Due banche italiane le più rischiose tra le prime 30 in Europa per i cds

Le prime 2 banche percepite come più rischiose in Europa sono italiane. Nella "back list" si trovano altri 2 istituti nostrani, mentre il governo continua a polemizzare con la UE sulla flessibilità e spera in una fase di sospensione della normativa sul "bail-in".

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Le prime 2 banche percepite come più rischiose in Europa sono italiane. Nella

Non c’è giorno, che non ci vengano risparmiate cattive notizie sul fronte delle banche italiane, difese ieri a spada tratta dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in Parlamento, quando le ha definite “solide”, notando come siano poco esposte alla Cina e al settore immobiliare e godano nel complesso di garanzie superiori alla media europea. Al contempo, lo stesso Padoan aggiunge la sua voce a quella di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, che la settimana scorsa ha chiesto un periodo di sospensione dell’efficacia delle nuove normative, quelle sul cosiddetto “bail-in”, che prevedono perdite a carico di azionisti, obbligazionisti non garantiti e titolari di conti correnti sopra i 100.000 euro, nei casi di rischio di insolvenza degli istituti.

Sospensione bail-in sarebbe per timore di una crisi bancaria?

Proprio questa richiesta di sospendere la nuova normativa crea il sospetto che il governo Renzi tema che a breve possa crollare qualche altro istituto bancario, dopo quelli già salvati a novembre con un’operazione a carico di azionisti e obbligazionisti subordinati. Che ci siano preoccupazioni per il collasso di MPS? Il titolo vale meno della metà rispetto all’inizio dell’anno e se a novembre il suo bond subordinato con scadenza 2018 viaggiava prossimo alla parità, ieri veniva scambiato intorno ai 54 centesimi, tanto che lo stesso emittente starebbe ipotizzando un riacquisto di tali obbligazioni, il cui controvalore complessivo è di 2,16 miliardi. Ai prezzi attuali, Siena potrebbe risparmiare intorno al miliardo, se tutti i detentori del bond accorressero a rivenderlo alla stessa banca. Che le nostre banche non siano così malmesse, come qualcuno le dipinge, è verissimo. Ieri, Padoan rimarcava come le sofferenze iscritte nei bilanci non siano 201 miliardi, ma 88.

In effetti, al netto delle perdite già segnalate, i crediti sofferenti valgono oggi meno di 89 miliardi. Ma evidentemente, qualcosa non sta funzionando in termini di comunicazione e il problema non riguarda le banche in sé, quanto la percezione del sistema-Paese.        

Rischio percepito è alto

  Dall’inizio dell’anno, i titoli bancari hanno perso il 27%. Ieri, in un altro articolo vi davamo conto dei risultati dei primi 5 gruppi bancari, che hanno “bruciato” in questo primo scorcio di 2016 28 miliardi e il 30% del loro valore di capitalizzazione, scendendo a 65 miliardi in tutto. Piaccia o meno ammetterlo, niente sta frenando la corsa alla vendita dei titoli bancari nostrani, le cui perdite quasi doppiano quelle medie registrate dall’Ftse Mib nello stesso arco di tempo. Sui mercati la percezione può essere spesso tutto e allora un altro grafico, stavolta di Bloomberg, pone seri interrogativi sulla fiducia che gli investitori, specie stranieri, hanno nei confronti del nostro sistema bancario, se è vero che tra le 30 banche più rischiose in Europa, le prime 2 sono italiane. Trattasi di Unicredit e di Mediobanca.

Rendimenti cds banche italiane segnalano timori del mercato

La percezione del rischio è qui espressa attraverso i rendimenti dei “credit default swaps” (cds) a 5 anni, i titoli assicurativi contro il pericolo di un crac dell’emittente i bond. Ebbene, Piazza Cordusio mostra uno spread di ben 425 punti base, seguita da Piazzetta Cuccia con 397 bp. Ciò significa che il mercato considera queste 2 banche le più rischiose d’Europa. Ma non sono le uniche italiane: all’ottavo posto troviamo Intesa-Sanpaolo con uno spread di 297 bp e al nono Assicurazioni Generali con 268 bp. Nelle prime 10 posizioni troviamo anche due colossi tedeschi: Deutsche Bank è sesta con 343 bp e Commerzbank è settima con 318 bp. Ripetiamo, questo grafico non significa che Unicredit e Mediobanca siano effettivamente le 2 banche più rischiose in Europa, ma che siano percepite come tali dal mercato. Nondimeno, si tratta di un brutto colpo per i sostenitori della solidità del nostro sistema, anche perché se gli investitori continuassero a vendere i titoli delle nostre banche, il rischio è che cresca il loro costo di emissione di eventuali nuove azioni e per le obbligazioni, impattando negativamente sui bilanci.

       

Polemiche su flessibilità colpiscono banche italiane

Non giova in favore dei nostri istituti un altro dato: hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli di stato italiani. Fino a qualche anno fa sarebbe stato ridicolo anche solo pensare che questi bond potessero essere fonte di preoccupazione per il mercato, ma in era di monitoraggio dello spread e di crisi dei debiti sovrani sta accadendo persino questo. E qui veniamo a un altro punto cruciale del nostro ragionamento. Queste frizioni al limite delle liti in diretta televisiva tra governo Renzi e Commissione europea sulla flessibilità giovano per caso alla causa delle banche? La risposta è assolutamente no. Gli investitori iniziano a mostrare qualche segno di nervosismo su questo tema, perché anche le ultime stime aggiornate della UE sulla crescita e i conti pubblici dell’Italia non sono rassicuranti. Il nostro paese ha un deficit contenuto, inferiore a quello di Francia e Spagna, solo per citarne la seconda e la quarta economia dell’Eurozona, ma sufficiente a impedire, unitamente a una bassa crescita economica e dell’inflazione, al nostro debito di scendere in relazione al pil. I titoli di stato viaggiano ancora sui massimi di sempre, grazie al sostegno della BCE, tramite il “quantitative easing”, ma quando verrà meno, si scoprirà quale sia il reale grado di fiducia degli investitori dei nostri bond, che rispetto a solamente a 5 anni fa vedono la quota in mani straniere attestarsi a 12 punti percentuali in meno.    

Attenzione alla separazione tra banche commerciali e d’investimento

Oltre tutto, le polemiche sulla flessibilità hanno già avuto un esito negativo per le nostre banche, ossia l’irrigidimento della Commissione europea sul sostegno pubblico alle sofferenze cedute sul mercato. Di fatto, l’accordo trovato a Bruxelles una decina di giorni fa non cambia sostanzialmente alcunché, a causa delle condizioni di cui è stato costellato.

Infine, un altro potenziale pericolo fin qui poco discusso: la proposta di separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Se passasse, torneremmo grosso modo alla situazione precedente la riforma bancaria del governo Amato del 1992, quando in Italia era ancora attuata rigidamente la legge del 1936, che separava, appunto, l’attività più propriamente bancaria da quella finalizzata agli investimenti. Il fatto è che il ritorno al passato creerebbe un problema per i nostri istituti: i 400 miliardi e rotti di titoli di stato detenuti dovrebbero essere appioppati al ramo dedicato all’investment banking, ma con l’inevitabile conseguenza che il loro livello già elevato diverrebbe ancora più immenso, in relazione agli attivi. In altri termini, aumenterebbero le pressioni anche sul piano normativo per una riduzione delle esposizioni delle banche verso i titoli del Tesoro italiano.        

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