Macron ripudia l’austerità e imita i “populisti”, ma così rischia di perdere pure male

La presidenza Macron rischia di passare alla storia come quella in cui avvenne l'attacco finanziario alla Francia. La crescente disillusione per l'enfant prodige di Parigi potrebbe giocare un tiro mancino alla seconda economia dell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La presidenza Macron rischia di passare alla storia come quella in cui avvenne l'attacco finanziario alla Francia. La crescente disillusione per l'enfant prodige di Parigi potrebbe giocare un tiro mancino alla seconda economia dell'Eurozona.

“Facciamo come Macron”, propone il vice-premier Luigi Di Maio, che non senza forse un pizzico di ironia afferma di guardare alla manovra di bilancio della Francia, in cui per il prossimo anno non solo non verrà tagliato il deficit, ma sarà incrementato dello 0,1% al 2,8% del pil, quando già quest’anno il governo di Parigi ha avvertito che non sarà in grado di centrare il rapporto del 2,3%, come da accordo con Bruxelles, portandolo al 2,6%. Vero è anche che la legge pluriennale di bilancio fissa il disavanzo allo 0,2% per il 2022, quando scade il mandato dell’attuale presidente. Ma sappiamo come le previsioni a lungo termine siano semplicemente fantasie messe nero su bianco su un foglio di carta, pronte ad essere rettificate e giustificate con qualsiasi scusa anche solo dopo pochi mesi.

Tra Francia e Italia lo spread è di credibilità

E dire che l’austerità fiscale doveva essere il cavallo di battaglia dell’Eliseo, che punta a tagliare la spesa pubblica poco sopra il 50% del pil alla fine del quinquennio. Percentuale sempre alta, seppure inferiore al 57% a cui si era portata sotto la presidenza Hollande. Sta di fatto che, al contrario, quando tutti i sondaggi registrano l’estrema impopolarità di Emmanuel Macron tra i francesi, la politica economica del governo Philippe cambia spartito. Un colpo d’immagine molto pesante per il giovane ex banchiere Rothschild, che sulle riforme pro-crescita e la stabilità dei conti pubblici aveva impostato la sua rapida ascesa politica e la seguente campagna elettorale dello scorso anno.

E paradossale che possa sembrare, l’autoproclamatosi nemico dei “populisti” sovranisti d’Europa è finito per imitarli in uno dei temi-chiave del dibattito nella UE: l’abbandono delle politiche di austerità fiscale. Diremmo “business as usual” in Francia. Eppure, Macron si era imposto nella corsa verso l’Eliseo per un’Europa politicamente più integrata e un’economia francese più libera sul modello anglosassone e una spesa pubblica più bassa, in contrapposizione al “tassa e spendi” della gauche, all’alternativa debole e consumata della destra neo-gollista e a quella ancora più avversata della destra nazionalista ed euro-scettica. Aumentare il deficit per il prossimo anno equivale un po’ ad alzare bandiera bianca, anche perché la crescita del pil rallenta, ma almeno continua a viaggiare nell’ordine dell’1,5-2% all’anno. Che cosa avrebbero dovuto fare i governi italiani, allora, alle prese con crescita zero e con ben 5 anni di recessione dal 2008? In fondo, se ai primi cenni di rallentamento alzi il deficit, frustrato dall’assenza di risultati delle prime riforme varate nei mesi addietro, stai dando ragione involontariamente a quanti consideri populisti e tacci di essere “feccia” d’Europa, ma che nei fatti applicano in misura persino più moderata le tue stesse ricette, pur in condizioni economiche nettamente peggiori, per non dire disperate, come al sud.

Ma la Francia non è immune da un attacco finanziario

Certo, ieri vi abbiamo mostrato come la Francia sia cresciuta di quasi 4 volte in più dell’Italia nell’ultimo ventennio, a fronte di un deficit medio di poco superiore all’anno. E questi dati ve li abbiamo snocciolati per farvi capire come il problema di Roma non sia la rigidità della Commissione europea sui conti pubblici, quanto la scarsa fiducia che il nostro Paese raccoglie sui mercati finanziari, a causa della debole performance della nostra economia negli ultimi decenni, che non rassicura gli investitori sulla solvibilità del nostro pesante debito pubblico. Nemmeno il fatto che sia superiore di un terzo rispetto a quello francese gioca un ruolo determinante nello “spread” di fiducia tra i due paesi. Attenzione, però, a pensare che la Francia sia immune dal rischio di contagio. Ad oggi, nessun indicatore suggerisce che vi sia allarme in vista. I rendimenti decennali degli Oat viaggiano ancora allo 0,8% contro il 2,8% dei BTp. Le agenzie di rating assegnano ai titoli del Tesoro di Parigi una valutazione quasi ottima, assegnando loro la doppia A.

Fin qui, il presente. E il futuro? La disillusione e la conseguente frustrazione per la china che prenderebbe nei prossimi anni la seconda economia dell’Eurozona potrebbero giocare brutti scherzi. Dopo Macron, se non vi fosse alcun sollievo di popolarità, arriverebbe all’Eliseo la dama nera di Francia, che risponde al nome di Marine Le Pen, ormai sdoganata agli occhi dell’opinione pubblica transalpina proprio dall’arrivo al governo dei populisti italiani. Peggio ancora: Macron ha fallito ad oggi anche in Europa. Il suo piano di riforme dell’unione monetaria non è stato nemmeno preso in considerazione seriamente dai partner, offuscato dalle divisioni in seno al Vecchio Continente. Le sue proposte di istituire un ministro unico delle Finanze e un bilancio comune nell’area sono state rigettate nei fatti dalla Germania, alleato sempre più prossimo a sua volta a subire l’avanzata della destra euro-scettica e lo sgretolamento degli schieramenti tradizionali.

Siamo ancora al primo anno abbondante di mandato ed è presto per esprimere un’opinione compiuta autorevole sulla presidenza Macron. Sarebbe ingeneroso e tendenzioso definirla un fallimento, anche perché i prossimi 4 anni potrebbero stupirci in positivo. Tuttavia, la Francia non è avulsa dal contesto europeo e mondiale. L’enfant prodige della politica francese rischia di essere arrivato tardi all’Eliseo, quando già i suoi propositi trasudavano di flop nel resto d’Europa. E sinora, Parigi è scampata all’attacco dei mercati per la liaison un po’ ruffiana, un po’ obbligata con Berlino, per quell’aria di ostentata sicurezza che è riuscita a veicolare agli investitori, avvalendosi di una classe politica certamente capace di fare il suo mestiere. Ma alla fine contano i fatti, che ad oggi mancano. Il debito è al 100% del pil, il deficit non scende, l’economia rallenta e la disoccupazione ristagna al 9%, mentre tra i giovani raggiunge il 25%. E i francesi sono abbastanza bravi in storia per sapere leggere oltre la cronaca quotidiana. Nel biennio 2010-2011, la crisi dei debiti sovrani è esplosa in Grecia per propagarsi in Irlanda e subito dopo in Portogallo, Spagna e Italia. Che arriverà anche il turno della Francia e proprio nel bel mezzo di una presidenza europeista?

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Argomenti: Francia, Politica Europa