La stella di Macron si è già eclissata, Frau Merkel è finita e l’Europa non ha una guida

L'asse franco-tedesco tiene, ma è debole. Macron e Merkel sono due leader in caduta e ciò non è un male per l'Italia. Ricomposizione delle alleanze in vista?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'asse franco-tedesco tiene, ma è debole. Macron e Merkel sono due leader in caduta e ciò non è un male per l'Italia. Ricomposizione delle alleanze in vista?

Quando il 7 maggio dello scorso anno risuonavano al Louvre le note dell’Inno alla Gioia, mentre il neo-eletto presidente Emmanuel Macron inscenava una trionfante passeggiata tra bandiere della UE, a Bruxelles e presso le altre capitali europee sembrò che il maggiore pericolo, quello di una vittoria di Marine Le Pen, fosse stato almeno scampato. Qualcuno commentò che sarebbe stato l’inizio della ritirata del populismo euro-scettico. Invece, le cose sono andate assai diversamente dalle speranze di molti. L’Italia ha visto crollare tutte le formazioni europeiste e stravincere quelle euro-scettiche a marzo. L’impensabile governo anti-establishment è diventato realtà a Roma da un paio di mesi, mentre già nel settembre scorso gli elettori tedeschi bocciavano i due partiti-perno del sistema politico nazionale, ai minimi termini da 80 anni a questa parte. La cancelliera Angela Merkel si è vista costretta a formare il suo terzo governo di Grosse Koalition, ma solo per assenze di alternative, mentre alla sua destra sono esplosi elettoralmente gli euro-scettici dell’AfD e i liberali della FDP, anch’essi severi contro Bruxelles, sono riusciti a raddoppiare i consensi rispetto al 2013, tornando al Bundestag.

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Macron ha potuto approfittare della debole leadership merkeliana, girando in lungo e in largo l’Europa come nuovo punto di riferimento per i destini politici del continente, facendosi ricevere in pompa magna persino alla Casa Bianca da un anti-tedesco Donald Trump e facendo il bello e il cattivo tempo anche con il russo Vladimir Putin. I primi passi compiuti dall’ingresso all’Eliseo furono subito all’insegna delle riforme, di cui Parigi aveva e ha bisogno più di altre economie, Italia compresa, partendo da molto indietro. E, però, nonostante il trionfo elettorale, centrato in appena 9 mesi dalla nascita del suo movimento En Marche!, la popolarità non ha accompagnato mai Macron sin dal suo insediamento, come se ad eleggerlo alla presidenza fosse stato un popolo alieno.

Il non leader Macron

L’attuale 40-enne capo dello stato si è mostrato ad oggi incapace di fare breccia nei cuori dei francesi, stabilendo subito un rapporto distaccato e polemico con l’opinione pubblica e la stampa, che pure lo aveva osannato durante la corsa all’Eliseo. Anziché smentire con i fatti e i comportamenti i dubbi sul suo carattere elitario, li ha confermati tutti in pieno, inveendo contro cittadini comuni e tacciandoli con epiteti che sembrano ricordare più un modus pensandi dell’aristocrazia dell’ancien régime che un leader di impronta liberale. Molti socialisti si sono pentiti di averlo votato e assecondato, mentre a destra il vero argine alla sua popolarità è rappresentato dalla Le Pen, che cerca di proporsi come alternativa non più radicale, per quanto ugualmente euro-scettica, incoraggiata da quanto sta avvenendo in Italia.

Al Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso, Macron avrebbe dovuto dominare il consesso con le sue proposte per riformare l’Eurozona. E’ finita che, pur avendo evitato una rottura con la Germania, a prevalere sono state le divisioni, specie sul capitolo migranti, nonché la polemica con l’Italia del premier Giuseppe Conte. Gli attacchi verbali del francese all’indirizzo del vice-premier Matteo Salvini, in particolare, tradiscono due volontà: accreditarsi in Europa quale unico leader capace di raccogliere l’eredità dell’europeismo, mai così debole e sotto attacco; sventare sul nascere il rischio che la terza economia dell’area non si adegui ai diktat dell’asse franco-tedesco o cerchi, addirittura, di portare avanti alleanze e una linea autonome. Sarebbe inaccettabile per l’onnipresente spirito di grandeur della Francia.

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L’asse franco-tedesco è debole

L’asse franco-tedesco esiste ancora, ma il fatto che se ne parli di meno segnala semplicemente che conta quel che conta. Parigi e Berlino suonano uno spartito che in pochi ascoltano. I due leader lo hanno capito e stanno reagendo in maniera opposta: cercando di ricomporre il dissenso la Merkel, inveendo contro i “lebbrosi” Macron. Si è sempre detto che la prima non sia stata mai una vera leader, incapace di uscire fuori da logiche e interessi tedeschi. E’ in buona parte vero, anche perché il centro-destra da lei guidato sin dalla fine degli anni Novanta usa toni e avanza proposte, che altrove verrebbero tacciati di euro-scetticismo. In verità, Mutti svela le ambiguità di una Germania, al contempo prima economia europea e unica grande creditrice. I tedeschi hanno bisogno della UE e dell’euro, ma non hanno voglia di sobbarcarsene i rischi, limitandosi a una generosa contribuzione. Macron del leader non ne ha il carattere. E’ un personaggio profondamente divisivo, non accetta diversità di pensiero e trasuda di cultura tecnocratica, che è oggi l’esatto contrario di quello che reclamano i popoli.

Senza una guida, la UE resta esposta in balia degli eventi. Si sostiene che ciò sarebbe un male per l’Italia, che avremmo bisogno di confrontarci con una Bruxelles politicamente più spalleggiata dalle due capitali principali. Analisi tra il falso e il tendenzioso, se è vero che proprio la Commissione europea a trazione franco-tedesca ha mostrato severità di giudizio con Roma, chiudendo gli occhi dinnanzi all’assenza di riforme e risanamento di altre economie dell’Eurozona, come proprio la Francia e, in parte, la Spagna. L’asse franco-tedesco non è certo nato per coinvolgere l’Italia nella costruzione europea, altrimenti lo avremmo chiamato asse italo-franco-tedesco. La disarticolazione delle alleanze, anche storiche, non potrà che essere un fatto positivo per l’interesse italiano, anche se Parigi e Berlino non sembrano intenzionate a rompere tra loro.

Molto dipenderà da cosa accadrà in Germania dopo l’estate. Tra elezioni in Baviera e quelle europee tra 10 mesi, la fine dell’era Merkel sarebbe vicina. Dopo di lei, il centro-destra sarebbe in mano a politici spostati più a destra, ovvero più vicini alle posizioni attuali di Roma sul tema dei migranti e dell’allergia a ulteriori cessioni di sovranità verso la UE. Se il rinnovo dell’Europarlamento dovesse sancire la debolezza delle formazioni europeiste e l’ascesa di quelle euro-scettiche, con il PPE in preda alla scalata del premier ungherese Viktor Orban e compagni, la geopolitica muterebbe repentinamente e la Germania stessa verrebbe travolta dal cambiamento. A quel punto, la vicinanza con l’Austria, schierata anch’essa criticamente contro Bruxelles, non escluderebbe la creazione di fatto di un asse nuovo, con la Francia di Macron, già oggi esterno ai due principali schieramenti politici, a rimanerne fuori. Del resto, non sarebbe una reale novità: la Triplice Alleanza di fine Ottocento nacque tra gli stessi protagonisti. E allora all’Italia (e alla Francia) andò bene, a tedeschi e austriaci molto meno.

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