Le banche italiane non vanno criminalizzate, l’Europa non aspetta altro

Banche italiane a rischio di criminalizzazione indistinta, ma necessitano di sostegno nelle sedi europee. E a febbraio, i prestiti all'economia sono scesi sotto la raccolta, un segnale negativo per l'Italia.

di , pubblicato il
Banche italiane a rischio di criminalizzazione indistinta, ma necessitano di sostegno nelle sedi europee. E a febbraio, i prestiti all'economia sono scesi sotto la raccolta, un segnale negativo per l'Italia.

La Commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche italiane è ufficialmente nata, dopo che il presidente Sergio Mattarella ha promulgato la legge che la istituisce. Non si conosce ancora il nome di chi la presiederà, con il senatore pentastellato Gianluigi Paragone in bilico sulle divisioni nella maggioranza. Il Quirinale ha inviato una lettera ai presidenti di Camera e Senato, facendo appello ai parlamentari di non debordare dai loro poteri, cercando di sostituirsi alle autorità di vigilanza e di fatto interferendo con l’attività creditizia. Come dire: bene fare luce su quanto accaduto negli ultimi anni in Italia, ma guai a trasformarsi in improbabili poliziotti super partes degli istituti, pur magari con buone intenzioni.

Crisi banche italiane, se l’Europa riscrive la storia dopo avere aumentato i danni

Ieri, partecipando al Festival dell’Economia a Firenze, il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, si è mostrato preoccupato per quelli che ha definito “attacchi alle banche italiane, che avallano una campagna europea che ci sta mettendo in difficoltà e che minano l’interesse nazionale”. Gli ha risposto subito il premier Giuseppe Conte, che ha negato che vi sia in atto un attacco contro i nostri istituti.

Tuttavia, che il clima nel governo e tra i banchi della maggioranza sia ostile alle banche non è un mistero. D’altronde, Movimento 5 Stelle e Lega devono buona parte del loro consenso proprio al loro essersi proposti agli elettori come soggetti anti-sistema, vicini ai risparmiatori e ostili alle ruberie vere o presunte di certe banche italiane. Il PD, per contro, ha pagato e continua a pagare elettoralmente per la sua immagine di partito “del sistema”, troppo vicino a banche e finanza.

Sotto i suoi governi, poi, sono andati in fumo miliardi di risparmi e piccoli investimenti, dopo che ben sei banche finirono a gambe per aria e dovettero essere salvate dalle autorità con operazioni opinabili e di cui abbiamo lamentato più volte incongruenze e inefficienze.

Il profitto è mission primaria delle banche

Ma tra l’apparire o l’essere schierati mani e piedi con le banche da un lato e il loro nemico pubblico dall’altro vi sarebbe una via di mezzo, cioè quella di una sana neutralità della politica. Le banche sono imprese e come tali non dovrebbero essere soggetti più di altre a giudizi morali sul loro operato. Il loro fine è e deve essere il profitto. Guai se così non fosse, perché solo il suo perseguimento garantisce i risparmiatori, cioè i titolari di conti correnti, deposito, così come obbligazioni e altri prodotti d’investimento. Se i loro denari venissero raccolti per finalità diverse dal profitto, i bilanci sballerebbero e con il tempo il crac manderebbe in fumo i risparmi dei clienti.

Bail-in, banche italiane sotto ricatto della Germania?

La politica italiana da anni sembra mettere in discussione proprio il perseguimento del profitto delle banche, additandole per avere scaricato sui contribuenti le perdite derivanti dai loro cattivi affari. In realtà, le due cose non stanno assieme: certe banche hanno dovuto essere salvate dallo stato proprio per l’incapacità dimostrata di fare profitti, operando con pratiche scorrette, a volte illegali, altre opinabili, in quanto improntate più a un capitalismo relazionale che non all’analisi attenta dei bilanci e dei progetti dei clienti finanziati. Ne consegue che le banche italiane dovrebbero essere salvaguardate nel loro obiettivo primario di tendere al profitto, in quanto garanzia proprio per risparmiatori e contribuenti.

Viceversa, la politica sta attaccando il loro modus operandi, lamentando dallo scoppio della crisi (in verità, pure da anni prima) che esse prestino poco denaro e a condizioni troppo restrittive, rispetto alla più vasta platea dei richiedenti (famiglie e imprese), mentre al contempo le critica per averlo fatto dissennatamente negli anni passati, accumulando una montagna di crediti deteriorati o Npl, in via di smaltimento con tante difficoltà e ancora relativamente elevata, facendo il confronto con il resto d’Europa.

Delle due l’una: o le banche hanno prestato denaro a cani e porci e per questo i contribuenti hanno dovuto salvarle, oppure ne hanno prestato poco e, quindi, le ragioni della loro crisi vanno cercate altrove.

Banche italiane indispensabili per la crescita

La verità appare più complessa di quanto vogliamo raccontarci: molte banche hanno dovuto alzare bandiera bianca dopo anni di “mispractises”, specie nel caso delle piccole popolari con operatività perlopiù locale. Caso a parte fa MPS, dove le operazioni spericolate hanno avuto un respiro più ampio e in cui la politica ha giocato un ruolo non secondario, risultando la banca senese fino a qualche anno fa controllata dalla Fondazione MPS, a sua volta composta da amministratori nominati dagli enti locali, tutti in mano al PD. Ma siamo sicuri che convenga davvero a qualcuno in Parlamento svelare gli altarini in casa altrui? Quante banche popolari o di credito cooperativo si sono comportate male e magari continuano a farlo, con tanto di commistioni con amministrazioni locali di ogni colore politico?

Banche italiane: colpo BCE da 72 miliardi sugli Npl 

Distruggere la residua credibilità delle banche italiane è un esercizio suicida, ha ragione Tria. Anzitutto, perché l’Italia, piaccia o meno, resta un’economia “banco-centrica”. E il dato di febbraio già allarma, se è vero che i prestiti al settore pubblico e a quello privato complessivamente sono scesi dai 1.715,6 miliardi di gennaio a 1.711 miliardi, a fronte di una raccolta di circa 20 miliardi più alti. Un anno prima, la differenza era di 55 miliardi in favore dei prestiti e due anni prima di 95 miliardi, sempre in favore del credito. Dunque, le banche sono passate dal prestare più denaro di quanto ne abbiano in cassa a prestarne di meno, segno che non si fidino della congiuntura economica e forse nemmeno dello stato.

E proprio uno stato “amico” nelle sedi europee è quanto servirebbe loro per non incupirsi eccessivamente riguardo al futuro.

Oltre alle nuove regole sugli Npl, che impongono uno smaltimento accelerato, c’è la prospettiva non improbabile di limitazioni imposte sulle detenzioni di titoli di stato, sebbene per ragioni di opportunità “politica”, ad oggi la Vigilanza non si sia espressa sul punto. L’aspetto positivo sarebbe che l’ente è presieduto da qualche mese dall’italiano Andrea Enria, anche se per ciò stesso non significa che normative penalizzanti per le banche tricolori verranno scartate. Ma con quale forza negoziale il governo Conte si batterebbe a Bruxelles per difendere il nostro sistema del credito, se trascorre a Roma parte del suo tempo ad inveirvi contro? Avete mai visto Berlino attaccare le banche tedesche, che pure ne continuano a combinare di cotte e di crude e hanno pesato sui contribuenti in Germania per circa 240 miliardi di euro nel decennio passato?

Se Roma alimenta i pregiudizi di Bruxelles

Se vogliamo impedire che le banche italiane anche in futuro pesino sulle tasche dei contribuenti, bisogna lasciarle nelle condizioni di operare al meglio, fatti salvi i principi della trasparenza e del rispetto delle leggi, i quali vanno vigilati dalle autorità apposite, vale a dire Banca d’Italia e Consob. Non a caso, dopo avere piazzato alla presidenza della seconda l’ex ministro Paolo Savona, la maggioranza punta a mettere le mani anche su Palazzo Koch. Ora, che gli organismi di controllo in Italia abbiano fallito spesso il loro compito sembra un dato assodato; che abbiano bisogno di un rinnovamento ai vertici, pure. Che questo passi, però, per l’inserimento di personalità legate alla sfera politica, no.

L’ennesimo salvataggio pubblico è la spia di un sistema malato e incartato

Come stiamo vedendo con il caso dell’oro di Bankitalia, l’interesse generale con quello politico può non coincidere. Paventare il rischio di utilizzare i lingotti dell’istituto per operazioni di corto respiro, oltre ad essere insensato in sé, possiede tutte le potenzialità di creare danni d’immagine al sistema Italia, perché ci fa apparire (erroneamente) come un paese in cerca disperata di denaro per far quadrare i conti pubblici. Serve, invece, concentrarsi sulle condizioni macro in cui operano le banche italiane e capire che se il loro sostegno all’economia risulta inferiore a quello desiderato è perché la solidità dei bilanci di imprese e famiglie appare debole, dato il mancato superamento della crisi, ormai esplosa oltre un decennio fa.

E mentre la Germania fonde due tra le sue principali banche – Deutsche Bank e Commerzbank – i giudici europei ci regalano il contentino di una sentenza che a posteriori da ragione alle autorità italiane, quando i buoi sono scappati tutti dalla stalla. Anziché cincischiare su come mostrarsi feroci con chi quotidianamente fornisce ossigeno all’economia, stato compreso, meglio sarebbe impiegare il tempo per mettere davvero in sicurezza i denari di contribuenti e risparmiatori, dando una mano al consolidamento del nostro sistema bancario sul piano legislativo, anche agevolandone le fusioni. Mettiamoci in testa che da una commissione parlamentare non arriverà mai alcuna verità assoluta, ma una delle tante verità di comodo, cioè che piaccia alla maggioranza di turno. Nel frattempo, avremmo dato l’ennesimo assist all’Europa dei commissari, i quali non mancano di fare notare come nutrano nei confronti del Bel Paese pregiudizi alimentati dalla stessa Roma.

[email protected] 

Argomenti: , ,