Bond subordinati, perché i risparmiatori delle banche salvate hanno torto

Il caso degli obbligazionisti subordinati scuote la finanza e l'opinione pubblica, ma la verità è che potrebbero non avere ragione.

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Il caso degli obbligazionisti subordinati scuote la finanza e l'opinione pubblica, ma la verità è che potrebbero non avere ragione.

Scindere la ragione dal sentimento non è forse mai un’operazione semplice, specie se di mezzo ci sono le vite di persone in carne ed ossa. Se, poi, si viene a scoprire che un pensionato della classe media italiana, ultra-sessantenne, si toglie la vita, perché avendo perso i risparmi di una vita di lavoro (110.000 euro!), si sente truffato e “privato della dignità”, si stringe il cuore.

Tuttavia, non è con gli occhi della compassione che possiamo analizzare seriamente quanto accaduto, perché sui salvataggi bancari delle scorse settimane (CariChieti, CariFerrara, Cassa Marche e Banca Etruria) e sulle conseguenze drammatiche per i risparmiatori italiani vanno fatti ragionamenti seri e non impulsivi. Con l’intervento della Banca d’Italia, è stata applicata la nuova disciplina sui salvataggi delle banche, che prevede il coinvolgimento nelle perdite anche (nell’ordine) degli azionisti, degli obbligazionisti subordinati, di quelli ordinari e, infine, dei depositi superiori ai 100 mila euro e solo per la parte eccedente tale soglia.

Bail-in applicato a metà

Non è stata applicata, però, del tutto la nuova disciplina, che entra in vigore dall’1 gennaio prossimo, in quanto altrimenti sarebbe stato necessario intaccare pure i conti correnti e deposito dei risparmiatori. L’operazione ha annullato in un solo colpo bond subordinati per un valore complessivo di 770 milioni di euro, di cui 340 milioni in mano a 10.000 piccoli risparmiatori delle 4 banche. Sono stati anche colpiti 105 mila azionisti, che si sono visti azzerare il valore dei titoli in possesso. Che cosa sono i bond subordinati? Come spiega la stessa espressione, si tratta di obbligazioni “inferiori” ad altre. In che senso? Come si legge nel prospetto informativo allegato sempre alla loro emissione, sono titoli rimborsabili solo successivamente ai bond ordinari, nel caso di fallimento o di liquidazione dell’istituto.        

Cedola bond bassa? Peggio per chi lo compra

In sostanza, se la banca fallisce, vengono rimborsati prima i detentori delle obbligazioni ordinarie, mentre gli obbligazionisti subordinati saranno soddisfatti solo se restano risorse attive e probabilmente solo per una parte del valore nominale dei bond acquistati.

A causa di questo maggiore rischio, le cedole staccate da questi titoli sono chiaramente più elevate di quelle offerte dai bond ordinari, altrimenti non registrerebbero sufficiente domanda sul mercato. Ora, è verissimo che i prospetti informativi non siano sempre chiari e che utilizzino spesso una terminologia troppo tecnica e in molti casi anglofona, che risulta difficile da comprendere ai più. Ma se un contratto mi è poco chiaro e lo firmo ugualmente, di chi è la colpa? In questi giorni abbiamo anche assistito a una lamentela da parte delle associazioni in difesa dei risparmiatori, secondo la quale non solo le informazioni fornite dagli istituti coinvolti sui titoli sarebbero state carenti (tutto da accertare, sia chiaro), ma anche che le cedole non avrebbero remunerato adeguatamente il rischio. L’esempio più citato è quello di Banca Etruria, che nel 2013 ha emesso un bond subordinato con cedola al 3,50%, quando il costo del suo capitale era a doppia cifra in quei mesi. Da qui l’accusa: l’istituto toscano avrebbe “truffato” gli obbligazionisti, offrendo loro meno di quanto avrebbe dovuto.        

Rendimenti bond subordinati mediamente più alti, perché più rischiosi

Altra domanda: per caso Banca Etruria o le altre 3 banche salvate hanno puntato la pistola alle tempie dei risparmiatori per costringerli a firmare? Quand’anche fosse vero che la cedola sia stata inadeguata a remunerare il rischio, in assenza di un rendimento minimo imposto per via legale, non si vede dove sia lo scandalo. Migliaia di risparmiatori hanno acquistato prodotti poco remunerativi, considerato il grado di rischio, ma ciò semmai depone in loro sfavore, in quanto avrebbero dimostrato scarsa avvedutezza e spregiudicatezza nel lanciarsi in questi investimenti, magari perché comunque più allettanti della sottoscrizione di bond ordinari dai rendimenti ancora più bassi. Il libero mercato funziona così: io compro e vendo al prezzo che voglio. Se offro poco o chiedo troppo, sarò tagliato fuori; se compro a un dato prezzo, ne accetto liberamente la valutazione e non posso recriminare successivamente di avere spesso di più di quanto avrei dovuto, tranne che chi mi abbia venduto il bene non mi abbia nascosto qualche informazione determinante ai fini della compravendita.

Siamo in questa casistica? Vedremo. Non è emerso ad oggi che le banche oggetto dei salvataggi abbiano in alcun modo truffato nessuno. I risparmiatori sono stati sfortunati nell’avere affidato il loro denaro a istituti che non immaginavano che sarebbero andati in crisi nei mesi e negli anni successivi; ma forse, oltre alla sfortuna, anche la poca prudenza ha giocato un ruolo determinante nella faccenda. Chi, al contrario del caso Banca Etruria, ha acquistato bond subordinati con alte cedole, evidentemente lo ha fatto per lucrare, pur sapendo di andare incontro a un rischio maggiore.        

Giusto salvare chi ha fatto un cattivo investimento?

Ora, sarebbe corretto salvare con soldi pubblici (quale che sia il meccanismo) chi si è lanciato in un azzardo, pur sapendo di rischiare? Non c’è il pericolo che l’intervento pubblico incentivi simili condotte poco prudenti per il futuro? Perché mai dovrei accontentarmi di una cedola bassa di un bond mediamente sicuro, quando posso ottenere un rendimento più elevato da un investimento più rischioso, che comunque mi sarebbe coperto dallo stato, nel caso le cose andassero storte? Il caso dei bond subordinati dimostra non tanto la cattiva gestione delle banche in oggetto, bensì che molti italiani continuino a improvvisarsi novelli finanzieri, salvo pretendere di essere trattati giuridicamente al pari dei BoT-people, come se fossero titolari di un libretto di risparmio postale. Sarebbe il caso che chi sia avversa al rischio, si tenga lontano da certi strumenti finanziari complessi, perché dal prossimo mese non saranno così certi nemmeno i grossi conti in banca.  

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