Italia vittima del bullismo di Merkel e Macron, ma Germania e Francia mettono in crisi l’euro

Germania e Francia cercano di isolare l'Italia e creano le condizioni per un disastro economico-politico, che alla fine rischia di provocare la fine dell'euro e della UE.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Germania e Francia cercano di isolare l'Italia e creano le condizioni per un disastro economico-politico, che alla fine rischia di provocare la fine dell'euro e della UE.

Bilancio comune e fondo europeo per la crescita, ma chi sgarra sui conti pubblici non potrà accedere al secondo. Sono le proposte di Germania e Francia, che verranno discusse al tavolo dell’Eurogruppo di oggi, nel corso della stessa riunione in cui l’Italia dovrebbe essere isolata dai 18 partner dell’euro sull’innalzamento del deficit previsto per l’anno prossimo. Emmanuel Macron e Angela Merkel mostrano il viso duro contro Roma, prospettandoci soluzioni che ci escluderebbero da ogni beneficio nel caso di indisciplina fiscale. Il “bullismo” contro il governo Conte sale di livello, se è vero che l’euro-scettico Paolo Savona, ministro per le Politiche europee, ha dichiarato nei giorni scorsi che la situazione sarebbe “seria”. Eppure, egli stesso ha contribuito in maniera determinante negli ultimi mesi a creare un clima rissoso con Bruxelles. Sarebbe il segno che staremmo entrando in una fase avanzata di tensioni, le quali stanno già scontandosi sui mercati finanziari in queste ore, tanto che lo spread BTp-Bund ha aperto stamattina a 325 punti base, con il decennale italiano a rendere il 3,62%.

Alzare il deficit al 2,4% non è il vero problema, cosa farne preoccupa i mercati

Attenzione, però, a scambiare il guanto di sfida lanciato da Francia e Germania all’Italia per una condizione di forza. Come la psicologia insegna, il bullismo è l’atteggiamento tipico di chi possiede una propria fragilità interna, che cerca di esorcizzare prendendosela con chi ritiene essere più debole, diverso. E lo stesso sta accadendo sul piano istituzionale nell’Eurozona. I dati macro ci raccontano che l’economia nell’area sta rallentando e la locomotiva d’Europa rischia persino di andare indietro, dopo avere registrato il primo segno meno dall’inizio del 2015 nel terzo trimestre di quest’anno.

La caduta veloce di Macron

A Parigi, volendo le cose stanno messe molto peggio che a Berlino. Sabato scorso, 2.000 manifestazioni e altrettanti blocchi in tutta la Francia per protestare contro l’aumento di benzina e diesel voluto dal “genio” Macron hanno provocato oltre 400 feriti, tra cui una trentina di agenti. E c’è scappato pure il morto, con una donna di 63 anni ad essere stata travolta nella regione di Savoia da un’auto guidata da un’altra donna, che trasportando il figlio verso il pronto soccorso e vedendosi circondata da decine di manifestanti è andata nel panico e ha pigiato inopinatamente sull’acceleratore, travolgendo la malcapitata. Il clima attorno all’Eliseo è pesantissimo. Il presidente godrebbe di un consenso ridotto ai minimi termini, crollato al 25%, sostanzialmente quello che in Italia deteneva agli sgoccioli della sua esperienza da premier un tale Romano Prodi. E l’accostamento è voluto, anche perché a Macron di anni per completare il mandato ne mancano ancora ben 3 e mezzo, ma di questo passo non si capisce in quali condizioni vi arriverà.

La Francia di Macron deve tenersi stretta i mercati finanziari e l’euro più dell’Italia

Le proteste dei “gilet gialli” hanno saldato le opposte fazioni radicali, quella del Réssemblement Républicain di Marine Le Pen e l’altra della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E’ la prima volta che destra e sinistra anti-sistema decidono di mettere il cappello sulle stesse manifestazioni. Per Macron s’avanza lo spettro del renzismo, ossia della inedita alleanza tra blocchi politici e sociali contrapposti contro di lui. Come vi avevamo avvertiti nelle settimane scorse, il rischio principale per il presidente francese consiste nell’arrivare a fine mandato con la prospettiva di opposizioni unite, com’è accaduto in Italia con Movimento 5 Stelle e Lega, tanto diversi tra loro e tanto accomunati dall’esigenza di azzerare quel che resta del sistema.

L’euro rischia di andare KO più del 2012, perché se allora le tensioni finanziarie arrivarono ai massimi livelli, costringendo Mario Draghi a intervenire con un salvifico e drammatico “whatever it takes”, almeno la BCE disponeva di un armamentario ancora potente, inutilizzato e sul piano politico le condizioni per un sostegno alla moneta unica vi erano pressappoco tutte. Adesso, Francoforte possiede qualche freccia e un paio di bombe carta per combattere l’arrivo di una crisi, mentre i governi dell’area paiono come usciti da un bombardamento, con morti e feriti gravi e qualche piccolo giapponese che prova a resistere, ma dalla sua ha ormai solo l’ostinazione a conservare l’onore.

Draghi dovrà salvare ancora una volta l’euro

Non è un caso che Draghi abbia messo le mani avanti e venerdì scorso abbia iniziato l’inversione a U sugli stimoli monetari, avvertendo che l’inflazione nell’Eurozona starebbe disattendendo le previsioni e che per questo sul “quantitative easing” l’ultima parola spetta al board di dicembre. Ma come, non s’era detto a fine ottobre che l’inflazione stesse tendendo al target e che i rischi per la crescita nell’area fossero sempre “bilanciati”? Ebbene, nelle ultime settimane sono accaduti alcuni eventi, che nei fatti stanno creando le condizioni per un allungamento degli stimoli. Anzitutto, l’economia tedesca si è contratta oltre le previsioni tra luglio e settembre sul tonfo della produzione automobilistica. Secondariamente, l’accordo sulla Brexit potrebbe non vedere mai la luce, date le convulsioni interne ai Tories a Londra. Terzo, la cancelliera Angela Merkel sta perdendo lo scettro dopo 13 anni e il suo governo appare senza bussola. Quarto, il caso Italia non sta rientrando sulla manovra di bilancio e rischia di accrescere le tensioni finanziarie e politiche nell’area. Infine, il petrolio ha perso un quarto del suo valore in meno di un mese e mezzo, raffreddando le aspettative d’inflazione.

Francia e Germania sono in stato confusionale. I loro volti appaiono caduti in disgrazia e per cercare di sviare l’attenzione continentale dai loro problemi cercano un capro espiatorio sul quale scaricare ogni nefandezza: l’Italia. Dal canto suo, Roma non fa niente per allontanare da sé l’immagine di pecora nera; in parte, a ragione, avendo il governo giallo-verde fissato un target per il deficit inferiore al massimo consentito. Tuttavia, il problema per Bruxelles si chiama sfrontatezza. Nessuno tra i membri può permettersi di mettere in dubbio la venerata “saggezza” dei commissari. Chi lo fa, è morto. Funziona come nei clan: chi esegue anche per un’intera vita gli ordini senza mai mostrare una smorfia di fastidio e per una sola volta dice di no, è condannato a morte. E l’esecuzione viene generalmente decisa in vertici, ai quali si ritrovano radunati tutti i capibastone. Trovate le differenze con la riunione dell’Eurogruppo di oggi.

Ora, ad avere sbagliato i conti sembrano essere entrambe le parti: l’Italia ha confidato troppo sul sostegno dei “sovranisti” come l’austriaco Sebastian Kurz, che vuoi per il fatto di essere presidente di turno della UE, vuoi anche perché da membro del PPE non può segnalare indisciplina sui conti pubblici, alla fine rientra tra quelli che più stanno alzando la voce contro il bilancio di Roma. Anche perché i sovranisti, che stanno quasi tutti nel centro-nord dell’Europa, non vogliono conti in disordine, ma semplicemente che Bruxelles si tolga dai piedi il più possibile e lasci lavorare i governi nazionali, specie su dossier come l’immigrazione. Tuttavia, anche i commissari hanno fatto qualche calcolo errato, perché ritenevano che qualche dichiarazione allucinata avrebbe dissuaso i grillini, in particolare, dal fare di testa propria sul deficit. Adesso, si ritrovano obbligati ad aprire la procedura d’infrazione contro l’Italia e con uno stato membro potenzialmente all’opposizione sull’approvazione del budget. Un disastro politico-economico, che rischia di travolgere non solo l’euro, bensì quella gabbia di matti che chiamiamo Unione Europea quasi per ossimoro.

E la BCE di Draghi ci ripensa sulla fine del QE

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Politica Europa