Bond subordinati, giusto salvare con soldi pubblici i risparmiatori delle banche?

Soldi pubblici per coprire le perdite degli obbligazionisti subordinati? Vediamo perché sarebbe una cattiva idea.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Soldi pubblici per coprire le perdite degli obbligazionisti subordinati? Vediamo perché sarebbe una cattiva idea.

Continua a scuotere il mercato e l’opinione pubblica il caso dei bond subordinati azzerati delle 4 banche salvate nei giorni scorsi dall’intervento della Banca d’Italia (Banca Etruria, CariFe, CariChieti e Banca Marche), che hanno provocato perdite per complessivi 760 milioni di euro, di cui 431 milioni sarebbero a carico di 10.500 clienti retail, ossia degli investitori privati diversi dagli istituzionali. Via Nazionale ha chiesto, nel fine settimana, che sia varata una legga per vietare la vendita delle obbligazioni bancarie subordinate allo sportello, tramite il direttore generale Salvatore Rossi. Una richiesta discutibile, perché se questi strumenti finanziari fossero considerati rischiosi per il risparmio, allora non si capisce perché l’istituto non abbia agito in precedenza, magari attuando pratiche di “moral suasion”, che in questi casi si mostrano efficaci al pari delle leggi.

Salvataggio banche, rischio contagio

Le 4 banche salvate, sostiene Bankitalia, non sarebbero indicative dello stato di salute del nostro sistema del credito, in quanto corrispondono solamente all’1% dei depositi complessivi. Se ciò è vero, l’effetto contagio di quanto accaduto sarebbe innegabile. In una sola settimana, le azioni MPS hanno perso il 10,5%, mentre quelle Carige il 7,6%. Travolte dalle vendite anche le big, come Unicredit e Intesa, che hanno lasciato sul terreno rispettivamente il 5% e il 4,2%. I problemi non riguardano, però, solo il capitale azionario, bensì pure e, soprattutto, il comparto obbligazionario. I bond di Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, MPS e Banca Carige sono i più colpiti. Si registrerebbe, in particolare, una fuga dei piccoli risparmiatori, mentre gli investitori istituzionali non comprerebbero, lasciando tracollare i prezzi.        

In calo emissioni bond bancari

In Italia, al 30 settembre del 2015, i bond bancari emessi dai nostri istituti ammontavano a un controvalore di 216,9 miliardi di euro, pur in calo di 72,7 miliardi su base annua. Di questi, una sessantina di miliardi risultano subordinati, ovvero rimborsabili solo successivamente ai bond garantiti e quelli coperti, nel caso di liquidazione e fallimento della banca. Le banche italiane, anche nel tentativo di ottemperare ai requisiti di capitale richiesti dalla BCE, hanno via via ridotto le emissioni obbligazionarie, man mano che i bond giungevano a scadenza, puntando sulle azioni, ovvero sul capitale di rischio. In meno di 3 anni, il mercato obbligazionario bancario italiano si è contratto di 165 miliardi, il 10% del nostro pil.

Intervento pubblico per salvare risparmiatori?

Il governo starebbe intervenendo con varie soluzioni per cercare di alleviare parzialmente le perdite degli obbligazionisti. La Commissione europea ha fatto sapere il venerdì scorso di gradire l’ipotesi che sia la Consob a fungere da arbitro nella querelle tra banche e risparmiatori e che questi ultimi avrebbero diritto ad essere risarciti, solo se fosse provato che le prime li avrebbero truffato. Un salvataggio pubblico, in effetti, in Europa non viene visto bene. I bond subordinati sono titoli di credito, ma che presentano caratteristiche simili per certi aspetti agli investimenti azionari. A seconda del tipo di obbligazione, la cedola potrebbe non essere corrisposta nel caso di perdite, essere rinviata, così come il titolo potrebbe non essere rimborsato alla scadenza.        

Intervento pubblico sarebbe discriminatorio

Chi ha investito in questi strumenti, non potrebbe adesso chiedere di essere risarcito con denaro pubblico, quando avrà con ogni probabilità goduto di cedole più elevate della media del mercato, proprio in considerazione del maggiore rischio connesso all’investimento. Non in tutti i casi sembra che le cedole siano state generose, il che non fa venire meno il ragionamento, secondo cui non posso fare ricadere sui contribuenti le perdite derivanti da un mio investimento errato. Se fosse dimostrato che le banche salvate abbiano in un qualche modo truffato i clienti, allora questi ultimi avrebbero semmai titolo per esperire un’azione legale, anche collettiva (“class action”) nei loro confronti, ma il risarcimento con denaro pubblico resterebbe ugualmente fuori dal perimetro delle ipotesi. Quale segnale invierebbe il governo, se decidesse di contribuire con risorse pubbliche, ovvero con i quattrini dei contribuenti, al tamponamento delle perdite degli obbligazionisti? Si alimenterebbe sul mercato un’aspettativa in tal senso anche verso il resto dei bond subordinati emessi dal sistema bancario nazionale, nonostante le norme per il cosiddetto “bail-in” lo vieterebbero da gennaio. Una disparità di trattamento, quindi, tra i risparmiatori soccombenti di oggi e quelli di domani, ma anche tra le varie categorie di investitori-risparmiatori. Perché mai il governo dovrebbe risarcire chi ha subito perdite sui bond bancari e non chi ha investito il proprio denaro verso altre direzioni, come nel settore immobiliare o per l’avvio di un’attività d’impresa? Se il rischio è alla base di ogni investimento, allora si accetta anche l’ipotesi di perdere la scommessa. Se lo stato intervenisse, a questo punto qualsiasi tipo di investitore avrebbe titolo per richiedergli un risarcimento anche parziale per le perdite accusate.        

Le colpe di politica e controllori

D’altra parte, mettersi nei panni del governo non è nemmeno facile. La politica e i controllori (Bankitalia e Consob) hanno la coda di paglia, non essendo intervenuti prima a porre fine a una situazione di deterioramento di parte del sistema bancario locale. Le difficoltà si aggravano, se consideriamo che il padre e il fratello di un importante ministro della Repubblica, Maria Elena Boschi, siano stati fino al giorno del salvataggio, vice-presidente e azionista di Banca Etruria e dirigente al reparto incagli, rispettivamente. Avendo di che farsi perdonare, l’esecutivo cerca di rimediare con i soldi del contribuente a una vicenda che dovrebbe rimanere nell’ambito privato. Il punto è anche che la fuga degli investimenti dalle azioni e le obbligazioni bancarie potrebbe essere così rapace da mettere in difficoltà il mercato del credito, innalzando i costi di rifinanziamento degli istituti e di conseguenza scaricando sulle imprese e le famiglie oneri, proprio in un momento di timido riavvio dei prestiti al settore privato. La polemica tra Italia ed Europa non si limita a questo caso, ma da mesi si ha anche sulla possibile creazione di una “bad bank”, ossia di un veicolo semi-pubblico, che si accollerebbe parte dei crediti dubbi delle banche italiane, in modo da ripulirne i bilanci. Una prassi, che con il nuovo orientamento europeo viene considerato un aiuto di stato, ma che il governo Renzi ritiene necessaria per sbloccare una volta per tutte il credito a famiglie e imprese. Ancora una volta, le banche e chi con loro fa affari scaricherebbero le perdite sui contribuenti.    

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Argomenti: bad bank, bail in, Crisi delle banche, Economia Italia, Governo Renzi