Italia fuori dall’euro per Stiglitz, ma è un rischio credibile?

L'Italia sarebbe il primo paese ad uscire dall'euro, secondo il Premio Nobel, Joseph Stiglitz. E' davvero possibile che ciò accada?

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L'Italia sarebbe il primo paese ad uscire dall'euro, secondo il Premio Nobel, Joseph Stiglitz. E' davvero possibile che ciò accada?

Intervistato dal quotidiano tedesco Die Welt, l’economista e Premio Nobel, Joseph Stiglitz, notoriamente critico verso l’operato del governo tedesco nelle vicende europee, ha avvertito che l’Italia sarebbe il primo paese ad uscire dall’euro. Difficilmente, ha affermato, tra dieci anni l’Eurozona sarà composta da 19 membri, perché è molto probabile che cambi il suo perimetro. E il nostro paese sarebbe il primo, a suo dire, a lasciare l’unione monetaria, perché già oggi gli elettori italiani si starebbero rendendo conto che la nostra economia nell’Area Euro non funziona.

Stiglitz ha aggiunto di avere consigliato anche a Grecia e Portogallo di uscire dall’euro e ha caricato la responsabilità della futura rottura dell’area sulla Germania, colpevole di essersi intestardita a portare avanti ricette di austerità fiscale e contraria al completamento dell’Unione bancaria, ovvero all’istituzione della garanzia unica sui depositi. (Leggi anche: Stiglitz attacca l’euro: fu un errore, la Germania esca per prima)

Italia fuori dall’euro, Di Maio conferma referendum

Proprio ieri, Luigi Di Maio, uno dei leader del Movimento 5 Stelle, ha ribadito in un’intervista a Bloomberg di essere contrario a utilizzare le trattative sulla Brexit per punire il Regno Unito, dicendosi un ammiratore dell’ex premier David Cameron, il quale ha chiesto al suo popolo di esprimersi sulla permanenza nella UE, pur essendo contrario al divorzio da Bruxelles. (Leggi anche: Di Maio e Di Battista divisi sul governissimo)

Di Maio ha confermato la linea dei pentastellati, ovvero la richiesta di un referendum anche in Italia per far decidere agli italiani se vogliano restare nell’Eurozona o uscirne. Il politico “grillino” ha addebitato alla moneta unica la bassa crescita della nostra economia, invocando anche una revisione dell’accordo di Dublino, che presuppone che le richieste di asilo siano effettuate nel primo paese di approdo nella UE, penalizzando evidentemente l’Italia.

 

 

 

Vittoria M5S molto probabile?

Quanto paventato da Stiglitz, dunque, nonché temuto da politici e investitori in questi mesi, parrebbe essere confermato: se il governo Renzi cade e a vincere le prossime elezioni fosse il Movimento 5 Stelle, l’Italia esce fuori dall’euro.

Un ragionamento troppo meccanico, che andrebbe meglio indagato.

Per prima cosa, quante probabilità ha l’M5S di salire al governo? La risposta è molto difficile da dare, per il semplice fatto che non conosciamo nemmeno con quale legge elettorale andremo a votare al prossimo giro. Con l’Italicum, le probabilità di vittoria dei grillini sarebbero elevatissime, ma è già in atto un tentativo di riformare la riforma della legge elettorale, proprio per evitare un simile scenario. Difficilmente, destra e sinistra assisterebbero passivamente alla loro disfatta. (Leggi anche: Referendum costituzionale e Italicum, riforme pasticciate boomerang)

Referendum euro, che succede

Seconda domanda: se vincono i grillini, l’Italia davvero esce dall’euro? L’M5S invoca un referendum sulla permanenza nell’Eurozona, che senza un ampio consenso in Parlamento avrebbe scarse probabilità di essere celebrato, non fosse altro perché la Costituzione vieta consultazioni popolari su accordi sovranazionali. E quand’anche si tenesse, i sondaggi segnalano oggi che la netta maggioranza degli italiani sarebbe ancora favorevole alla moneta unica, anche se molto meno che in passato. (Leggi anche: Referendum euro possibile in Italia?)

Scenario remoto, dunque. Non proprio. La permanenza dell’Italia nell’euro non è legata alla nostra volontà politica, che è grosso modo ultra-maggioritaria, bensì alla nostra “capacità” sul piano politico ed economico. Tutti i governi succedutisi in questi anni hanno sfoggiato professione di fede nell’euro, ma con la sola eccezione di quello a guida Mario Monti, nessuno si è mostrato realmente all’altezza di mantenere gli impegni assunti in sede europea.

 

 

 

Servono riforme strutturali

Restare nell’euro significa fare riforme pro-crescita, come le liberalizzazioni, le privatizzazioni degli assets statali, il risanamento dei conti pubblici per smaltire il rapporto tra debito e pil, la riduzione del peso della burocrazia sulle imprese per rilanciarne la produttività, uno spostamento della spesa pubblica verso gli investimenti infrastrutturali. Facile a dirsi, difficile da attuare, date le note resistenze corporative e la grande questione degli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici, che rappresentano un bacino elettorale immenso, specie in alcune regioni meridionali, difficile da scontentare oltre un certo limite.

L’uscita dell’Italia dall’euro potrebbe essere più realistica di quanto non immaginiamo proprio per la nostra incapacità politica e istituzionale di fronteggiare i problemi da almeno un quarantennio. La crisi delle banche e l’emergenza immigrazione sono solo fattori contingenti, che aggravano una performance ventennale già negativa della nostra economia, ma rischiando di divenire il pretesto della nostra definitiva implosione in Europa, qualora non fossero affrontate adeguatamente. (Leggi anche: Crisi banche italiane più grave del previsto)

Infine, è molto vero che, per dirla alla Mario Draghi all’apice della crisi dei debiti sovrani, “abbiamo investito molto capitale politico” per lasciare morire l’euro come se nulla fosse. Infatti, la BCE si è adoperata negli ultimi anni per spegnere l’incendio sui mercati dei titoli di stato e porre fine alla crisi dello spread, facendoci guadagnare tempo e risorse da utilizzare per rimetterci in carreggiata. Qualche passo in avanti sul piano delle riforme lo abbiamo compiuto, ma a leggere i nostri fondamentali sarebbe ipocrita non riconoscere che stiamo messi peggio del 2011, quando divampò l’attacco finanziario contro l’Italia. Cos’altro potrebbero fare la BCE e i commissari per evitare una frantumazione dell’Eurozona appare difficile da capire. In questa amara constatazione sta forse la profezia di Stiglitz.

 

 

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