E se la presidenza Macron portasse i populisti all’Eliseo sul modello Salvini-Di Maio?

Ecco perché la presidenza Macron in Francia potrebbe spalancare le porte dell'Eliseo ai populisti e cosa potrebbe bollire in pentola a Parigi dopo lo scandalo Benalla.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco perché la presidenza Macron in Francia potrebbe spalancare le porte dell'Eliseo ai populisti e cosa potrebbe bollire in pentola a Parigi dopo lo scandalo Benalla.

Lo scandalo Benalla non accenna a sgonfiarsi in Francia, anzi ha aperto già diversi fronti: quello più gossiparo, apparentemente innocuo sul piano politico-istituzionale, ma pericoloso su quello dei consensi; un profilo prettamente giudiziario, con accuse trasversali al presidente Emmanuel Macron di avere coperto o almeno minimizzato i numerosi abusi perpetrati dalla sua guardia del corpo, nonché di avere istituito un corpo di sicurezza “paramilitare” e ignoto persino alle forze dell’ordine ufficiali; uno di stampo politico, con la sempre maggiore distanza tra paese reale ed Eliseo, quando sono trascorsi appena 14 mesi e mezzo dalla strepitosa vittoria alle presidenziali.

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A differenza dell’Italia, Macron non corre il rischio di cadere sullo scandalo Benalla, non dovendo godere della maggioranza parlamentare, tranne che nell’ipotesi molto improbabile che emergessero a suo carico profili di responsabilità penale e persino di tradimento della Repubblica. Non pare che sia questo il caso, per cui la presidenza dovrebbe reggere fino alla scadenza naturale del 2022. Tuttavia, non per questo la Francia sarà al riparo da un’eventuale crisi politica e istituzionale similmente a quella vissuta dall’Italia con il rinnovo del Parlamento a marzo. Da noi, l’assenza di una maggioranza chiara nelle due Camere ha spalancato le porte a un’inedita alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle, provocando la fine del sistema politico che aveva retto le sorti della Seconda Repubblica. Via gli europeisti dal governo, spazzati via da forze euro-scettiche.

In Francia, saremmo ben lungi da un simile scenario. Nonostante la popolarità di cui gode personalmente e la forza stessa dell’ex Fronte Nazionale, ribattezzato di recente Ressemblement National, Marine Le Pen ha subito una dura sconfitta al ballottaggio contro il leader centrista, segnalando come la classe media transalpina non se la senta ancora di eleggere un capo dello stato euro-scettico. Ma Le Pen è ora all’opposizione di quello che sembra il più impopolare presidente della Quinta Repubblica, almeno in questa fase del mandato. Dalla sua, ha la debolezza dei Républicains, che hanno da poco eletto un nuovo leader, ma che rischia di fare la fine di Forza Italia a Roma. Riuscirà ad accreditarsi tra l’elettorato più centrista? La vera domanda, in verità, non sembra essere nemmeno questa, bensì un’altra: Parigi seguirà l’esempio di Roma?

L’esempio dell’Italia per la Francia

In un’intervista concessa pochi giorni fa a Libero, la “dama nera” di Francia ha invitato gli italiani a non fare la facile equazione Macron uguale francesi, sostenendo che grossa parte dell’opinione pubblica transalpina vedrebbe con simpatia l’esperimento politico di casa nostra e sarebbe rimasta scioccata da uno scenario che non riteneva fosse possibile si realizzasse. E ha aggiunto che l’Italia avrebbe oggi il merito di illuminare la Francia e il resto d’Europa sulla strada da seguire per vincere contro le élite e gli apparati europei. Già, ma a Parigi non esiste un Movimento 5 Stelle con cui i lepenisti potrebbero convergere. O sì? In realtà, pur nella diversità del quadro istituzionale e politico, anche la Francia ha i suoi grillini, pur marcatamente di sinistra: parliamo di quella France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, che ottenne il 19% al primo turno delle presidenziali di un anno fa, tutto a raccolto a discapito dei socialisti, e i cui elettori si sono in gran parte astenuti per non votare né Macron e né Le Pen al ballottaggio. Molti di loro, in realtà, avrebbero visto di buon occhio la seconda sulla maggiore affinità sui temi sociali, ma continuano a restare terrorizzati da quelli che considerano il suo razzismo e il pericolo fascista.

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Ma un anno fa, Le Pen e Mélenchon erano avversari senza alcun percorso comune seguito all’interno delle istituzioni. Oggi, hanno già alle spalle 14 mesi di opposizione all’insegna pressappoco degli stessi temi, a parte il capitolo immigrazione. E lo scandalo Benalla li sta ponendo in Parlamento sulle stesse posizioni contro l’Eliseo. Avete presente com’è nata l’alleanza di governo Lega-5 Stelle? Non a maggio sulla stipula del famoso contratto; quella è stata pura e semplice sceneggiata politica per fare digerire ai rispettivi elettorati la prospettiva di una maggioranza insieme. Essa è stata costruita in 5 anni di mozioni e opposizione comuni in Parlamento contro i governi del PD, specie contro Matteo Renzi. E Macron sembra proprio una fotocopia del renzismo in salsa francese, imitandone sia i tratti riformatori, sia l’arroganza caratteriale. L’alleanza Le Pen-Mélenchon, che oggi sembra fanta-politica, potrebbe essere considerata quasi naturale alle prossime elezioni presidenziali, quando 5 anni di macronismo avranno unito due elettorati apparentemente inconciliabili tra di loro sulla volontà comune di opporsi alle riforme “neoliberiste” dell’Eliseo e contro lo smantellamento dello stato sociale. Che volete che saranno le divergenze ideologiche più spiccate, a quel punto?

Senza volere scadere nel complottismo, se Macron dovesse seguire la china di Renzi, non è detto che il sistema politico-istituzionale francese non trovi il modo di dargli il benservito prima della scadenza ufficiale per il suo mandato. L’uomo è stato un abile raccoglitore di consensi in un clima di crisi dell’establishment, ma non si è mostrato capace di compiere passi in avanti verso quella silente maggioranza di francesi, che oggi sembra non tollerarlo. Continuare a collezionare gaffe e ritenere che elezioni lontane garantiscano tutto il tempo per recuperare il consenso necessario per vincere di nuovo appare un errore, che qualcuno in Italia ha pagato carissimo, anche perché in un mondo ormai de-ideologizzato, le alleanze non sono più scontate e preconfezionate come un tempo e le fanno alle urne gli elettori, spesso in misura imprevedibile. Del resto, il superamento della dicotomia storica destra-sinistra è sempre stato un cavallo di battaglia della Le Pen, il cui padre nel 2002 sfidò Jacques Chirac al ballottaggio al grido di “socialmente di sinistra, economicamente di destra, ma soprattutto francese”.

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Argomenti: Politica, Politica Europa