Oggi riunione BCE a 6 anni esatti dal “whatever it takes” di Draghi che salvo l’euro

Oggi si riunisce il board della BCE. Non sono attese novità su tassi e "quantitative easing", ma il governatore Mario Draghi vive una fase complicata.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Oggi si riunisce il board della BCE. Non sono attese novità su tassi e

E’ la quinta riunione del board per la BCE quest’anno quella che si terrà stamattina a Francoforte. La data assume un significato particolare, perché fu il 26 luglio 2012 che avvenne il salvataggio dell’euro ad opera del governatore Mario Draghi; non tramite un intervento sui mercati finanziari, bensì attraverso la semplice pronuncia improvvisata da Londra di tre parole che passeranno alla storia: “whatever it takes”. “Tutto ciò che serve” sarebbe stato messo in atto per salvare la moneta unica “e credetemi, basterà”, aggiungeva l’italiano, insediatosi da pochi mesi a capo dell’istituto centrale. Stavolta, le parole che il governatore proferirà in conferenza stampa sono attese molto meno fatidiche e, anzi, dovrebbero essere di natura interlocutoria. Stando alle previsioni, oggi non verrà deciso alcunché di concreto. Del resto, la fine del “quantitative easing” dalla fine dell’anno prossimo è stata già comunicata e più nel dettaglio Draghi ci ha informati che un rialzo dei tassi nell’Eurozona avverrà solo a partire dalla prossima estate. Non sono in pochi a scommettere che concluda il suo mandato senza avere mai varato una stretta, scenario più che credibile nel caso di rallentamento dell’inflazione e della crescita economica nell’area.

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I prezzi a giugno sono aumentati mediamente del 2% su base annua, stessa percentuale attesa per la crescita del pil di quest’anno. Tuttavia, Draghi rischia di lasciare l’Eurozona come l’ha trovata: divisa in due blocchi. Se in Germania i dati sul manifatturiero lasciano ipotizzare un’accelerazione della crescita, altrove si registra un rallentamento, che diventa sensibile in periferia, Italia compresa, dove ci si potrebbero fermare sotto l’1,3%. Se è vero che gli stimoli monetari puntano formalmente solo a centrare il target d’inflazione (di poco inferiore al 2%), Draghi ci ricorda spesso che questo sia legato all’andamento dell’economia. Insomma, se il pil cresce poco, nemmeno la stabilità dei prezzi è garantita. E la frammentazione dei mercati finanziari rende solo più difficoltoso il raggiungimento dell’obiettivo.

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D’altra parte, il cambio euro-dollaro, che nella prima parte dell’anno era arrivato fino a 1,25, ha ripiegato in area 1,17 e questo indebolimento, unitamente all’accelerazione prima e stabilizzazione dopo delle quotazioni del petrolio, dovrebbe avere sostenuto il rinvigorimento dell’inflazione nell’area per i prossimi mesi, anche se lo stesso greggio ha ripiegato nelle ultime due settimane sotto i 75 dollari, non autorizzando a facili previsioni. Non ultimo, lo scenario politico: l’Italia è governata da inizio giugno da una maggioranza euro-scettica e contraria alle politiche di austerità, mentre la Spagna cambiava in quelle stesse ore governo con la sfiducia subita dal premier conservatore Mariano Rajoy, sostituito dal socialista Pedro Sanchez, quest’ultimo favorevole ad ammorbidire le norme sull’età pensionabile.

Considerando anche la fragilità della cancelliera Angela Merkel, cosa sarebbe opportuno fare per la BCE? Francoforte nutriva forti speranze sul Consiglio europeo di fine giugno, che in teoria avrebbe dovuto avallare quelle riforme dell’Eurozona per rendere l’euro davvero (e non solo a parole) “irreversibile”. Il vertice si è concluso con un buco nell’acqua, anzi ha visto andare in scena l’esasperazione degli scontri nazionali sul tema migranti e non solo. Risultato? Draghi è rimasto con il cerino in mano della moneta unica, unico riferimento a cui i mercati continuano a confidare per la sua sopravvivenza.

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BCE falco o colomba?

Il dilemma è servito: se si mostrasse troppo “falco”, rischierebbe di contribuire ad alimentare dubbi e incertezze sulla ripresa dell’Eurozona, aggravando la percezione in una fase delicata, in cui si temono da un lato i dazi dell’amministrazione Trump, dall’altro il caos Brexit, per non parlare dei timori sui contraccolpi di una “guerra” commerciale sull’economia cinese. Se, però, la BCE si mostrasse “colomba”, lancerebbe un segnale diseducativo ai governi e di scarsa indipendenza agli stessi mercati, in quanto verrebbe percepita come accomodante con il sistema politico. In fondo, la coincidenza della data ci sottolinea come rispetto alla calda estate di 6 anni fa, non molto è cambiato.

L’euro non è considerato a rischio imminente di scomparsa, ma solo grazie a Draghi, il cui mandato è agli sgoccioli e che potrebbe essere succeduto da un tedesco dalle vedute assai meno bonarie verso gli stati “spendaccioni”. E se nel 2012, il sostegno politico alla moneta unica appariva ancora granitico, non lo stesso può dirsi oggi, quando la terza economia dell’area è in mano a ministri che parlano esplicitamente di “uscita dall’euro” e i movimenti euro-scettici godono del vento in poppa da nord a sud, da est a ovest nel continente, sostenuti persino dall’inquilino alla Casa Bianca. Sbagliare tempistica sul rialzo dei tassi sarebbe un errore potenzialmente fatale per Draghi o il suo successore. Stavolta, il rischio che una nuova crisi finanziaria faccia crollare tutto è reale.

Il rialzo dei tassi BCE e il rischio di un “non c’è 2 senza 3” fatale per la credibilità di Francoforte

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari