Macron perde il ministro ecologista, ma i suoi guai sono tutti economici

La presidenza Macron naufraga in un mare di malcontento in Francia per le politiche e il carattere del giovane capo dello stato. E dall'economia non arrivano notizie incoraggianti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La presidenza Macron naufraga in un mare di malcontento in Francia per le politiche e il carattere del giovane capo dello stato. E dall'economia non arrivano notizie incoraggianti.

Altro colpo per il presidente Emmanuel Macron in Francia. Il ministro dell’Ambiente, Nicolas Hulot, lunedì sera ha annunciato a sorpresa le dimissioni, senza nemmeno averle preventivamente comunicate al capo dello stato o al governo a cui apparteneva. L’ex star della TV transalpina ha motivato la decisione di lasciare dopo 14 mesi dal suo insediamento, sostenendo che sulle politiche ambientali siano stati compiuti passi in avanti negli ultimi mesi, ma che questi restino insufficienti e la difesa dell’ambiente non sarebbe tra le priorità dell’esecutivo. “Non voglio mentire a me stesso”, ha spiegato. L’uomo, 63 anni, ha condotto tra il 1987 e il 1995 una famosa trasmissione sugli sport estremi, chiamata “Ushuaia”, prima di entrare in politica con i Verdi, candidandosi senza successo per le presidenziali nel 2012 e appoggiando Macron nel 2017.

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Bisogna essere sinceri: i temi ecologisti non sono di quelli che decidono le sorti di una presidenza, per cui all’Eliseo potranno dormire sonni tranquilli da questo punto di vista. Nel caso specifico, però, l’addio di Hulot rischia di creare nuovi contraccolpi negativi per Macron, reduce da un’estate da dimenticare, specie a seguito dell’affaire Benalla, la sua ex guardia del corpo di 26 anni di origini marocchine, scoperto a picchiare un manifestante durante l’1 maggio e a indossare senza alcuna ragione la divisa da poliziotto, nonché a godere di privilegi difficilmente giustificabili con il suo ruolo, come il possesso di un immobile al centro di Parigi e la disponibilità di un budget da 180.000 euro per arredarlo e congiungerlo con un altro appartamento, in modo da formare un unico ambiente da 300 metri quadrati.

Immagine compromessa da scandalo Benalla

L’immagine di Macron, già compromessa da un carattere affatto popolare e da politiche che stanno scontentando entrambi gli schieramenti tradizionali, ne è uscita distrutta. Con le dimissioni di Hulot, però, il presidente si scopre sempre più a sinistra, la parte dell’elettorato maggiormente delusa da questo primo anno abbondante di mandato, caratterizzato da misure economiche liberali, come la riforma della legislazione del lavoro in direzione della flessibilità, il tentativo di riforma delle pensioni per alcune categorie ad oggi privilegiate, tra cui i ferrovieri, tagli alla spesa sociale, riduzione delle imposte sulle imprese e avvio delle privatizzazioni. E anche la politica dell’immigrazione appare inaccettabile per i socialisti che lo avevano appoggiato alle scorse elezioni: toni di accoglienza in Europa e frontiere brindate in patria.

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La gauche e la destra euro-scettica del Rassemblement National (ex Fronte Nazionale) di Marine Le Pen stanno avendo buon gioco a descriverlo come “il presidente dei ricchi”. Dal canto suo, Macron non sta facendo nulla per andare incontro all’opinione pubblica, caratterizzandosi per battute infelici, quasi sempre sprezzanti verso i ceti deboli e chi lo contesta. Stando a un sondaggio Ifop di questi giorni, solo il 34% dei francesi approverebbe la sua azione di governo, mentre ben il 66% la disapproverebbe. Altre rilevazioni, come quella pubblicata dal quotidiano Libération, danno la sua popolarità al minimo record del 36%. Quello che più colpisce di Macron è l’apparente incapacità di arrestare la tendenza negativa e di svoltare. E con le elezioni europee alle porte, da qui alla fine del mandato l’Eliseo potrebbe vedersela davvero brutta, specie se la larga maggioranza centrista iniziasse a scricchiolare.

I problemi arrivano dall’economia

Dicevamo, non saranno i temi ecologisti a infierire su Macron, quanto quelli economici. La narrazione prevalente sinora è stata a lui favorevole. Si è mostrato capace – ha avuto sostanzialmente fortuna – di rinvigorire al 2,2% il tasso di crescita nel 2017, in netta accelerazione dall’1,2% dell’anno precedente. Vero, ma le buone notizie sembrano essere già passate. Per quest’anno, il pil dovrebbe salire dell’1,7%, meno del 2% atteso dal governo, il quale ha fatto sapere nei giorni scorsi che, proprio in virtù del rallentamento in atto, non potrà centrare gli obiettivi sul deficit, che resterà inchiodato al 2,6%, anziché scendere al 2,3%. Per l’anno prossimo, le attese parlano di una crescita all’1,7%, giù dall’1,9% delle precedenti previsioni. Nel primo secondo trimestre di quest’anno, a fronte di una crescita congiunturale stabile allo 0,2%, quella tendenziale è crollata dal 2,2% all’1,7%. Il quadro si completa con una disoccupazione a giugno al 9,2%, solo in lieve calo dal 9,6% di inizio mandato.

Certo, miracoli non ne può fare nessuno sulla Terra, specie in tempi così brevi. Il punto è che risulta sempre più difficile vendere ai francesi riforme impopolari, se quelle sin qui attuate non esitano alcunché di visibilmente positivo. E anche sul fronte europeo, le cose per Macron non si sono messe bene. I primi mesi della presidenza sono stati trascorsi all’insegna della costruzione di un’azione politica di rilancio della Francia nella UE, tanto che la stampa internazionale era arrivata a considerarlo come il vero nuovo leader d’Europa, erede di una declinante Angela Merkel. I fatti raccontano un’altra storia: i suoi propositi di riforma delle istituzioni comunitarie e, in particolare, dell’Eurozona stanno rimanendo affermazioni sulla carta, ma al Consiglio europeo di fine giugno sono state sostanzialmente ignorate dai partner, nonostante avrebbero dovuto attirare l’attenzione di un vertice atteso come di svolta. Al contrario, media e capi di stato e di governo hanno avuto il loro da fare per cercare un compromesso con l’Italia, guidata da poche settimane da un governo euro-scettico, quanto di più lontano politicamente dalla linea macroniana.

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Il presidente francese sta cercando di creare una lista pan-europea per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, ma sinora ha trovato come unici alleati certi solo i centristi spagnoli di Ciudadanos, mentre con il PD è stato annodato il filo del dialogo, ma resta il fatto che i dem italiani formalmente appartengono al gruppo socialista. Se fino a tempo fa era corsa nel Vecchio Continente a mostrarsi vicini a Macron, adesso tutti o quasi hanno fiutato l’aria che tira. Il 40-enne capo di stato è percepito come parte del sistema contro cui una fetta notevole di elettorato in Europa si sta rivoltando alle urne. L’asse franco-tedesco, che pure tiene, non si mostra più capace di guidare alcunché, sorretto da due leader deboli, sconfessati dalle rispettive opinioni pubbliche. Il rallentamento in atto dell’economia nell’Eurozona non è certo una buona notizia per il francese, che dovrà cercare di risalire la china dei consensi proprio mostrando qualche risultato positivo su occupazione e crescita. Una ragione in più per credere che la pressione sulla BCE, affinché non molli gli stimoli monetari, si farà sempre più forte nei prossimi mesi. Nemmeno Parigi può permettersi decimali di espansione in meno di pil.

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Argomenti: Economie Europa, Francia, Politica, Politica Europa