Banche italiane: colpo BCE da 72 miliardi sugli Npl, ecco i numeri per i principali istituti

Banche italiane nel mirino della Vigilanza BCE con i requisiti più stringenti sugli NPL. Ecco gli effetti sui principali gruppi.

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Banche italiane nel mirino della Vigilanza BCE con i requisiti più stringenti sugli NPL. Ecco gli effetti sui principali gruppi.

La BCE assegnerà una scadenza a tutte le banche dell’Eurozona entro cui dovranno coprire il 100% dei crediti deteriorati (Non Performing Loans), incluso lo stock pregresso. Il termine potrà variare di banca in banca e il mercato sta scontando possibili contraccolpi sui dividendi, a causa della necessità per gli istituti di destinare maggiori risorse per abbattere i crediti a rischio, accelerandone i tassi di copertura.

L’indice del comparto a Piazza Affari arretra dell’1,7% contro l’appena -0,25% accusato dall’Eurostoxx Banks. E dopo avere perso il 10,6% ieri, le azioni MPS continuano a scivolare di oltre il 7% a 1,25 euro nel corso delle contrattazioni pomeridiane. La ragione del tonfo è evidente: sui 657 miliardi di euro di crediti deteriorati nell’Eurozona alla metà dello scorso anno, quasi un quarto (159 miliardi) è detenuto da banche italiane, che stando ai calcoli di Reuters ammonterebbero al netto delle svalutazioni a 72 miliardi. Di questi, le sofferenze nette sarebbero scese a meno di 40 miliardi. Parliamo della parte più rischiosa degli NPL.

Crediti deteriorati (NPL), il fardello da centinaia di miliardi sui conti delle banche italiane

Abbiamo cercato di capire quali sarebbero le conseguenze per le principali banche italiane. In esame, abbiamo preso 5 gruppi: Unicredit, Intesa-Sanpaolo, BancoBPM, UBI Banca e MPS. Insieme, fanno oltre i due terzi dei prestiti in Italia e i tre quarti dei crediti a rischio.

I rischi per le principali banche italiane

Partiamo da Unicredit. Al 30 settembre scorso, Piazza Gae Aulenti deteneva NPL lordi per 40,8 miliardi, l’8,3% degli oltre 489 miliardi di prestiti erogati alla clientela. Al netto delle svalutazioni, pari al 60,9% dello stock, gli NPL ammontavano a 15,9 miliardi. Questa sarebbe la perdita massima accusabile e che l’istituto sarebbe chiamato a coprire entro un arco massimo di tempo pari a 7 anni (2 anni per i crediti non garantiti). Sarebbe poco più di un quinto (22%) della montagna di NPL netti sul piano nazionale. Considerando che in borsa Unicredit vale sui 22,5 miliardi, gli accantonamenti massimi sarebbero nell’ordine del 70% della sua capitalizzazione.

Passiamo a Intesa-Sanpaolo, che al terzo trimestre del 2018 erogava prestiti per 395,4 miliardi di euro, di cui 33,2 miliardi a rischio, i quali scendono a 17,8 miliardi, al netto delle coperture già effettuate, il 4,5% degli impieghi.

In pratica, l’istituto retto da Carlo Messina possiede quasi un quarto (24,7%) del totale dei crediti a rischio nazionali e che incidono per oltre la metà della sua capitalizzazione in borsa, pari a 34,3 miliardi.

BancoBPM di prestiti a famiglie e imprese risultava averne erogati 106,8 miliardi al 30 settembre scorso, quasi il 7% del totale in Italia. Quelli a rischio ammontavano a 9,1 miliardi lordi e a 4,5 miliardi netti, ma si consideri che la banca ha assegnato con gara a Credito Fondiario ed Elliott la cessione di un maxi-portafoglio da 7,8 miliardi, potenzialmente al prezzo medio del 21-25%. L’operazione dovrebbe essere finalizzata entro la fine dell’anno. Al netto dei nuovi deterioramenti, lo stock pregresso scenderebbe così a 1,3 miliardi lordi, ma a fronte di presumibili forti nuove perdite a carico del bilancio 2019.

UBI Banca di prestiti ne aveva erogati per quasi 90 miliardi e registrando un tasso di deterioramento lordo al 10,8% o pari a 9,7 miliardi. Al netto delle svalutazioni, fanno 6,4 miliardi, l’8,9% del totale degli NPL lordi nazionali. C’è un problema: le perdite massime ancora accusabili sarebbero nell’ordine di oltre il doppio del valore di capitalizzazione in borsa dell’istituto. Dunque, o il mercato ha già scontato lo scenario peggiore o il -37% accusato dal titolo nell’ultimo anno, superiore al -35% medio della performance del listino, sarà solo un assaggio.

Infine, MPS. Da anni sul banco degli imputati per aspetti che vanno dalla cattiva governance alla commissione di veri e propri illeciti, adesso è controllata dal Tesoro per oltre il 68% del capitale e ciononostante il mercato non si sente rassicurato dalla lettera della BCE sullo Srep 2019, con cui la Vigilanza chiede a Siena di coprire tutti gli NPL con accantonamenti entro 7 anni. Trattasi di 8,7 miliardi netti, un importo che supera di 6 volte il valore di capitalizzazione in borsa. In sostanza, basterebbe accusare perdite per meno del 10% sul prezzo originario degli NPL lordi per annullare il capitale a Piazza Affari.

E con un tasso di copertura al 56,4%, stimando cessioni medie verosimilmente a non oltre il 25%, vi sarebbe spazio ancora per svalutazioni pari a non meno di 5,5 miliardi, quasi 4 volte la capitalizzazione.

Il crollo delle azioni MPS vendetta di un italiano alla Vigilanza BCE?

Il passo falso della Vigilanza BCE

Non è detto che effettivamente lo scenario sarà cupo come lo stiamo immaginando nel caso più estremo, almeno non per gli istituti più solidi, ai quali la BCE richiederebbe sacrifici minori, ovvero concederebbe tempi più lunghi per la copertura integrale. Può darsi che le condizioni di mercato dei crediti ceduti miglioreranno, vuoi per il decollo delle transazioni dopo il ricco biennio appena trascorso, vuoi per il maggiore appetito dei veicoli specializzati, specie se l’economia italiana mostrasse segnali di risalita. La tragedia sta tutta qui: le banche italiane continuano a dovere svendere gli NPL con maxi-cessioni di portafogli a forte sconto, non essendovi indizi di concreto miglioramento delle condizioni di famiglie e imprese, le stesse verso cui risultano esposte. E fino a quando il problema dei crediti deteriorati non verrà risolto, il mercato dei prestiti non ripartirà e ciò non consentirà all’economia privata di riprendersi. E’ il classico gatto che si morde la coda. Ne parliamo da anni e, a suo modo, la BCE punta a misure semi-draconiane per risolvere il problema al posto nostro, una volta per tutte. Peccato che la conseguenza di una tale impostazione rischi di farci transitare per una nuova fase recessiva, che a sua volta innalzerebbe il livello dei crediti a rischio, anziché abbassarli.

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