La notizia della settimana, geopolitica e al tempo stesso finanziaria, è stata l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, un annuncio destinato a pesare nel lungo periodo sul mercato mondiale del petrolio. Con i suoi 3,39 milioni di barili al giorno estratti prima che scoppiasse la guerra in Iran, Abu Dhabi incide per una quota dell’offerta mondiale pari al 3%. E questo addio fa scendere il cartello ben sotto il 30% complessivo, riducendo il suo potere di influenza anche dal punto di vista diplomatico. Cosa ancora peggiore, può essere preludio di altre uscite. Già si ventila l’ipotesi del Venezuela, che tra l’altro è stato tra i fondatori dell’organizzazione con sede a Vienna nel 1960.
Anche la Nigeria potrebbe abbandonare, frustrata dalla politica delle quote imposta dai leader sauditi per manovrare i prezzi.
Emirati fuori da OPEC, impatto sul petrolio mondiale
Si sta discutendo molto sulle ragioni di questa uscita degli Emirati dall’OPEC dopo 59 anni e del suo possibile impatto sul petrolio. Ieri, un assaggio di quanto può accadere forse lo si è intravisto. L’Arabia Saudita aveva fissato il prezzo del suo Arab Light per le consegne in Asia a maggio ad un premio record di 19,50 dollari sopra la media delle quotazioni di Oman e Dubai. Per le consegne a giugno, invece, starebbe riducendo tale premio a 5-12 dollari al massimo.
Sebbene tali dati non siano strettamente correlati con l’annuncio di Abu Dhabi, riflettendo più logiche di mercato, sarebbero una spia di quanto può accadere a seguito di una maggiore concorrenza esterna al cartello. E questo scenario porterebbe a una volatilità dei prezzi maggiore a quella a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Riad ha perseguito una politica di stabilizzazione del mercato: quando i prezzi salivano troppo, aumentava l’offerta; quando scendevano sotto i livelli di guardia, la riduceva imponendo quote di produzione massime ai membri dell’OPEC.
Scontro tra alleati per diverso modello di sviluppo
In teoria, questa policy fa bene a tutti i produttori. Il giusto mix tra livelli di produzione e prezzi in un mercato oligopolistico consente a ciascuno di massimizzare il profitto. Nella realtà dei fatti, le cose vanno sempre diversamente. Il fabbisogno di liquidità varia notevolmente da stato a stato. C’è chi può permettersi di contrarre la produzione per esportare a prezzi più alti, c’è chi no. Gli Emirati Arabi Uniti sono paradossalmente tra coloro che possono permettersi il lusso di pazientare. Secondo le stime, essi riuscirebbero a far quadrare i conti pubblici anche con un prezzo medio di vendita appena sotto i 50 dollari al barile. Invece, i sauditi hanno bisogno di quotazioni anche superiori ai 90 dollari per tenere il bilancio statale in pareggio.
Non è un fatto di costi, bensì di impiego delle risorse petrolifere. Il regno ha ancora entrate pubbliche largamente dipendenti dagli idrocarburi, mentre gli Emirati beneficiano di un’economia molto più diversificata. E starebbe qui la differenza che ha portato alla loro uscita dall’OPEC.
Poiché per loro il petrolio non è una risorsa così centrale come per i vicini della penisola, non hanno intenzione di vincolarsi a una politica tesa a tenerne i prezzi alti nel lungo periodo.
Crisi del modello Dubai impone scelte drastiche
Gli Emirati vogliono massimizzare le entrate ora, estraendo di più e anche a prezzi più bassi di oggi (al netto dell’effetto bellico). Con i proventi, essi puntano a portare avanti quella modernizzazione per i quali sono diventati celebri nel mondo attraverso il famigerato “modello Dubai“. Una scelta tanto più necessaria, ora che quel modello è entrato in crisi d’immagine a causa degli attacchi dell’Iran. L’Arabia Saudita avverte l’esigenza di diversificare la propria economia con investimenti anche stratosferici e percepiti spesso all’estero come stravaganti. E per farlo ha bisogno di entrate stabili negli anni, ottenibili con una politica di stabilizzazione del mercato petrolifero.
L’uscita dall’OPEC degli Emirati Arabi è stata la conseguenza di un approccio differente al tema dello sviluppo economico. La geopolitica non sarebbe stata indifferente in tale scelta. Gli Stati Uniti sono storici alleati di entrambi i Paesi del Golfo Persico, ma vedono molto negativamente l’influenza dell’OPEC sul mercato del petrolio. Potrebbero avere persuaso Abu Dhabi a stringersi a loro nella lotta al cartello, garantendo al contempo aiuti con la swap line in dollari richiesta nei giorni scorsi e maggiore sicurezza in futuro rispetto alle tensioni nell’area.
Emirati fuori dall’OPEC: più petrolio nella sfera occidentale?
A tale proposito, gli Emirati hanno la necessità più dei sauditi di sottrarsi al potere di ricatto iraniano su Hormuz. A differenza dei secondi, non posseggono infrastrutture terrestri sviluppate per il trasporto di petrolio. E non vogliono sottostare eventualmente alle decisioni dell’OPEC circa l’utilizzo o meno delle vie alternative al mare. Fatto sta che, sommata la loro produzione a quella americana, ci sono oggi 17 milioni di barili al giorno sotto l’influenza di Washington e a cui possiamo già sommare oltre 1 milione del Venezuela, la cui capacità massima nel lungo periodo triplicherebbe. E se ancora sommiamo Canada e Messico, arriviamo fino a circa 25 milioni. Un livello non dissimile da quello dell’OPEC senza Emirati (e Venezuela).
In pratica, quanto è accaduto con l’annuncio di martedì 28 aprile assume un significato geopolitico ben preciso: l’amministrazione Trump gioca al “divide et impera”, nel Golfo Persico come altrove. D’altra parte, la guerra contro l’Iran è stata scatenata con questo identico obiettivo, ossia sottrarre energia alla Cina per attirarla all’area occidentale. Ciò spiega anche il blitz anti-Maduro del 3 gennaio scorso. La Casa Bianca vuole lottare ad armi pari con i suoi nemici di Cina e Russia, ritagliandosi un mercato delle materie prime sufficientemente grande da soddisfare la domanda americana e possibilmente degli alleati. Indebolire o abbattere l’OPEC risulta necessario per riscrivere le regole del nuovo ordine mondiale a proprio favore.
giuseppe.timpone@investireoggi.it