Italia sotto attacco finanziario: ecco le ragioni della fuga di capitali

Banche italiane nel mirino dei mercati finanziari, ma ad essere sotto attacco è tutto il nostro sistema-paese. Crescono i dubbi sulla tenuta dell'Italia.

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Banche italiane nel mirino dei mercati finanziari, ma ad essere sotto attacco è tutto il nostro sistema-paese. Crescono i dubbi sulla tenuta dell'Italia.

Banche italiane sempre nel mirino degli investitori. Non che la musica sia tanto migliore nel resto d’Europa, ma è indubbio che a pagare di più da tempo siano i nostri istituti, che quest’anno hanno bruciato in borsa circa il 53% del loro valore, nettamente di più del 34% mediamente accusato nel Vecchio Continente. Su base annua, banche quotate a Piazza Affari hanno perso già il 60% del loro valore di capitalizzazione, con punte che sfiorano il 90% per istituti come MPS.

Anche per questo, è la borsa italiana la maggiore in affanno tra le grandi in Europa. Dall’inizio dell’anno, ha perso un quarto del suo valore, qualcosa come oltre 140 miliardi di capitalizzazione, quando le perdite sono state di appena il 6% a Francoforte e del 3% a Parigi. Persino nella stessa Spagna in cerca di un governo da sette mesi, l’Ibex 35 segna un calo del 13%, la metà di quello accusato da Milano.

Crisi mercati, Italia sotto attacco

Negare che l’Italia sia tornata sotto attacco finanziario è girare la testa da un’altra parte. Per fortuna, la BCE impedisce che la crisi contagi anche i nostri titoli di stato, attraverso gli acquisti massicci realizzati con il QE. Ma cosa starebbe scatenando la sfiducia degli investitori?

I mercati hanno avuto un brutto risveglio alla fine di novembre, quando hanno appreso del salvataggio pubblico nel fine settimana di quattro banche italiane minori (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti). Da lì è stata solo una sequela di pasticci del governo, la cui responsabilità dovrebbe essere addebitata in toto al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, rivelatosi del tutto inadeguato a gestire la situazione.

 

 

 

Il flop di Atlante

Anziché prendere finalmente di petto la situazione (il governo Renzi aveva avuto già un anno e mezzo di tempo per farlo), si è passati da un espediente a un altro, nel vano tentativo di imbonirsi gli investitori. All’inizio dell’anno, Padoan annunciava quasi trionfante la garanzia statale sulle cessioni delle sofferenze bancarie (GACS), che sarebbe stata, a suo dire, risolutiva del problema.

Passano poche settimane e la crisi sui mercati non si arresta, anzi. Da lì, impossibilitato a dar vita a una “bad bank” con perdite a carico dei contribuenti, per via del diniego opposto dalla Commissione europea, il Tesoro orchestra un’altra soluzione-palliativo, il fondo Atlante. Con una dotazione di appena 4,25 miliardi, di cui 3 dedicati alle ricapitalizzazioni, avrebbe dovuto mettere in sicurezza il nostro sistema bancario.

La fiducia non ritorna

Il flop totale, persino imbarazzante, degli aumenti di capitale varati prima dalla Popolare di Vicenza e dopo da Veneto Banca testimoniano il fallimento anche dell’obiettivo per cui era nato Atlante, ossia per ripristinare la fiducia sul mercato, nonché l’insufficienza delle risorse rimaste in capo all’ente.

Passano altre settimane e dinnanzi al crollo dei nostri titoli bancari in borsa, il governo strappa alla UE un’altra misura, che anziché rasserenare, avrà forse destato qualche preoccupazione ulteriore negli ambienti finanziari: la garanzia per 150 miliardi di euro per sei mesi sulla liquidità degli istituti italiani.

 

 

 

Governo Renzi temporeggia da mesi

La sfiducia non si arresta, i mercati, complici anche la Brexit, colpiscono con maggiore forza le banche quotate a Piazza Affari. Il governo non sembra nemmeno stavolta in grado di trattare soluzioni definitive e se a Bruxelles quasi mendica la possibilità di salvare con soldi pubblici MPS, risparmiando i suoi obbligazionisti subordinati, a Roma non trova di meglio che benedire la nascita di un secondo Atlante, per qualche giorno ribattezzato dalla stampa Giasone.

Dalla mitologia alla farsa il passo è stato breve. Atlante II avrebbe dovuto incassare mezzo miliardo, tra gli altri, dalle casse previdenziali dei liberi professionisti, ma alcuni di questi ordini hanno già risposto picche. Di fatto, ad oggi una vera soluzione per mettere in sicurezza MPS non esiste, anche perché il piano che circola da giorni, che vede coinvolta anche l’americana JP Morgan, sembra più frutto dell’ingegneria finanziaria che di un’analisi della realtà.

Dubbi su piano salvataggio MPS

Non si capisce come soggetti privati possano caricarsi di crediti a rischio, senza incorrere in perdite, addirittura, pagandoli più del loro prezzo di mercato.

E chi mai si comprerebbe i 6 miliardi di tranche senior garantita dallo stato, quando il mercato italiano non sembra in grado di assorbire una simile quantità?

In attesa di risposte e non di un ennesimo placebo somministrato dal governo, gli investitori si fanno due conti e comprendono che in Italia le cose potrebbero mettersi di male in peggio. I 360 miliardi di crediti deteriorati sono una massa enorme, che sarebbe smaltita molto progressivamente e solo in presenza di una crescita economica duratura e solida, tale da consentire ai debitori di rientrare almeno in parte nelle loro esposizioni.

 

 

 

Timori per crisi politica

Ma la crescita globale rallenta, quella europea era già poco dinamica di suo e nessuno crede che il pil italiano crescerà quest’anno più dell’1%. E’ probabile, invece, che lo farà per meno di quella soglia. Per non parlare della grande incognita politica da qui a pochi mesi: cosa accadrà, se il governo perdesse in autunno sul referendum costituzionale? Sarà crisi? E chi gli succederà?

Le incognite allo stato attuale superano le certezze. La debolezza cronica della nostra economia lascia temere che quei 360 miliardi di crediti a rischio possano persino crescere con un’eventuale ricaduta nella recessione o forse anche in conseguenza di una stagnazione. E soprattutto: potrà mai politicamente un paese già in stagnazione da due decenni sostenere il peso di un eventuale assenza di crescita per ancora i prossimi anni?

Il mercato sta scontando queste variabili, non volendo peccare di ottimismo, come a giugno con la Brexit, che gli è esplosa in faccia per assenza di realismo. In questi mesi, specie di calda estate, gli investitori non stanno vendendo solo i titoli bancari, ma un po’ d’Italia. Vogliono sbarazzarsi di un pezzo del Belpaese in portafoglio, nella consapevolezza che potremmo essere la causa scatenante di un tracollo della moneta unica e di una crisi devastante della UE.

 

 

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