Italia fuori dall’euro, previsione grossolana o giustificata dai dati?

La crisi dell'Italia spaventa i mercati, che scontano un rischio default ai massimi da quando è in carica il governo Renzi. E sull'eventuale uscita dall'euro, i dati appaiono preoccupanti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dell'Italia spaventa i mercati, che scontano un rischio default ai massimi da quando è in carica il governo Renzi. E sull'eventuale uscita dall'euro, i dati appaiono preoccupanti.

Secondo il migliaio di investitori intervistati da Sentix, l’Italia avrebbe più probabilità della Grecia di uscire dall’euro entro i prossimi 12 mesi. Da quando il sondaggio viene realizzato, ossia a partire dal giugno 2012, mai si era riscontrato un tale dato, che di certo non necessariamente rispecchierebbe la realtà, ma segnala grosse inquietudini sul mercato per il destino della nostra economia, quando mancano quattro settimane al referendum costituzionale, che deciderà le sorti del governo Renzi in carica.

Il vero problema per l’Italia è che la rivelazione dell’istituto non sarebbe l’unico segnale della crescente sfiducia nei confronti del nostro sistema-Paese. Iniziamo dal dato forse più eclatante di questi giorni: i rendimenti dei BTp. Sono saliti di una sessantina di punti dalla metà di agosto per la scadenza decennale, portando lo spread con i Bund emessi dalla Germania intorno o al di sopra dei 150 punti base. (Leggi anche: Mercato sconta Italia fuori dall’euro)

Italia fuori dall’euro? I dati

La gravità della situazione si coglie, però, confrontando il trend dei nostri titoli di stato con quello dei Bonos spagnoli. Si scopre così che di recente anche i rendimenti di Madrid siano cresciuti, ma molto meno dei nostri, tanto che il divario tra i due titoli di stato si è ampliato a 45-50 bp sui 10 anni. Ieri, i Bonos rendevano, infatti, intorno o poco sopra l’1,20%, quando i nostri BTp hanno viaggiato poco sotto l’1,70%, sebbene in calo dall’1,76% di martedì.

Altro dato significativo è, poi, che su base annua, i nostri rendimenti sovrani restano stabili, quelli spagnoli segnano un calo di una cinquantina di punti. Già queste cifre smentirebbero la ricostruzione per la quale i rendimenti dei BTp salirebbero per effetto di un trend rialzista generale nell’Eurozona e negli USA. E’ una verità parziale, come ci segnala anche il mercato dei “credit default swaps” (cds), i titoli che assicurano contro il rischio crac di uno stato. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro rischio credibile?)

 

 

Italia percepita ad alto rischio default

Ebbene, per assicurarsi contro il rischio default dell’Italia da qui a 5 anni bisogna sborsare oggi 153 bp o l’1,53% del capitale da tutelare, il terzo costo più alto dell’Eurozona dopo Grecia (909) e Portogallo (284). In Spagna, siamo a meno della metà (73), ossia a valori non lontanissimi da quelli di paesi “core”, come Francia (31) e Germania (19).

Ora, il costo è direttamente proporzionale al rischio, esattamente come accade per ogni altra polizza assicurativa. Prendete l’Rc Auto; costa sullo stesso veicolo di più a Napoli che non a Bolzano, perché per le statistiche è più facile avere incidenti nel capoluogo partenopeo che non nella città alto-atesina. Dunque, l’Italia viene percepita la terza economia più a rischio default nell’Eurozona e in una condizione del tutto diversa e più seria da quella delle altre principali economie dell’area. (Leggi anche: Rischio default esplode)

Capitali in fuga dall’Italia

In un solo anno, il costo dei cds sovrani italiani è aumentato del 37%, quello degli spagnoli si è ridotto del 21%. Se è vero, che il primo resti pur sempre a un quarto dei livelli record toccati subito dopo le dimissioni dell’allora premier Silvio Berlusconi nel novembre 2011, è indubbio che risulta salito ai massimi dal febbraio 2014, ovvero dall’insediamento dell’attuale governo.

Anche i numeri in arrivo dalle borse ci indicano un maggiore rischio percepito per l’Italia, se è vero che mediamente le piazze finanziarie europee hanno perso intorno al 12-13% nell’ultimo anno, ma Piazza Affari, complice il tonfo delle banche, è arretrata del 25% contro il -14% di Madrid, quest’ultima quasi in linea con il resto del Vecchio Continente, pur reduce da un anno turbolento sul piano politico-istituzionale.

 

 

 

Italia sempre più risucchiata dai Piigs

Infine, il Target 2. Cos’è? E’ il sistema dei pagamenti all’interno dell’Eurozona, che registra attraverso i suoi saldi i rapporti di credito-debito dei vari membri. Succede, che l’Italia segni ormai un rosso record di quasi 354 miliardi, circa un centinaio di più di quello massimo toccato all’apice della crisi dello spread nell’estate del 2012, ampliando il suo deficit di 107 miliardi quest’anno. La stessa Spagna sta messa male, registrando un passivo per quasi 320 miliardi, in aumento di 66 miliardi nel corso del 2016. Nello stesso arco di tempo, la Germania passa da un attivo di 584 a uno di 715,7 miliardi di euro (+130 miliardi).

Da questi numeri, si evince che i flussi finanziari si spostano da mesi sempre più dal Sud al Nord Europa, con i paesi del Mediterraneo in misura crescente debitori di quelli nordici. La somma dei saldi di Finlandia, Olanda e Germania fa un attivo di 876,4 miliardi, mentre il saldo dei Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) segna un passivo quasi speculare di 814,3 miliardi. (Leggi anche: Effetto Draghi, capitali in fuga dai bond)

Non solo QE, è vera fuga di capitali dall’Italia

Le banche centrali dell’Eurozona tendono a sminuire la portata delle divisioni interne all’area, sostenendo che i flussi di questi tempi rifletterebbero gli acquisti dei bond attuati dagli istituti per il “quantitative easing” della BCE. In sostanza, la Banca d’Italia, ad esempio, acquista BTp, molti dei quali da investitori esteri, per cui formalmente nel sistema Target 2 si ottiene un flusso in uscita di capitali dal nostro paese. Verissimo, ma quand’anche fosse questa la giustificazione, sarebbe tutt’altro che rassicurante.

Quest’anno, come sopra scritto, il nostro passivo è salito di 107 miliardi. Ad occhio e croce, tra Banca d’Italia e BCE sono stati acquistati titoli italiani per 120-125 miliardi. Anche solo ipotizzando che a vendere siano stati tutti stranieri, questi avrebbero potuto acquistare assets italiani diversi con la liquidità ottenuta, mentre ciò non sarebbe avvenuto per un solo centesimo, segno che il mercato starebbe approfittando del QE per sbarazzarsi delle esposizioni verso l’Italia. Molto probabilmente tra un anno saremo ancora nell’euro, ma il dubbio è in quali condizioni. (Leggi anche: Italia sotto attacco finanziario)

 

 

 

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond, Spread