Alzare il deficit al 2,4% non è il vero problema, semmai cosa farne preoccupa i mercati

Non c'è crescita nella manovra di bilancio e il deficit salirà solo per la spesa assistenziale. Questo preoccupa Europa e mercati, non tanto l'aumento del disavanzo fiscale in sé.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Non c'è crescita nella manovra di bilancio e il deficit salirà solo per la spesa assistenziale. Questo preoccupa Europa e mercati, non tanto l'aumento del disavanzo fiscale in sé.

La lettera con cui il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha risposto alle spiegazioni sollecitate dalla Commissione europea sulla manovra di bilancio può sintetizzarsi in due parole: “no, grazie”. Di cambiare la legge di Stabilità e i suoi obiettivi non se ne parla. Il responsabile del Tesoro ha spiegato in poche ed efficaci righe le ragioni, tra cui le condizioni “eccezionali” in cui versa l’Italia, che non ha ancora recuperato i livelli di pil toccati nel 2007. Ed è un unicum tra le grandi economie ricche del pianeta. Tria lo ha scritto nero su bianco: per abbattere il rapporto debito/pil serve che cresca il denominatore, il pil per l’appunto. Per farlo, si sosterranno gli investimenti.

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In realtà, ciò che non può dire il ministro è che l’Italia ha mancato per l’ennesima volta l’occasione di porre al centro del dibattito europeo la propria strategia per rilanciare l’economia nazionale. Se tutta la baraonda di queste settimane fosse servita per spingere i commissari a prendere atto che l’Italia si stia grecizzando e non abbia intenzione di inabissarsi nei Balcani, ambendo al contrario ad accrescere i propri standard socio-economici, sarebbe stato un successo. Invece, per l’anno prossimo il deficit sarà innalzato al 2,4% del pil, con quello strutturale a peggiorare dello 0,6% contro il -0,1% richiesto da Bruxelles. Tutto questo, nel nome della crescita, a parole. Di fatto, in manovra esiste poco e nulla per far tornare l’Italia a crescere almeno a ritmi prossimi al 2%, tale da recuperare i livelli di ricchezza del 2007 entro il prossimo biennio.

C’è molta assistenza in quell’extra-deficit fissato: reddito di cittadinanza e revisione della legge Fornero valgono insieme 16 miliardi, lo 0,9% del pil. Senza volere entrare nel merito dei due provvedimenti, non sembra che possano smuovere l’economia italiana su un sentiero di crescita, se non saranno accompagnati da un taglio deciso delle tasse su lavoro e imprese, sburocratizzazione radicale, rilancio delle infrastrutture e nuove liberalizzazioni. Non ci sono stanziamenti in favore del capitolo costruzioni, settore tipicamente pro-ciclico, che farebbe fruttare all’impatto e in misura potenzialmente elevata ogni euro messo a disposizione, magari in forma di incentivi fiscali, il solo capace di rilanciare l’occupazione in pochi mesi, creando posti di lavoro e alimentando il pil, con effetti benefici quasi istantanei sul gettito fiscale.

C’è sfiducia tra gli italiani

Oggi come oggi, anche se staccassimo un assegno e lo inviassimo nelle case di tutti gli italiani non potremmo confidare con certezza in un aumento dei consumi, tanta è la sfiducia verso lo stato dell’economia, tra famiglie alle prese con l’assillo dell’assenza di un lavoro (specie per i figli) e molte altre con bassi stipendi. Unimpresa ha stimato che nell’ultimo anno, al 31 agosto scorso, la raccolta bancaria tra famiglie e imprese è aumentata di 30,2 miliardi, di cui 26,1 miliardi grazie alle prime. Considerando anche i fondi delle aziende e le disponibilità liquide delle onlus, il saldo positivo salirebbe a oltre 46 miliardi. In pratica, non sarebbe complessivamente vero che non ci siano soldi da spendere, semplicemente non vengono spesi. Perché? Chi può, evidentemente, preferisce risparmiare e tenere da parte il denaro per quelli che gli inglesi chiamano i “rainy days”. Questo significa che serpeggia il timore che lo stato possa spremere i contribuenti più di quanto non faccia, a causa dell’aumento inarrestabile del debito pubblico, e che non si abbiano aspettative positive sull’economia, in particolare, sul mondo del lavoro.

E se le famiglie non consumano, pur a fronte di redditi stagnanti, le imprese non investono, innescando quel circolo vizioso, che da anni ci sta condannando alla non crescita, la quale a sua volta si traduce nell’impossibilità per lo stato di abbattere il debito e di mostrarsi virtuoso con mercati ed Europa. La maledizione si potrebbe spezzare solo spendendo meglio, non di più. Se, poi, si decidesse di spendere effettivamente di più, a maggiore ragione si dovrebbero utilizzare le risorse in deficit puntando su quei capitoli che possano esitare un moltiplicatore fiscale elevato, stimolando la crescita dei consumi, della produzione, del gettito e contribuendo così a creare le condizioni minime per accelerare l’abbattimento del grado di indebitamento pubblico.

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Nulla di tutto questo potrà arrivare dal reddito di cittadinanza, che si limiterà a offrire un supporto finanziario alle famiglie in difficoltà, senza che ciò offra ai beneficiari alcuna prospettiva a cui aggrapparsi nella speranza di vedere migliorate le proprie condizioni materiali nel prossimo futuro. Né le imprese investiranno per il semplice fatto che lo stato sussidierà qualche milione di nuclei familiari per un certo periodo. Insomma, il deficit al 2,4% in sé non sarebbe affatto preoccupante, se fosse il viatico per stimolare la produzione di maggiore ricchezza. Il punto è che staremmo “bruciando” risorse, così come i bonus dell’era Renzi, per distribuire prebende dal sapore elettoralistico, senza che ciò inneschi un qualche processo di sviluppo. Anzi, come in tante manovre passate, si continua ad attingere dalle tasche di chi lavora e produce, quando servirebbe l’esatto contrario.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia