Un italiano alla Vigilanza BCE per difendere le nostre banche? Con i BTp ci andò male

La Vigilanza della BCE potrebbe andare all'Italia nel gioco della spartizione delle cariche europee. E la Germania non sembra contenta di questa prospettiva, mentre a Roma serve un "amico" per difendere le nostre banche.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Vigilanza della BCE potrebbe andare all'Italia nel gioco della spartizione delle cariche europee. E la Germania non sembra contenta di questa prospettiva, mentre a Roma serve un

Tante poltrone si libereranno da qui a un anno in Europa e i governi dei 27 stati comunitari, non tenuto più conto del Regno Unito, sono già in fase di trattative sotterranee per cercare di ritagliarsi uno spazio nella nuova geografia istituzionale che si completerà dopo le elezioni europee del maggio prossimo. Tra le posizioni più ambite vi è certamente quella di governatore della BCE. Il mandato di Mario Draghi scade nell’ottobre 2019 e per forza di cose l’Italia non è in gara. A succedergli sarebbe, in teoria, un tedesco, visto che la Germania non ha mai ottenuto la guida dell’istituto dalla sua fondazione nel 1999 ad oggi. Tuttavia, la scorsa settimana è arrivata una novità dirompente da Berlino: la cancelliera Angela Merkel, scrive l’autorevole Handelsblatt, opterebbe per reclamare la guida della Commissione europea e non più tanto di Francoforte. Le probabilità che sia il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, a insediarsi per il dopo-Draghi sono crollate vertiginosamente.

Perché la Germania ci ripensa e adesso vuole la Commissione UE e non la BCE

Sulle ragioni di questo cambio di prospettiva per i tedeschi abbiamo già discusso, mentre in questo articolo puntiamo ad analizzare quali posizioni alla portata dell’Italia ci sarebbero utili. A gennaio scade il mandato di Danièle Nouy, a capo della Vigilanza. In teoria, in corsa per la successione vi sarebbe la tedesca Sabine Lautenschlaeger, oggi membro esecutivo della BCE, ma poiché si è speculato fino a pochi giorni fa che alla guida dell’istituto dovesse andare un tedesco, la donna non è mai ad oggi realmente entrata in gara. Scartando l’ipotesi di una successione ancora francese, resterebbe proprio quella di un italiano.

Gli occhi dell’Italia sulla Vigilanza BCE

E qui, il gioco ad incastro tra le varie cariche dovrà funzionare per rendere possibile tale scenario. L’Italia detiene oggi la presidenza della BCE, quella dell’Europarlamento e l’Alto Rappresentante degli Esteri. Tutte e tre le cariche scadono da qui al massimo 14 mesi, per cui si liberano spazi da un lato e se ne dovranno trovare dall’altro per accontentare la terza economia della UE-27. Scontando un addio sostanzialmente certo alla BCE e all’Alto Rappresentante degli Esteri, restiamo in corsa per la guida dell’Europarlamento (ma molto dipenderà dall’esito delle elezioni europee) e proprio per la Vigilanza, un ruolo che apparentemente sarebbe secondario e che, invece, tutti ambiscono a far sì che non cada nelle mani altrui. La Germania, ad esempio, è preoccupata dalla prospettiva che possa essere ricoperto da un italiano. Perché?

La Vigilanza si occupa di monitorare le banche dell’Eurozona con assets almeno pari a 30 miliardi di euro. Vi rientrano 119 istituti, che detengono l’82% degli attivi bancari dell’area. Tra i dossier delicati di questi mesi vi sono stati quello sull’abbattimento accelerato dei crediti deteriorati o anche “addendum” e le ipotesi di riduzione del legame tra bilanci bancari e bilanci degli stati, ovvero disincentivando o persino vietando acquisti eccessivi di titoli di stato da parte delle banche. Due le proposte in campo ed entrambe provenienti dalla Germania e, in particolare, dalla Bundesbank: porre un tetto massimo di bond rispetto agli attivi o al patrimonio bancario; porre fine alla valutazione dei bond come “risk free”, costringendo le banche ad accantonare una quantità pur minima di capitale, in funzione del rating, così come avviene per ogni erogazione di credito al settore privato.

Si tratta di proposte del tutto ragionevoli, ma che per l’Italia sarebbero deleterie. Tra maggio e giugno, mentre gli investitori stranieri scaricavano 72 miliardi di euro di BTp, le banche italiane ne acquistavano per 29 miliardi, frenando la corsa dello spread e salendo a esposizioni complessive per 370 miliardi. In questi anni di crisi del nostro debito sovrano, gli istituti tricolori hanno più che raddoppiato i titoli nazionali in pancia e ciò ha consentito di calmierarne i rendimenti. Evidente che questo legame perverso e, diremmo, incestuoso non possa proseguire all’infinito, ma un intervento regolamentare con l’accetta in materia rischierebbe di fare saltare il banco. Lo stesso dicasi per i crediti deteriorati. Dall’aprile scorso sono in vigore le nuove regole più restrittive per accelerare l’abbattimento degli Npl, anche se l’Italia si è battuta per evitare lo scenario più raccapricciante di una loro introduzione retroattiva.

Sulle banche italiane doppia mazzata UE su Npl e bond

I timori per le banche italiane

Le banche italiane detengono crediti a rischio per quasi l’11% dei prestiti complessivamente erogati e pari a oltre 224 miliardi di euro, percentuale più che doppia rispetto alla media europea. Regole più severe rischiano di provocare un ammanco di capitale per il nostro sistema del credito, con la necessità da un lato di reperire risorse fresche sul mercato, dall’altro di varare una stretta sui nuovi prestiti, mandando l’economia italiana in recessione, come accadde nel tristemente famoso triennio 2012-2014. Ecco, quindi, che servirebbe una persona “sensibile” alle nostre ragioni alla Vigilanza. Si fa presto a dire che debba essere un italiano. In corsa risulterebbero Andrea Enria, già presidente dell’Eba, l’authority bancaria europea; Fabio Panetta, vice-direttore di Bankitalia e Ignazio Angeloni, già membro della Vigilanza stessa.

Enria guidava l’authority negli sciagurati mesi in cui essa adottò criteri rivelatisi nefasti per i nostri BTp. Era l’autunno del 2011 e l’Eba, su pressione di Francia e Germania, costrinse le banche dell’area ad iscrivere i titoli di stato al loro valore di mercato (“mark-to-market”) al 30 settembre di quell’anno. Poiché i BTp erano nell’occhio del ciclone da mesi per la sfiducia dei mercati verso la gestione del debito pubblico da parte del governo Berlusconi, gli istituti iniziarono a venderli per non dovere iscrivere perdite a bilancio e gli investitori, in generale, recepirono il messaggio sbagliato, ossia che i nostri bond rischiassero di non essere rimborsati al 100% del loro valore nominale. Inutile ricordarvi come andò a finire: lo spread esplose, il Tesoro dovette vendere BoT a 6 mesi al rendimento record del 6,5% e Silvio Berlusconi si dimise da premier, lasciando il posto a Mario Monti.

L’episodio rivela quanto sia fuorviante spesso concentrarsi sulla nazionalità di chi ricopre una carica, come se questi fosse tenuto ad agire in qualità di difensore del paese di provenienza. Vero è, però, che i tedeschi appaiono terrorizzati dalla prospettiva che, dopo essersi sbarazzati di Draghi, un altro italiano compia “danni” nel settore del credito. Essi temono l’unione bancaria, ovvero la condivisione dei rischi nell’area, che allo stato attuale equivarrebbe a trasferirli dalla periferia verso le economie “core” del centro-nord. Chiedono, invece, che i crediti a rischio e i bond sovrani nei bilanci degli istituti vengano ridotti drasticamente prima di affrontare anche solo il discorso del “risk-sharing”. E un italiano alla Vigilanza non li rassicurerebbe di certo. Del resto, nemmeno un tedesco verrebbe ben visto a Roma. Se la BCE andasse a un francese e la presidenza della Commissione europea a un tedesco, però, l’Italia dovrà ottenere una poltrona pesante e concreta allo stesso tempo. E il posto della Nouy si presta ottimamente allo scopo.

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Argomenti: Banche italiane, Bce, bolla finanziaria, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi delle banche, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond