La FED si tiene pronta a soccorrere gli Emirati Arabi Uniti con una “swap line” in dollari. E anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha prospettato questa possibilità, venerdì scorso, ampliandola a tutti gli alleati del Golfo Persico. Un’ipotesi lanciata pochi giorni fa dal governatore centrale emiratino, Khaled Mohamed Balama, il quale rimarcava la condizione di stress finanziaria patita dal suo Paese a causa della guerra in Iran. Immediata la risposta del presidente americano Donald Trump: “se hanno problemi, ci siamo”.
Swap line alla FED: Golfo Persico batte cassa
L’inquilino della Casa Bianca ha anche rimarcato che queste richieste di aiuto sarebbero “un testamento del dominio del dollaro” e la conferma delle “difficoltà di crescita dei sistemi di pagamento alternativi”. La realtà è un tantino più complessa di così. La “swap line” richiesta alla FED svela il clima tutt’altro che positivo attorno all’azione militare di USA e Israele contro l’Iran.
La chiusura dello Stretto di Hormuz sta impedendo agli stati dell’area di esportare gas e petrolio. E le tensioni stanno decimando gli afflussi di turisti e investitori stranieri, tant’è che da mesi si parla di crisi del modello Dubai.
Cos’è, anzitutto, la “swap line” richiesta alla FED? Si tratta di un accordo di reciproca assistenza con cui due banche centrali si prestano aiuto nei casi di difficoltà finanziarie. Nello specifico, l’istituto americano presta dollari alla banca centrale che teme di restarne a corto. E lo fa al tasso di cambio corrente per un determinato periodo di tempo, trascorso il quale la banca centrale soccorsa restituisce il prestito con gli interessi e allo stesso tasso di cambio iniziale.
In questo modo, non solo la crisi viene possibilmente sventata con l’immissione di dollari nel sistema, ma si elimina il rischio che la banca centrale soccorsa debba restituire il prestito ad un tasso di cambio nel frattempo svalutatosi, cioè a condizioni peggiori. Gli Emirati Arabi Uniti adottano un cambio fisso o “peg” contro il dollaro a 3,67 dirham. La cosa curiosa è che dispongono di riserve valutarie abbondanti, stimate in 270 miliardi di dollari. E nel complesso, i suoi fondi sovrani gestiscono asset per circa 3.000 miliardi. Tutto sono fuorché uno stato sull’orlo del collasso finanziario.
Timori negli USA per volatilità asset
E allora cosa ci sarebbe sotto la richiesta di swap line alla FED? Gli stati del Golfo posseggono complessivamente fondi sovrani per 5.000 miliardi di dollari. Questi sono alimentati dai proventi di petrolio e gas, investiti sui mercati internazionali per generare reddito. Gran parte di tali asset sono poco liquidi, ragione per cui la loro vendita per fare cassa provocherebbe contraccolpi non indifferenti. Gli Stati Uniti temono proprio questo effetto negativo sul dollaro e, in generale, sul loro sistema finanziario. Se Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrein, ecc., iniziassero a vendere asset per rimpinguare le loro casse di dollari, a farne le spese sarebbero principalmente i Treasury, così come Wall Street e il mercato immobiliare di lusso.
Non c’è solo una questione geopolitica dietro la pronta risposta positiva di Washington agli Emirati Arabi. Si cela nel governo americano il timore di un “Truss effect“, cioè a un sell-off dall’impatto simile a quello che nell’autunno del 2022 portò alla caduta del governo conservatore britannico, rimasto in carica per appena un mese e mezzo. E dal canto loro, con lo swap line alla FED gli alleati del Golfo vogliono segnalare all’amministrazione Trump che la loro pazienza non è infinita. Sarebbero i più felici di sbarazzarsi del regime iraniano, ma non fino al punto che le loro economie collassino per l’azzeramento delle esportazioni.
Segnale geopolitico per Washington
E dire che tra Abu Dhabi, Qatar e Kuwait sono stati emessi 9,5 miliardi di dollari di bond dall’inizio della guerra in Iran. Un modo per rimpinguare le casse statali, pur a debito. Altri 4,5 miliardi sono stati raccolti da entità semi-sovrane e private, portando le emissioni totali nell’area a poco più di 14 miliardi. C’è tutta la sensazione che la swap line richiesta alla FED sia più un segnale (geo)politico che una esigenza impellenza. Gli Emirati sono stati lapalissiani in tal senso: senza aiuti, potremmo trovarci costretti ad accettare i pagamenti del petrolio in yuan. Cosa che equivale ad una bestemmia per le orecchie di zio Sam.
giuseppe.timpone@investireoggi.it