Banche, ora fanno paura i coco bond. Qual è la situazione in Italia?

Paura sui mercati per i co.co.bond, le obbligazioni subordinate più rischiose emesse dalle banche. E in Italia come siamo messi?

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Paura sui mercati per i co.co.bond, le obbligazioni subordinate più rischiose emesse dalle banche. E in Italia come siamo messi?

Le banche sono ancora al centro delle tensioni sui mercati finanziari e ieri, sebbene i titoli degli istituti quotati a Piazza Affari siano andati travolti, il panico non ha riguardato essenzialmente l’Italia, bensì l’affidabile Germania. Sì, perché è iniziato a serpeggiare il timore tra gli investitori, che Deutsche Bank, la prima banca tedesca, non sarà in grado di rimborsare alcune obbligazioni. In particolare, l’allarme è scattato intorno ai cosiddetti “co.co.bond”, che a dispetto della denominazione apparentemente esotica, rappresentano titoli molto rischiosi per chi li ha acquistati. I co.co.bond stanno per “convertible contingent bonds”, ovvero per “obbligazioni convertibili (in azioni) all’occorrenza”. Spieghiamoci meglio. Le banche devono possedere un patrimonio di vigilanza minimo, al di sotto del quale non possono scendere, stando non solo ai requisiti imposti al livello nazionale ed europeo, bensì pure alle previsioni impartite dal Comitato di Basilea III, che entreranno in vigore dal 2019.

Co.co.bond sono titoli rischiosissimi

Ora, le obbligazioni rappresentano per le banche uno strumento di finanziamento, di raccolta del risparmio sul mercato, da impiegare per esigenze finanziarie proprie o per gli impieghi. Tuttavia, esse sono debiti e, in quanto tali, abbassano il livello del patrimonio di vigilanza. E così, con lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, l’ingegneria degli istituti si è messa in moto e ha inventato i cosiddetti titoli “ibridi”, ovvero obbligazioni, che al verificarsi di eventi fissati nel contratto di emissione (“triggers”) consentono alle banche, a loro discrezione insindacabile, di convertire tali titoli in capitale, ovvero in azioni. Di solito, gli eventi che fanno scattare questa facoltà di conversione sono la discesa dell’istituto al di sotto di un dato requisito patrimoniale minimo.

Così facendo, la banca ottiene un doppio risultato: si libera formalmente di un debito e incrementa il capitale, grazie alla conversione. Per l’investitore, però, ciò implica un rischio elevato, perché potrebbe ritrovarsi in possesso di azioni, il cui valore potrebbe essere molto inferiore a quello nominale delle obbligazioni acquistate all’atto dell’emissione o sul mercato secondario. Per questo, i co.co.bond offrono un rendimento generalmente molto più alto delle stesse altre obbligazioni bancarie, arrivando anche al 10% in questi anni. Non male, in epoca di tassi zero. [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]I co.co.bond sono la nuova frontiera del rischio per chi investe, ma niente lacrime da coccodrillo[/tweet_box]      

Il caso Deutsche Bank

Deutsche Bank ha emesso titoli co.co. per 5,5 miliardi di euro senza scadenza, ovvero perpetui. Dopo avere registrato perdite per 7 miliardi di euro, in molti si sono chiesti se sarà in grado di onorare i pagamenti delle cedole. Infatti, non solo naviga in acque finanziarie abbastanza agitate, ma formalmente sarebbe nella possibilità di convertire tali obbligazioni, in quanto il trigger scatta con un Tier 1 inferiore al 5% e attualmente l’istituto ne possiede uno al 3,5%, cioè è meno capitalizzata della soglia minima prefissata per fare scattare la conversione. Nonostante le rassicurazioni, il timore persiste. Il vero problema di Deutsche Bank, se vogliamo essere sinceri, non sono i co.co.bond, bensì l’elevatissima leva finanziaria di quest’istituto, che in borsa capitalizza appena 20 miliardi (quanto Unicredit e meno della metà di Intesa-Sanpaolo), gode di un patrimonio di poco più di 60 miliardi, a fronte del quale ha emesso prodotti derivati per 75.000 miliardi di euro. Sì, avete letto bene: 75 mila miliardi, non abbiamo sbagliato a scrivere. In sostanza, la banca tedesca è esposta per circa 7 volte in più il pil dell’Eurozona! [tweet_box design=”box_09″ float=”none”]Vi immaginate se la Germania salva Deutsche Bank con un intervento pubblico?[/tweet_box]

E le banche italiane?

Aldilà dei problemi dei tedeschi (ci sarà da ridere, se Berlino decidesse di attuare un salvataggio pubblico, negato all’Italia in queste settimane), ci chiediamo quale sia la situazione nel resto d’Europa e, in particolare, in Italia.

Dobbiamo preoccuparci per lo scoppio del bubbone “co.co.bond”? Standard & Poors’ stima che entro il prossimo decennio saranno emessi nel mondo titoli di questo genere per mille miliardi di dollari. L’Italia non farebbe certamente la parte del leone, essendo stimate entro quest’anno a 23,7 miliardi di euro le obbligazioni co.co dei primi 4 istituti. Nel dettaglio, Intesa-Sanpaolo dovrebbe averne emessi per 7,9 miliardi, Unicredit per 7,4, MPS per 4,8 e Ubi Banca per 3,6. Sono cifre relativamente piccole, ma attenzione massima ai rischi e alle condizioni, che farebbero scattare la conversione.      

Rendimenti elevati sono specchio di alto rischio

Le banche italiane risultano oggi adeguatamente patrimonializzate, persino la tanto vituperata MPS, ma la prudenza con questi titoli non è mai troppa e chi intende accettare il rischio, almeno abbia il buon senso di farsi guidare dal rendimento, ovvero quanto più quello offerto è alto, tanto più pericoloso è il titolo acquistato. Se a fronte di un rendimento decennale dei nostri titoli di stato all’1,5-1,6%, una banca vi offre il 6-7%, significa che dietro ci sarebbe una probabilità non bassa di vedervi quanto meno congelati i pagamenti delle cedole, fino ad arrivare all’azzeramento del bond, ove previsto, e/o alla sua conversione. I bond subordinati ammontano a più di 60 miliardi in Italia, ma non tutti godono dello stesso grado di rischio. Quelli co.co. rappresentano certamente l’azzardo più elevato. Certo è, però, che se solo in questi giorni vi siete svegliati e avete deciso di disfarvene, forse è troppo tardi o dovete mettere in conto almeno di subire dalla rivendita una sostanziosa perdita.

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