La Banca Centrale Europea (BCE) ha preparato i mercati nella giornata di ieri ad una stretta sui tassi di interesse per il caso in cui la guerra in Iran si protraesse. A dirlo è stata la governatrice Christine Lagarde con un discorso pronunciato a Francoforte. La francese ha dichiarato che una politica monetaria restrittiva non si renderebbe necessaria se la durata del conflitto fosse limitata, anzi rischierebbe di arrivare in ritardo e di rivelarsi controproducente. Al contrario, se la durata si prolungasse e anche se l’inflazione non fosse “troppo persistente” sopra il target, sarebbe appropriato agire. A suo dire, infatti, il mercato si chiederebbe del perché della mancata reazione al superamento della soglia-obiettivo del 2%.
Tassi BCE su con guerra in Iran duratura
Il significato di questa dichiarazione sembra chiaro: la BCE agirà quando avrà a disposizione i dati macroeconomici, vale a dire almeno sull’inflazione nel mese di marzo. E potrebbe già intervenire sui tassi al prossimo board di fine aprile, a meno che per allora la guerra in Iran si fosse già conclusa. Ieri, la seduta sull’obbligazionario europeo si è caratterizzata per un restringimento degli spread e un calo dei rendimenti sovrani. Il Bund a 10 anni è sceso sotto il 3%, attestandosi in area 2,97%. La scadenza tedesca a 2 anni viaggiava al 2,62%, anch’essa in calo dal 2,64% della chiusura di martedì.
Curva tedesca più piatta: il segnale
La curva dei rendimenti “benchmark” nell’Eurozona si è appiattita con la guerra in Iran. Lo spread 10/2 anni era di 65 punti base alla fine di febbraio e ieri risultava sceso a 35 punti. Un calo di 30 punti o 0,30%, che ci dice quanto segue: il mercato si aspetta un rialzo dei tassi di interesse e una risalita dell’inflazione nell’area.
Tuttavia, quest’ultima nel medio-lungo termine non salirebbe a livelli tali da richiedere rendimenti nominali marcatamente superiori rispetto ai livelli pre-bellici.
Il Bundei 2033, cioè il Bund indicizzato all’inflazione dell’Eurozona e con durata residua di 7 anni, l’altro ieri esitava un rendimento reale dello 0,64% contro il 2,84% del titolo ordinario di pari durata. Ne derivava un’inflazione attesa in media nell’area al 2,20% da qui al 2033, sopra il target del 2% fissato dalla BCE. Prima della guerra in Iran, il confronto era tra un rendimento reale a 7 anni dello 0,49% e uno nominale del 2,35% per un’inflazione media annua attesa in area 1,85%. Dunque, il conflitto in Medio Oriente ha accresciuto le previsioni a medio-lungo termine di oltre un terzo di punto percentuale. Non poco, ma neanche (ancora) allarmante.
Brente e gas in calo
Per capire la ragione del suddetto calo dei rendimenti nella scorsa seduta, dobbiamo guardare al petrolio. Il Brent è sceso ieri sotto 95 dollari al barile, quotazione minima da due settimane. E il gas europeo si è riportato sulla soglia dei 50 euro per Mega-wattora, anch’esso ai minimi da un paio di settimane. C’è un cauto ottimismo tra gli investitori per la ricerca di un accordo da parte degli Stati Uniti.
Trump invoca il negoziato con l’Iran, timoroso per gli effetti del conflitto sull’economia americana. Il calo dei prezzi energetici favorisce anche quello dei rendimenti, prospettando una “fiammata” inflazionistica di breve durata e, quindi, senza traumi definitivi per carovita e costo del denaro.
Con guerra in Iran prolungata, tassi BCE su ed economia europea giù
Sta di fatto che, a questi livelli, i rendimenti medio-brevi tedeschi scontano 2-3 rialzi dei tassi BCE da qui ad un anno. E se la guerra in Iran durasse per diversi altri mesi, si renderebbe necessaria una stretta ancora più dura e i contraccolpi per l’economia europea sarebbero devastanti. Confindustria, ad esempio, stima un Pil italiano in recessione dello 0,7% con una durata di ben 10 mesi. E’ lo scenario peggiore possibile, visto che contempla l’assenza di un accordo USA-Iran e una carenza cronica di energia nel mondo per tutto il resto dell’anno. Talmente terribile da risultare insostenibile per qualunque governo. Ecco perché i colloqui di pace già sarebbero in corso e i mercati hanno iniziato a prenderne atto, pur con tutta la cautela del caso.
giuseppe.timpone@investireoggi.it