Crisi banche italiane, se l’Europa riscrive la storia dopo avere aumentato i danni

Il Tribunale UE da ragione all'Italia e riconosce che l'uso del Fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare gli istituti in crisi non era aiuto di stato, di fatto riscrivendo la storia della crisi bancaria degli ultimi anni.

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Il Tribunale UE da ragione all'Italia e riconosce che l'uso del Fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare gli istituti in crisi non era aiuto di stato, di fatto riscrivendo la storia della crisi bancaria degli ultimi anni.

“Sapete che c’è? Che ci avevate ragione”. In poche battute, il Tribunale della UE ha accolto il ricorso presentato dall’Italia e dalla Banca Popolare di Bari contro la decisione della Commissione europea di fine 2015, che bocciò l’uso da parte di questi del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) per 300 milioni, finalizzato a ricapitalizzare Tercas, la cassa di risparmio di Teramo, per salvarla.

La sentenza è motivata dal fatto che il fondo non avrebbe agito nell’ambito del suo compito di tutela dei conti bancari dei risparmiatori italiani fino a 100.000 euro. Immediata la richiesta di dimissioni, avanzata dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, nei confronti del commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager. E già si annunciano richieste anche di indennizzi da parte delle migliaia di piccoli investitori, che a posteriori possono affermare di essere rimasti danneggiati da una decisione di Bruxelles, giudicata sbagliata dagli stessi giudici comunitari.

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Ma torniamo al delicatissimo periodo del 2014-’15. Tercas era in amministrazione straordinaria sin dal 2012 e nel 2014 la Popolare di Bari, all’interno del cui perimetro l’istituto decotto era finito, chiede il sostegno di 300 milioni al Fitd, uno schema assicurativo obbligatorio, alimentato dai contributi di tutte le banche italiane aderenti. Tuttavia, la Commissione anticipò subito quello che sarebbe stato il suo orientamento contrario all’operazione, giudicandolo formalmente un aiuto di stato il 23 dicembre del 2015. Fate attenzione alla data, perché arriva un mese dopo che il governo Renzi, insieme alla Banca d’Italia, interviene per salvare quattro poste banche in risoluzione, vale a dire Banca Marche, Banca Etruria, Carife e CariChieti, attuando uno schema inusuale e di fatto parzialmente coincidente con il “bail-in”, la disciplina che aveva recepito le norme europee sui salvataggi bancari contenute nella direttiva comunitaria Brrd del 2013 e che sarebbe entrata in vigore, però, solamente poche settimane dopo, dall’1 gennaio 2016.

Le quattro banche minori furono salvate dal governo e da Bankitalia applicando un mix tra “burden sharing”, ossia di coinvolgimento nelle perdite per azionisti e obbligazionisti subordinati, nonché facendo intervenire un fondo di risoluzione delle banche, ma alimentato da contributi volontari, a differenza del Fitd, così da aggirare il divieto di aiuti di stato.

Fu l’inizio della fine politica del governo Renzi e dello scoppio della potente crisi bancaria, che avrebbe travolto nei mesi successivi istituti più grossi come Popolare di Vicenza, Veneto Banca e MPS. Alla luce di quanto sentenziato dal Tribunale UE, forse almeno buona parte di tutto questo patatrac si sarebbe potuto evitare?

Gli errori del governo Renzi e Vigilanza

Per rispondere alla domanda, continuiamo a raccontare cosa accadde ai tempi. Via XX Settembre e Palazzo Koch agiscono d’intesa alla bisogna, non potendo sfruttare il Fidt, puntando sull’azzeramento di azioni e bond subordinati da un lato e fondi volontari delle banche dall’altro, questi ultimi utilizzati per rilevare gli assets in bonis a prezzi stracciati. In effetti, i crediti deteriorati, concausa della crisi di questi istituti, furono pagati appena il 17,5% del loro valore nominale, quando mediamente le banche italiane li avevano iscritti a bilancio al 44%. Il mercato ne dedusse due cose: che risparmi e investimenti non fossero più sicuri e che le perdite che le banche avrebbero subito dai crediti andati in malora sarebbero state più del doppio di quelle già preventivate con le svalutazioni. Ne esplose una vendita in borsa dei titoli del comparto, arrivato a perdere il 60% tra l’estate 2015 e quella successiva.

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Per correre ai ripari, l’allora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, s’infilò in un vicolo cieco, strappando apparentemente ai commissari uno strumento risolutorio della crisi, come la Gacs, la garanzia sui crediti deteriorati ceduti, che lo stato avrebbe potuto apporre per sostenerne i prezzi e contenere le perdite degli istituti cedenti. Successivamente, fece pressione sul sistema finanziario nazionale, affinché partecipasse al salvataggio delle banche in affanno attraverso la creazione di un apposito fondo, noto come Atlante. Fu un insuccesso immediato, tanto che seguì il cosiddetto Atlante II, altro flop.

Nel frattempo, le banche italiane dovettero accantonare sempre più capitali per esibire maggiori tassi di copertura delle perdite, facendo venire meno il credito all’economia reale, con contraccolpi per la crescita.

Il caos banche dopo il 2015

Tra la fine del 2016 e l’anno seguente, il governo Gentiloni, insediatosi dopo le dimissioni del premier Matteo Renzi per la sonora sconfitta al referendum costituzionale (e l’impopolarità per il caos banche giocò un ruolo centrale ai seggi), dovette stanziare 20 miliardi di euro con cui salvare le due venete e MPS. Ad oggi, la pressione sulle banche non sembra essere del tutto venuta meno, come dimostra di recente il caso Carige, posta in amministrazione straordinaria dalla BCE. Sorge il dubbio, a questo punto, che la storia sarebbe potuta andare diversamente, se la UE non avesse bocciato a priori l’uso del Fitd. E’ così?

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Le cause che hanno portato al dissesto finanziario di alcune banche italiani minori e di qualcuna di rilevanti dimensioni sono sostanzialmente due: pratiche più o meno opache seguite nell’erogazione del credito e in altre vicende finanziarie su cui hanno acceso i fari i giudici; esplosione dei crediti deteriorati, in conseguenza della difficoltà di un numero crescente di imprese e famiglie clienti nel rimborsare i prestiti ottenuti. Cosa sarebbe successo, se avessimo potuto utilizzare lo schema obbligatorio del Fitd? Le banche decotte sarebbero state salvate dal sistema bancario nel suo complesso, ma probabilmente così avrebbero trasferito le perdite nei bilanci delle concorrenti sane, le quali avrebbero dovuto mettere mano al portafoglio per rimpinguare le casse semivuote del fondo, al fine di mantenere la copertura assicurativa dei conti fino a 100.000 euro.

Pensare che decine di miliardi di euro sarebbero potuti uscire dalle tasche degli istituti italiani per salvare quelli in difficoltà come se nulla fosse non è credibile. Si consideri che nei primi mesi del 2016, la nascita del Fondo Atlante avvenne per l’indisponibilità di Unicredit di dare seguito al suo impegno assunto in precedenza di ricapitalizzare la Popolare di Vicenza.

E parliamo di 1,75 miliardi, una frazione delle cifre che sono servite nei mesi successivi per mettere in sicurezza il sistema bancario nazionale. Questo non significa, però, che l’ottusità della Commissione non abbia provocato danni. L’intervento “sui generis” di stato e Bankitalia nel novembre 2015 alimentò la crisi di fiducia verso le nostre banche, esibendone la bassa capitalizzazione e l’alta incidenza dei crediti a rischio, ossia di perdite attese in futuro.

Il Fitd non avrebbe risolto i problemi

Se all’Italia fosse stato consentito l’uso del Fitd, probabilmente le banche avrebbero subito minori pressioni per pulire i bilanci, avendo a disposizione più tempo per cedere gli Npl, potendo spuntare prezzi più alti e registrare minori perdite. Del resto, la situazione critica era nota da anni, semplicemente il mercato riteneva fino alla fine del 2015 che non fossimo dinnanzi a una emergenza e che tutto fosse sotto controllo. Con la necessità di anticipare parzialmente l’applicazione del “bail-in”, saltarono le certezze pure legali riguardo agli strumenti finanziari emessi dalle banche, specie le obbligazioni. Si diede l’immagine di un sistema sull’orlo del collasso, mentre così non era.

Per contro, bisogna ammettere che l’Italia non si è smentita nemmeno con la crisi bancaria di questi anni. Anziché risolvere per tempo e in un quadro legislativo assai più favorevole i propri problemi, governi, Vigilanza e istituti stessi preferirono fino a un attimo prima dell’entrata in vigore del “bail-in” calciare il barattolo, trincerandosi dietro la sbandierata solidità del sistema del credito, che tale non era. Iniziò a farsi maggiore chiarezza sui bilanci solo a seguito delle pressioni del mercato, perché il mantra ripetuto fino ad allora era che “le banche italiane sono tra le più solide al mondo e si sono comportate meglio delle altre prima e durante la crisi”. C’è del vero in questa affermazione, ma le condizioni cambiarono repentinamente a nostro sfavore dopo il 2008, allorquando da una crisi di natura finanziaria si passò in breve a una prettamente economica, travolgendo i bilanci familiari e delle imprese, quelli da cui dipendevano e dipendono i conti delle banche.

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In definitiva, la UE ha accresciuto i danni a carico del sistema Italia, avendo accelerato gli interventi pubblici e privati necessari per ristabilire la fiducia intaccata verso il credito nazionale. Al contempo, non possiamo nemmeno favoleggiare di uno scenario alternativo ameno, nel caso in cui l’uso del Fidt fosse stato consentito. Ci sarebbero stati cospicui esborsi a carico del sistema bancario, i quali avrebbero finito per pesare su tutti i risparmiatori, in forma di maggiori oneri sui prodotti offerti. Resta il dubbio piuttosto fondato, però, che la calma con cui avremmo potuto affrontare ciascuna crisi, senza il fiato sul collo del “bail-in”, avrebbe indotto a soluzioni meno dolorose per i risparmiatori e gli investitori da un lato e i contribuenti dall’altro. Il “no” di Vestager finì, infatti, per provocare il panico sui mercati e a indurre i poteri pubblici ad adottare soluzioni poco ragionate e discutibili sul piano dell’efficacia e dell’opportunità, aggravando le criticità già note. Inutile chiederne le dimissioni a pochi mesi dalla fine del mandato. Il vero problema dell’Italia consiste nel non riuscire mai a spuntare a Bruxelles condizioni di pari trattamento rispetto ai partner più influenti come Germania e Francia. E’ accaduto con le banche, continua ad accadere sui conti pubblici, etc.

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