Caos Brexit, l’accordo con la UE travolge il governo May e ora Bruxelles può esplodere

E' accordo tra UE e Londra sulla Brexit, ma è caos nel governo May. Si dimettono due ministri in poche ore e adesso sale il rischio di un'uscita dalla UE senza intesa con Bruxelles. Un disastro anche per l'Europa dei commissari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
E' accordo tra UE e Londra sulla Brexit, ma è caos nel governo May. Si dimettono due ministri in poche ore e adesso sale il rischio di un'uscita dalla UE senza intesa con Bruxelles. Un disastro anche per l'Europa dei commissari.

Accordo raggiunto tra Regno Unito e UE sulla Brexit, ma si tratta di una falsa buona notizia, perché in poche ore si sono dimessi due ministri del governo di Theresa May. A inizio giornata, a dare l’addio all’esecutivo era stato il ministro per il Nord Irlanda, Shailesh Vara, mentre nella tarda mattinata sono arrivate le dimissioni del ministro per la Brexit, Dominic Raab, che ha motivato il gesto in una lettera, in cui ha scritto di non potere avallare l’accordo tra Londra e Bruxelles, in quanto “esso minaccerebbe l’integrità del Regno Unito” sullo status particolare assegnato all’Irlanda del Nord e a causa del diritto di veto che si consegnerebbe alla UE sul ritorno alla piena sovranità del paese. Secondo Raab, l’intesa sottoscritta dal governo May sarebbe in contrasto con il manifesto conservatore presentato agli elettori un anno fa. Raab era in carica da pochi mesi, avendo sostituito David Davis, che si dimise insieme a Boris Johnson a luglio, lasciando l’esecutivo scoperto a destra.

AGGIORNAMENTO: Si dimettono anche il ministro del Lavoro e della Previdenza, Esther McVey, e il sottosegretario alla Brexit, Suella Braverman, mentre il leader dei Brexiteers tra i Tories, Jacob Rees Mogg, ha annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia contro il governo. E il Partito degli unionisti nord-irlandesi, determinante per la maggioranza in Parlamento, ha fatto sapere di essere totalmente contrario all’accordo sullo status della regione, che di fatto finirebbe per essere commercialmente staccata dal resto del Regno Unito.

Adesso, persino sostenitori del “Remain”, come la deputata conservatrice Anna Soubry, ha paventato lo spettro di un cambio di premier, sostenendo che la May “chiaramente valuterà la sua posizione”. I laburisti dal canto loro prendono atto della perdita di presa del capo del governo sui suoi ministri e attendono l’accordo sulla Brexit al vaglio del Parlamento, annunciando che voteranno contro. A questo punto, considerando che i Tories non godono da soli nemmeno della maggioranza dei seggi e che al loro interno appaiono più divisi che mai sull’uscita dalla UE, la May rischia di andare a sbattere contro un muro. Il suo governo, nato precario e proseguito moribondo, sembra destinato alla conclusione.

In teoria, tre gli scenari possibili per la Brexit: ratifica dell’accordo, magari con un voto trasversale in Parlamento, ma che finirebbe per disintegrare i due principali schieramenti al loro interno; uscita dalla UE senza un accordo; indizione di un secondo referendum. Esaminiamo caso per caso. Se l’accordo passasse, i Tories sarebbero ancora più divisi tra “hard Brexiteers” e “soft Brexiteers”. I primi, capeggiati dal popolare Johnson, renderebbero difficile, se non impossibile, la vita al governo May, con il rischio che l’uscita dalla UE avvenga in un contesto di instabilità politica preoccupante. E sullo status particolare assegnato all’Irlanda del Nord, i numeri non parrebbero proprio sussistere senza il soccorso “rosso” dei labour, che a questo punto avrebbero tutt’altro interesse che allungare la vita a Downing Street.

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Caos Brexit, UE rischia la crisi prima delle elezioni europee

L’uscita dalla UE senza un accordo, invece, inizia a prendere forma. La deadline resta fissata a fine marzo, quando ufficialmente il Regno Unito non dovrebbe più fare parte delle istituzioni comunitarie. Non è escluso che la scadenza venga rinviata, ma già questo creerebbe tensioni finanziarie nel Vecchio Continente, visto che a rischio vi sono gli interscambi commerciali tra le parti e la stabilità dell’assetto finanziario. La Germania, con un avanzo commerciale stimabile in 50 miliardi all’anno nei confronti di Londra, subirebbe un duro contraccolpo economico, quando già nel terzo trimestre di quest’anno ha registrato il primo calo del pil dopo tre anni e mezzo. Con l’avvicinarsi delle elezioni europee, il caos manderebbe nel panico i commissari e il team guidato da Michel Barnier, stretti tra la necessità di tutelare l’economia europea e l’esigenza di inviare segnali fermi contro stati come l’Italia, in cui le tendenze “sovraniste” sono diventate preponderanti.

In sostanza, la UE rischia una crisi esistenziale nel confronto con Londra, proprio mentre la prima economia continentale versa in condizioni di crisi politica ormai lampante, con la cancelliera Angela Merkel ad essere sostituita a dicembre a capo del suo partito e probabilmente arrivata a pochi mesi dal termine della sua esperienza di capo del governo dopo 13 anni abbondanti. E uno dei suoi papabili successori, Friedrich Merz, si è detto contrario nei giorni scorsi all’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit, temendo che ciò finisca per radicalizzare l’euro-scetticismo nel Regno Unito. Secondo il leader conservatore, meglio sarebbe attendere che Londra spontaneamente un giorno decida di tornare nella UE, anziché vi resti con un sentimento al suo interno di crescente repulsione verso Bruxelles.

La sterlina sta subendo un tonfo oggi sull’onda delle notizie in arrivo, con il cambio contro il dollaro a perdere l’1,65% e scendendo a 1,2772. Ad aprile, era arrivata sopra 1,43, non distante da 1,50 a cui viaggiava il giorno del referendum sulla Brexit, il 23 giugno 2016. Di poco positivo, invece, l’indice FTSE 100 alla Borsa di Londra, che si giova proprio dell’indebolimento del cambio. L’avversione al rischio premia i titoli del Tesoro britannico, i cui rendimenti decennali sono scesi all’1,40% dall’1,49% dell’apertura di seduta. Soltanto un mese fa i Gilt a 10 anni rendevano l’1,73%, segno che il mercato stia cercando riparo nei cosiddetti porti sicuri, evidentemente scontando da tempo il rischio sempre più concreto di una Brexit senza accordo. E per la BCE sarebbe uno shock di cui tenere conto nell’ultimo board dell’anno a dicembre, quando dovrà essere comunicata una decisione definitiva sul “quantitative easing”. E tra crisi politica tedesca, tensioni in Italia, rallentamento economico nell’Eurozona, tensioni commerciali internazionali, crollo delle quotazioni petrolifere e caos Brexit, ve ne sarebbe abbastanza per mostrarsi prudenti.

La sterlina non prezza il rischio caos

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Argomenti: Brexit