stessa politica. Bruxelles aveva intravisto nella sua vittoria l’opportunità storica di sostituire partiti e leader politici con tecnocrati diretti senza più ormai alcun compromesso. L’esperimento, a 18 mesi dai fatti può dirsi perduto, anche se a Macron restano 3 anni e mezzo per risalire la china.

Tuttavia, i gilet gialli forniscono l’immagine di una Francia, che si rifiuta di soggiacere a logiche tecnocratiche e fanno il paio con la più silente rivolta in Germania, dove un’altra tecnocrazia, quella propinata dalla cancelliera Angela Merkel e che ha mortificato entrambi gli schieramenti tradizionali, viene trafitta voto dopo voto dai tedeschi, nonostante non avrebbero teoricamente ragioni valide per essere scontenti dell’operato dei governi di Mutti, godendo della più bassa disoccupazione dalla caduta del Muro di Berlino, di un export mai così a gonfie vele e di conti pubblici in attivo, tanto che il debito sta scendendo da tempo non solo in rapporto al pil, bensì pure in valore assoluto. Tutto vero, ma la politica in Germania è morta sotto Frau Merkel, che con il suo centrismo esasperante ha alienato gli elettori conservatori da un lato e ha distrutto i socialdemocratici dall’altro. I suoi 4 governi non hanno mai assunto scelte decisionali definite, optando per ragionamenti puramente tecnocratici e basati su “freddi” calcoli, come quello rivelatosi politicamente errato e disastroso sull’apertura delle frontiere nel 2015.

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Il rischio di un declino inarrestabile per Macron

In Francia, tutto è aggravato da condizioni economiche non certamente assimilabili a quelle tedesche. La disoccupazione sotto il primo anno e mezzo di presidenza Macron è scesa solo dal 9,4% al 9,1%, mentre l’inflazione ha accelerato dallo 0,7% all’1,9%. In sostanza, si sta sostanzialmente come quando egli è arrivato all’Eliseo, se non poco peggio. Certo, non che possa essere accusato dei mali storici di Parigi, che con una spesa pubblica al 56-57% del pil e una tassazione tra le più alte al mondo, non è percepita dagli investitori come un’economia su cui puntare per aprire un’impresa e assumere lavoratori. A questo Macron vorrebbe rimediare con ricette in sé corrette, improntate alla liberalizzazione e alla riduzione del peso dello stato. Quello che è mancato sin dal primo giorno della sua presidenza, tuttavia, è la capacità politica di ascolto. Le sue gaffe ormai proverbiali ben esprimono questa sua dimensione apolitica, come quando ha sostanzialmente tacciato un disoccupato che per strada gli aveva espresso preoccupazione per l’assenza di lavoro di essere un fannullone (“se attraverso la strada ti trovo un lavoro subito”) o come quando a un manifestante, che lo aveva scanzonato per la sua mise non certo alla portata di tutte le tasche, rispose che “prima lavori e dopo ti potrai comprare una maglietta griffata”. Più di recente, a un ragazzino che lo aveva salutato con un affettuoso “ça va, Manu?” (“Come va, Manu?”), il presidente replicava che “tu non mi chiami Manu, sono il presidente. Prima studia e dopo reclama i tuoi diritti”.

Insomma, siamo in presenza della rivolta dal basso contro una tecnocrazia europea che in Macron aveva individuato un volto dietro cui celarsi, nella speranza di porre fine alla politica e di non dovere più, quindi, mediare con le istanze dei cittadini. La saccenza contro la presunta ignoranza, l’élite sorda contro il popolo sempre più stanco della propria dimensione passiva dinnanzi ai grandi processi decisionali, la fredda matematica al posto dei sentimenti comuni e nazionali, i leader benedetti dalla finanza mondialista contro quelli nati dal basso. Tutto questo rappresentano i gilet gialli e per il presidente il vero incubo sarebbe essere costretto a trascorrere così il resto del mandato ancora lungo. Se è vero che abbia dovuto prendersi una pausa di una settimana dagli impegni ufficiali per un forte esaurimento nervoso, saremmo solo all’inizio del declino di una stella, che era ascesa in cielo troppo velocemente e brillando solo di luce propria, non del riflesso di una volontà popolare diffusa. E la grande botta arriverà probabilmente alle elezioni europee di maggio, quando il rischio di un patatrac per il suo République En Marche! diventa ogni giorno più alto.

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Argomenti: Francia, Politica, Politica Europa