Italia fuori dall’euro? Il mercato sconta qualcosa di non molto dissimile

Alcuni dati preoccupanti segnalerebbero il rischio di una potenziale uscita dell'Italia dall'euro. Il pericolo sembra essere salito e non poco dall'estate appena trascorsa.

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Alcuni dati preoccupanti segnalerebbero il rischio di una potenziale uscita dell'Italia dall'euro. Il pericolo sembra essere salito e non poco dall'estate appena trascorsa.

“Quititaly”, “Italexit” e “Italeave” sono alcune delle espressioni sorte negli ultimi mesi sulla stampa internazionale per dipingere lo scenario di un’Italia fuori dall’euro, rischio considerato più realistico, dopo che il Regno Unito ha votato nel giugno scorso per lasciare la UE. Dopo la crisi del debito sovrano esplosa nel terribile biennio del 2011-’12, grazie, in particolare, all’intervento della BCE, sembrava che le acque si fossero acquietate, come dimostra da tempo lo stesso spread BTp-Bund, rientrato non proprio ai livelli pre-crisi, ma intorno a un quarto/un quinto dei picchi toccati tra la fine del 2011 e l’estate del 2012, quando la disgregazione dell’Eurozona sembrava un evento quasi imminente.

Eppure, qualcosa si sta muovendo in una direzione poco desiderabile sui mercati. Lo spread con la Germania resta intorno ai 140 punti base sulla scadenza decennale, ma il divario con gli omologhi titoli spagnoli si sta ampliando nelle ultime settimane, arrivando a 40 bp, quando il bilancio era un anno fa a nostro favore di una media di 4-5 bp. In questo momento, ad esempio, i BTp a 10 anni rendono l’1,49%, i Bonos l’1,08%. Lo spread BTp-Bonos è, pertanto, di 41 bp. (Leggi anche: Italia fuori dall’euro per Stiglitz)

[tweet_box design=”box_09″ float=”none”]#Italexit è scenario non più irreale[/tweet_box]

Cresce rischio politico percepito

L’ampliamento delle distanze tra Italia e Spagna riflette sia un rischio politico maggiormente percepito per l’Italia e meno in Spagna, dove il premier Mariano Rajoy dovrebbe ottenere a giorni un secondo mandato ufficiale, ponendo fine a una crisi istituzionale lunga 10 mesi. Al contrario, la scommessa sul referendum costituzionale in Italia potrebbe ritorcersi contro il premier Matteo Renzi, che tra meno di due mesi si ritroverebbe fuori da Palazzo Chigi.

Il referendum non sarebbe l’unica fonte di preoccupazione sui mercati, timorosi anche per lo stato di salute delle nostre banche, nonché dall’assenza cronica di crescita e la prospettiva di un debito pubblico non calante nel medio termine, avendo già toccato il 133% del nostro pil.

(Leggi anche: Spread con la Spagna al top da due anni)

 

 

 

Fuga di capitali dall’Italia

Un altro segnale delle preoccupazioni degli investitori lo si nota nei flussi di capitali da e verso l’Italia, rispecchiati nei conti del sistema di pagamenti della BCE, conosciuto come Target 2. Cos’è? Poiché tra i membri dell’Eurozona non ci sono movimenti di valute diverse, se 100 euro lasciano l’Italia e arrivano in Germania, la Bundesbank registrerà un attivo di pari valore e la Banca d’Italia un passivo dello stesso ammontare.

Ebbene, al 30 settembre scorso, il nostro paese ha registrato un passivo record di 353,9 miliardi, circa 65 miliardi in più del picco toccato nell’agosto 2012, all’apice della crisi del debito e dell’euro. Al contrario, la Germania sfiora un attivo di 700 miliardi, anch’esso in linea con il massimo di quattro anni fa, registrando una crescita su base annua di 160 miliardi, quando l’Italia ha subito un peggioramento di 118 miliardi nello stesso arco di tempo. (Leggi anche: Italia sotto attacco finanziario)

Crisi di fiducia esplosa in estate

I bilanci ci spiegano che in estate si è avuta un’accelerazione delle esposizioni debitorie della Banca d’Italia verso il resto dell’Eurozona, pari a 78 miliardi da maggio e arrivando al picco cumulato semestrale di 90,6 miliardi a settembre. Queste cifre dimostrano in maniera lampante che i flussi dei capitali si starebbero dirigendo dal Sud Europa alla Germania. Perché? Evidentemente, l’euro non starebbe godendo di solida fiducia tra gli investitori, molti dei quali temono che non sopravviverà alle svariate vicissitudini economiche, finanziarie e politiche attese da qui al prossimo futuro. Almeno, non nelle condizioni e perimetro attuali.

Infine, dobbiamo ammettere che se i rendimenti sovrani italiani non sono certamente preoccupanti in valore assoluto, attestandosi ancora ai livelli più bassi di sempre, ciò è dovuto per il solo sostegno sul mercato della BCE, attraverso il “quantitative easing”. Venendo prima o poi meno il principale acquirente dei nostri bond, i nodi arriveranno al pettine. E se in poche sedute è bastata l’ipotesi di una ritirata graduale degli stimoli per più che raddoppiare le distanze tra BTp e Bonos, immaginiamoci cosa accadrà, quando il “tapering” arriverà davvero e magari nel frattempo l’Italia sarà tornata a ristagnare economicamente e senza un governo stabile.

(Leggi anche: Quantitative easing, tapering BCE nel 2017?)

 

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