Bad bank, la questione del prezzo di acquisto dei crediti e degli aiuti di stato

La Commissione europea resta diffidente sull'ipotesi di una "bad bank" italiana, che appioppi allo stato i crediti dubbi delle banche. Si tratterebbe di un aiuto di stato.

di , pubblicato il
La Commissione europea resta diffidente sull'ipotesi di una

Torna a fare discutere da qualche settimana a questa parte la questione della “bad bank” (letteralmente, “banca cattiva”), ovvero il veicolo ipotizzato dal governo italiano e partecipato dallo stato, nel quale confluirebbe parte dei crediti deteriorati delle banche italiane. Le indiscrezioni vorrebbero che, a fronte di crediti dubbi stimati in 320 miliardi di euro (il 20% del pil), la “bad bank” semi-pubblica si accollerebbe una sessantina di miliardi. Tuttavia, la Commissione europea considera tali strumenti un aiuto di stato. In realtà, già durante la crisi finanziaria esplosa dal 2008 in poi, diversi governi europei vi hanno fatto ricorso, ma negli ultimi tempi da Bruxelles è arrivata una linea di chiusura sul tema, compatibile anche con le norme sull’Unione bancaria, varate lo scorso anno e recepite dall’Italia, tra gli altri, che cercano di ridurre al minimo il rischio che i costi derivanti dalla ristrutturazione di una banca siano addossati al contribuente, com’è accaduto negli ultimi anni.

Per questo, in audizione al Parlamento italiano, stamattina il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha ribadito la linea della Commissione, ma allo stesso tempo ha aperto alla proposta avanzata dall’Italia, sostenendo di essere ottimista sull’esito finale del confronto tra Bruxelles e Roma e che molto dipende dal prezzo al quale lo stato si caricherebbe tali crediti. La Vestager ha eccepito, però, che contrariamente a quanto accade negli altri paesi, dove i crediti dubbi sono concentrati in qualche settore specifico, in Italia si ha una loro distribuzione molto più diffusa e ciò renderebbe più difficile la creazione di un veicolo che si accolli questi rischi.

Prezzo crediti dubbi deve essere di mercato

La sostanza del ragionamento della UE è la seguente: un credito dubbio di una banca deve essere ceduto a terzi (la “bad bank” semi-pubblica) a prezzi di mercato, ovvero valutando correttamente il rischio insito nell’operazione. Per ipotesi, se stimiamo che un credito di 100 sia riscosso solamente al 30%, dovremmo acquistarlo a un prezzo pari a 30 o meglio un pò inferiore ad esso, in modo da ottenere anche un minimo margine per coprire i costi e per ottenere un profitto.

Se lo stato italiano, quindi, acquistasse i crediti deteriorati delle banche a un prezzo considerato al di sopra di quello di mercato, tale differenza sarebbe ritenuta dalla Commissione un aiuto di stato e corrisponderebbe a un potenziale costo a carico del contribuente italiano. Gli aiuti di stato sono tendenzialmente vietati dalla UE, ma nel nostro caso sorgerebbe una conseguenza ulteriore, perché essendo considerato un salvataggio pubblico, automaticamente la banca sarebbe costretta a fare ricadere sugli stakeholders privati la ricerca delle risorse per colmare il gap di capitale, rispetto ai requisiti minimi necessari. In altri termini, nei limiti dell’8% degli attivi, l’istituto oggetto degli aiuti pubblici dovrebbe chiedere un aumento di capitale agli azionisti, ristrutturare le obbligazioni emesse e, infine, tagliare i depositi dei clienti per la parte eccedente i 100.000 euro.

Il problema dell’azzardo morale

Dunque, la fissazione del prezzo di acquisto dei crediti sarebbe determinante per valutare se l’operazione sia configurabile o meno come aiuto di stato. Ma a questo punto sorge un’altra domanda: se i crediti dovranno essere acquistati ai prezzi di mercato, ma allora che bisogno ci sarebbe di un intervento statale? Non ci penserebbero già i soggetti privati, come le società di factoring, ad accollarsi i crediti delle banche verso terzi? E’ evidente, quindi, che se interverrà lo stato sarà solo per liberare le banche dei prestiti incagliati a prezzi superiori di quelli a cui esse potrebbero venderli ad altri privati. L’operazione sarebbe un trasferimento quasi certo di perdite dagli istituti allo stato, alias i contribuenti. Per il resto, tutti riconoscono che senza una definizione certa delle perdite legate a questi crediti, le banche difficilmente torneranno a concedere finanziamenti alle imprese e alle famiglie, ma che a pagare siano alla fine proprio queste ultime, tramite la fiscalità generale, sembra un’operazione non solo moralmente discutibile, ma anche economicamente poco avveduta. Se le perdite sono a carico dello stato, mentre i profitti restano privati, che incentivo avrà mai una banca a comportarsi rettamente?  

.
Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , ,
>