E la BCE di Draghi ci ripensa sulla fine del QE, ecco le parole che segnalano il cambio di passo

La BCE di Draghi sta tornando indietro sul "quantitative easing", preannunciando una sua possibile proroga dopo quest'anno. Ecco tutte le cause del ripensamento, tra cui l'Italia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La BCE di Draghi sta tornando indietro sul

Il “quantitative easing” sta finire, anzi no. Chi tra voi lettori ci ha seguiti in questi mesi sul cambio di passo nell’aria della BCE sa già che nutriamo forti dubbi da tempo sulle condizioni per un’uscita dall’accomodamento monetario per l’Eurozona. E i fatti ci hanno dato ragione, anche perché gli indizi di quanto stia accadendo appaiono abbastanza solidi. Partecipando a una conferenza bancaria a Francoforte, ieri il governatore Mario Draghi ha usato un linguaggio molto “dovish” sulle prossime decisioni che l’istituto adotterà, invitando ad attendere le proiezioni macro di dicembre per capire se su QE e tassi ci sarà la conferma delle posizioni ufficiali assunte negli ultimi mesi e secondo le quali gli acquisti degli assets termineranno dopo la fine di quest’anno e i tassi rimarranno fermi “fino all’estate 2019”. Secondo Draghi, i rischi per l’economia nell’area restano “bilanciati”, anche se quelli commerciali (vedi Trump e Brexit) dovrebbero essere monitorati con attenzione.

Doppia crisi in Germania e tonfo del petrolio inviano alla BCE di Draghi un messaggio chiaro

Quanto all’inflazione, il governatore ha dichiarato che quella di fondo resta intorno all’1% e ancora manca una dinamica convincente al rialzo. Le incertezze, spiega, sono aumentate, ma se le nuove stime macro dovessero confermare una convergenza della crescita tendenziale dei prezzi nell’area verso il target, le decisioni su QE e tassi saranno confermate. E ha sottolineato come proprio sui tassi le decisioni siano legate ai dati, al variare dei quali potrebbe rendersi necessario un “aggiustamento del percorso” sin qui indicato, come nel caso di un calo della liquidità o di un peggioramento dell’outlook dell’inflazione.

Vediamo di preciso cosa stia accadendo. Quando Draghi si mostra preoccupato per i rischi commerciali, essenzialmente fa riferimento alle tensioni tra USA e Cina sui dazi, che investono anche l’Europa. L’Eurozona è un’economia esportatrice netta, trainata da Germania e Italia, i cui surplus ammontano complessivamente sui 300 miliardi di euro. La sola America registra un disavanzo verso la UE nell’ordine di circa 150 miliardi di dollari all’anno, di cui quasi i due terzi verso i suddetti due paesi. E se l’amministrazione Trump minaccia di colpire il comparto auto europeo, negli ultimi giorni è esploso anche il rischio di un mancato accordo sulla Brexit. L’uscita del Regno Unito dalla UE è prevista per la fine di marzo e questa settimana Londra e Bruxelles avevano trovato un’intesa per regolare gli scambi dopo il divorzio.

Rischi esterni e congiuntura debole

Tuttavia, il governo May è entrato in crisi, con gli esponenti più favorevoli alla Brexit ad essersi dimessi dalle cariche di ministri e i numeri in Parlamento appaiono molto deboli per approvare l’accordo. Venendo questo meno, UE e UK subiranno i contraccolpi derivanti dall’assenza di nuove regole per commerciare e l’innalzamento delle barriere tariffarie. A risultarne colpita più di tutte sarebbe l’economia tedesca, la prima dell’Eurozona, che ogni anno esporta verso il Regno Unito merci e servizi per una cinquantina di miliardi di euro netti.

Il rallentamento dell’economia nell’area è in atto da mesi, con il pil ad essere cresciuto solo dello 0,2% nel terzo trimestre. In Germania, è diminuito dello 0,2%, a causa del crollo della produzione automobilistica per via dell’introduzione di regole più stringenti sulle emissioni inquinanti. La stessa Germania vive una fase politica convulsa, con il governo federale rimasto esposto alle intemperie interne ai due principali schieramenti che lo sostengono e la successione alla cancelliera Angela Merkel partita già con la rinuncia di quest’ultima a ricandidarsi alla guida del partito al congresso di dicembre. Come se non bastasse, da mesi è esploso il caso Italia. Il governo giallo-verde ha presentato una manovra di bilancio, che ha innalzato il deficit al 2,4% per il 2019. Lo spread BTp-Bund è schizzato sopra i 300 punti base per la scadenza a 10 anni e le tensioni finanziarie rischiano di provocare la recessione della già debole economia italiana, rimasta ferma nel terzo trimestre, potenzialmente contagiando il resto dell’area, partendo da sud.

Infine, il petrolio. Le quotazioni sono crollate in poco più di 5 settimane del 25%, scendendo da 86 a 66 dollari al barile, conseguenza di una revisione al ribasso della domanda mondiale e dell’aumento costante dell’offerta, trainata dagli USA. L’OPEC si sta impegnando a tagliare nuovamente la produzione di un altro milione di barili al giorno, ma la mossa servirebbe semplicemente ad evitare che i prezzi crollino sotto il range dei 65-70 dollari. Con le materie prime divenute meno costose, le aspettative d’inflazione rischiano di raffreddarsi e lo stesso Draghi ha messo in guardia che ciò porterebbe a un’erosione dei margini delle imprese. In sintesi, non ci sarebbero più le condizioni per privare l’Eurozona degli stimoli monetari necessari a fare risalire l’inflazione verso il target “vicino, ma poco inferiore al 2%”. Del resto, le stesse proiezioni di settembre apparivano deboli per giustificare un cambio di passo di politica monetaria, se è vero che l’inflazione allora risultava attesa all’1,7% per tutto il triennio in corso, praticamente qualche decimale al di sotto dell’obiettivo.

Operazione Twist e aste T-Ltro, come la BCE darà una mano ai BTp

Marcia indietro della BCE in poche settimane

Probabile che le nuove previsioni di dicembre abbassino le stime sull’inflazione per quest’anno e il prossimo, tra petrolio in calo e rallentamento economico in atto. Se alla Germania non piace l’idea che la BCE possa continuare a comprare titoli di stato (e Draghi ha dato un colpo al cerchio e un altro alla botte, chiarendo che il boom dello spread in Italia sarebbe addebitabile solo alla messa in discussione delle regole europee e invitando gli stati più indebitati a non aumentare le loro esposizioni), alle sue imprese farebbe comodo che proseguisse quelli dei corporate bond, attualmente al ritmo complessivo di 2,5 miliardi al mese, di cui almeno 600 milioni a beneficio proprio del mercato obbligazionario tedesco.

La stessa Francia rischia la recessione in assenza di un miglioramento del quadro esterno, anche se il suo pil ha accelerato la corsa al +0,4% nel terzo trimestre, dopo un secondo trimestre che aveva deluso le attese. Come volevasi dimostrare, la BCE non può permettersi di tagliare gli stimoli in questa fase, avendo già avvertito all’ultimo board di ottobre che ne modificherebbe la composizione, ove occorresse. Le speculazioni vorrebbero che siano ripristinate le aste T-Ltro per iniettare nuove “paccate” di liquidità alle banche dell’Eurozona, le quali dall’anno prossimo dovranno restituire 720 miliardi alla stessa Francoforte. Da ieri, sappiamo che pure il QE potrebbe continuare ad esistere dopo dicembre, specie se da qui al prossimo board della BCE, le tensioni economiche e finanziarie nell’area monteranno.

Certo, in gioco c’è la credibilità di un istituto, che fino allo scorso board si era intestardito a tenere invariato il suo comunicato ufficiale, parlando di rischi bilanciati e di un’inflazione tendente al target, quando dopo poche settimane si trova costretto ad ammettere che la crescita dei prezzi continua a mostrarsi debole, pure al netto delle componenti volatili. Una indietro tutta in corso, insomma, che peserà anche sull’individuazione del successore di Draghi, perché se la Germania già aveva segnalato di non volere correre per quella carica, preferendo concentrarsi sulla Commissione europea, schierando Manfred Weber per la successione a Jean-Claude Juncker per il PPE, adesso Berlino perderà ancora di più l’appetito a guidare Francoforte, visto che nei prossimi mesi nei radar dell’istituto non sembra più esserci il rialzo dei tassi, bensì la prosecuzione delle stamperie di questi anni. E i tedeschi formalmente non accettano tutto questo, sebbene non abbiano alcuna voglia di contrastarlo seriamente. Anzi!

Perché la Germania non alza la voce con l’Italia sulla manovra e la BCE prepara la retromarcia sul QE

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari