L’oro di Bankitalia appartiene al popolo, ecco come e perché va preservato e messo a frutto

L'oro di Bankitalia non si tocca? E come metterlo a frutto? Ecco perché conviene mantenere intatte le riserve e al contempo farle fruttare.

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L'oro di Bankitalia non si tocca? E come metterlo a frutto? Ecco perché conviene mantenere intatte le riserve e al contempo farle fruttare.

Movimento 5 Stelle e Lega vorrebbero negare a Luigi Federico Signorini un secondo mandato come vice-direttore generale della Banca d’Italia. In suo favore si è schierato il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, così come sembra scontato che il presidente Sergio Mattarella voglia firmare il decreto per la sua riconferma. La proposta di nomina è partita dal governatore Ignazio Visco e per essere ratificata serve un decreto del Quirinale su parere del governo, sentito il Consiglio dei ministri. Questo sarebbe consultivo, per cui il capo dello stato avrebbe modo di superare l’eventuale “no” del premier Giuseppe Conte, il quale dal canto suo starebbe mediando con i suoi due vice-premier per evitare la rottura con Tria e Mattarella.

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Quali sarebbero le ragioni di questo diniego ostentato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini? I due, incontrando i risparmiatori truffati delle banche salvate dallo stato, hanno invocato discontinuità sia in Bankitalia che alla Consob, sostenendo che i due organi non avrebbero adeguatamente vigilato sul sistema bancario. Una questione che si era aperta alla fine del 2017, quando il segretario del PD, Matteo Renzi, chiese al governo Gentiloni di non consentire a Visco un secondo mandato di sei anni. Dopo settimane tormentate e di alto scontro dentro l’esecutivo e con il Quirinale, l’ex premier Paolo Gentiloni firmava ugualmente la nomina.

Se allora l’obiettivo di Renzi sembrava di appioppare in capo a Bankitalia le responsabilità della cattiva gestione della crisi bancaria, adesso Di Maio e Salvini vorrebbero approfittare della scadenza del mandato di 3 dei 5 componenti del board di Palazzo Koch per nominare uomini a loro vicini, meno ispidi nel giudicare la loro linea di politica economica. Solo qualche settimana fa, ad esempio, il taglio delle stime di crescita per l’economia italiana allo 0,6% per quest’anno fu motivo di attacco da parte dei due vice-premier all’indirizzo del governatore.

Le possibili manovre sull’oro

Che il governo giallo-verde non goda di ottimi rapporti con l’establishment bancario-finanziario lo diamo per scontato, ma secondo l’interpretazione che fornisce La Stampa, supportata da una dichiarazione di qualche mese fa di Beppe Grillo e di una proposta di legge niente di meno che del presidente della Commissione Bilancio alla Camera, Claudio Borghi, alla base della volontà dei due di non rinnovare l’incarico a Signorini vi sarebbe pure la smania di mettere le mani sull’oro di Bankitalia. E qui, la vicenda si farebbe maledettamente seria, sempre che il quotidiano torinese abbia centrato il punto.

Via Nazionale detiene nei suoi caveau 2.452 tonnellate del metallo, perlopiù in forma di 95.000 lingotti, il resto in monete. Quasi tutto risulta accumulato dal Secondo Dopoguerra fino agli anni Sessanta, quando l’Italia visse il suo miracolo economico, grazie al boom, trainato dalle esportazioni. Queste consentirono al nostro Paese di accumulare riserve valutarie (dollari, marchi, sterline, etc.), le quali gradualmente e parzialmente vennero convertite in oro. Il bene-rifugio per eccellenza serviva per rassicurare gli alleati, specie l’America, a seguito della sottoscrizione dell’Accordo di Bretton Woods, attraverso il quale i cambi delle valute degli stati rientranti nell’orbita occidentale furono fissati contro il dollaro, che a sua volta poteva essere scambiato a un rapporto di 35 per un’oncia. In tal modo, indirettamente tutte le valute divennero convertibili in oro (“gold-exchange standard”). Questo sistema monetario resse fino al 1971, quando l’allora presidente Richard Nixon fu costretto ad ammettere che gli USA non avrebbero potuto più garantire la convertibilità del dollaro in oro, a causa delle elevate spese militari sostenute per la guerra contro il Vietnam, ma anche per l’affacciarsi di due economie esportatrici come Germania e Giappone, che squilibravano le bilance commerciali degli alleati.

Con l’ingresso dell’Italia nell’euro, Bankitalia ha ceduto alla BCE 141 tonnellate, anche perché obiettivamente l’oro non ci è più servito come fino agli anni Settanta per garantire la lira, né per fornire ai mercati una qualche forma di rassicurazione. La moneta unica non è agganciata ad esso. E così, le riserve auree rimaste in capo a Palazzo Koch sembrano una ricchezza inutilizzata, uno spreco di risorse, se si considera che oggi varrebbero, ai prezzi di mercato, sopra i 100 miliardi di dollari, pari a più di 90 miliardi di euro. Davvero M5S e Lega li vorrebbero usare per evitare una manovra correttiva dei conti pubblici e magari anche per sventare le clausole di salvaguardia, che scattando dall’anno prossimo farebbero lievitare le aliquote IVA per un controvalore di 23,5 miliardi?

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Possibile mettere a frutto l’oro?

Tutto in politica è possibile, ma si tratterebbe di una misura demenziale. Se anche vendessimo un quarto delle riserve e disattivassimo così le clausole nel 2020, un anno dopo saremmo punto e a capo. Dovremmo vendere, a parità di prezzo e cambio euro-dollaro, un altro quarto di oro e così via. Nel giro di 4 anni, avremmo azzerato i lingotti posseduti e il problema dei conti pubblici sarebbe rimasto praticamente intatto. Non propriamente geniale. Per non parlare del fatto, poi, che se vendessi grosse quantità di oro per fare cassa, ai mercati lancerei un segnale di disperazione, come di un governo che similmente al Venezuela di Nicolas Maduro non saprebbe come attingere a liquidità fresca. La reazione potrebbe consistere in una fuga dai nostri titoli di stato, con conseguente aumento del costo di emissione.

Ci sarebbe modo per usare in maniera più proficua l’oro, visto che siamo terzi al mondo per quantità possedute dopo USA (8.133 tonnellate) e Germania (3.371)? Prima di rispondere, una precisazione: giuridicamente, l’oro non sarebbe nella disponibilità del Tesoro, bensì della sola Bankitalia. E non è detto che i desiderata del primo coincidano con quelli della seconda. Anzi, conoscete un ente che si priverebbe di migliaia di tonnellate di oro in allegria? Superando questo problema formale, effettivamente ci sarebbe modo di sfruttare l’oro senza minacciarne l’esistenza e al contempo per il bene della Nazione. Quale? Utilizzarlo come garanzia sui titoli di stato emessi.

Poiché l’oro è un bene-rifugio accettato e apprezzato universalmente, se fosse utilizzato per garantire le emissioni di debito, avrebbe un effetto depressivo sui rendimenti, in quanto ne sancirebbe la piena affidabilità. C’è un altro “ma”. Per quanto tanto sia l’oro che deteniamo, sarebbe appena sufficiente per garantire le emissioni di 90 miliardi di debito pubblico (ipotizzando una garanzia totale), cioè qualcosa come un quarto del rifinanziamento medio annuo o il 5% del pil, meno del 4% dello stock totale di debito pubblico. Che senso avrebbe? In effetti, nessuno.

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L’operazione sui BoT

Semmai, considerando che attualmente abbiamo BoT in circolazione per quasi 110 miliardi di euro e che trattasi di titoli con scadenza massima pari a 12 mesi, potremmo garantire proprio questi titoli, che ci consentirebbero di non impegnare il metallo per un periodo prolungato, anzi dopo un anno al massimo lo riavremmo interamente disponibile per ulteriori garanzie sui nuovi collocamenti di debito. Così facendo, ci garantiremmo emissioni di breve termine a costi potenzialmente sempre nulli o a rendimenti persino negativi. Non sarebbe una strategia per abbattere il debito, ma almeno risparmieremmo qualche spicciolo ogni anno, sarebbe come ottenere un minimo rendimento da un bene altrimenti infruttifero. E, tuttavia, c’è che i BoT già oggi sono i titoli che meno impensieriscono il Tesoro, se è vero che rendono poco sopra lo zero sui 12 mesi e sottozero per scadenze inferiori. In più, in una fase calante per le quotazioni auree, il rischio sarebbe che la copertura venga percepita qualche poco appetibile.

Vero è anche, però, che quando i tassi saliranno, i BoT ci costeranno di più. Al netto delle tensioni esplose con la crisi dello spread nel 2011, fino al 2008 sono arrivati ad offrire anche sopra il 4%, che su un centinaio di miliardi all’anno farebbero 4 miliardi. Sembrano (e sono) pochi, ma pensate che con la Commissione europea abbiamo litigato per un paio di mesi abbondanti per 6 miliardi e con esiti disastrosi sui mercati e gli stessi conti pubblici. In tempi di vacche magre, tutto fa brodo. Dunque, l’oro come collaterale per emissioni “covered”, magari beneficiando del rating “AAA” in virtù della garanzia escutibile e facilmente liquidabile. Per il resto, non sembra vi possano essere praticate operazioni capaci di mantenere intatti i livelli delle riserve, né è opportuno che queste si riducano. Anzi, approfittando del nostro ritorno alle esportazioni, dovremmo semmai ordinare a Bankitalia di accumularne di nuove, trasformando parte delle riserve valutarie in auree.

Perché? Proprio i “sovranisti” dovrebbero concordare. Fin quando l’Italia rimanesse nell’euro, non avere lingotti o possederne tantissimi non farebbe alcuna differenza. Ma chi lo sa cosa accadrà tra 10, 20 o 30 anni? In fondo, anche Bretton Woods collassò all’improvviso, segnalando che quando un sistema monetario si regge sul patto tra più contraenti, è sufficiente che uno si ritragga per farlo venire meno. Dunque, l’oro va conservato non per escogitare un modo per tornare alla lira, ma per tenerci sempre pronti a ogni eventualità estrema. E quando le cose si mettono male, non c’è modo migliore per frenare il panico tra gli investitori che mostrare loro qualche lingotto luccicante.

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