C’è un dato a cui stiamo prestando un po’ tutti scarsa attenzione in queste settimane di crisi geopolitica. Ieri, il Brent è salito a sfiorare i 118,50 dollari al barile sugli attacchi ai giacimenti di gas di Iran e Qatar. Trattasi delle quotazioni più alte dal 2022, quando la Russia invase l’Ucraina. Per il petrolio estratto negli USA, in gergo WTI (West Texas Intermediate), il trend è analogo, ma meno accentuato. Ieri, la differenza di prezzo tra i due è salita a quasi 12 dollari, il dato più alto sin dal 2015. Ed è anche quasi tripla rispetta alla media decennale di 4,43 dollari.
Petrolio USA a forte sconto sul Brent
Dovete sapere che il WTI quota ormai da molti anni a sconto sul Brent, mentre per gran parte dei primi anni Duemila era vero il contrario.
Tuttavia, prima che iniziasse questa guerra in Iran, lo spread era negativo di poco più di 5 dollari al barile. In meno di tre settimane, quindi, risulta più che raddoppiato. Qual è il significato di tutto ciò?
Anzitutto, perché il petrolio rincara? Lo Stretto di Hormuz, dal quale transitano 20 milioni di barili al giorno (un quinto dell’intera offerta globale), è chiuso al traffico marittimo. Nessuna nave si azzarda ad attraversarlo, perché teme di finire attaccata dall’Iran tramite raid, missili o colpi di artiglieria. Più giorni passano e più c’è paura che neanche le scorte di recente rilasciate dai 32 membri AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) basteranno più a soddisfare la domanda.
Europa principale vittima della guerra in Iran
Il fatto che il Brent stia rincarando più del petrolio USA, tuttavia, suggerisce che il mercato si stia facendo un’idea chiara su chi sarà la principale vittima di questo scombussolamento geopolitico. Il primo è il greggio trattato in due terzi del mondo (Asia, Europa e Africa) e con consegna ufficiale nel Mare del Nord. Perché di solito prezza meno del WTI? Quest’ultimo ha un mercato più limitato dalla geografia, mentre il Brent viene estratto perlopiù a ridosso dei mari e risulta più facilmente trasportabile.
Con il boom dello “shale” negli ultimi 20-25 anni, gli Stati Uniti tendono spesso ad accumulare scorte non facilmente smaltibili per la difficoltà delle compagnie di raggiungere rapidamente i porti per le consegne all’estero. Gran parte della produzione, infatti, si ha nel cuore della superpotenza. Adesso che il transito ad Hormuz è bloccato, la differenza di prezzo si sta accentuando. Gli USA producono i due terzi del petrolio di cui hanno bisogno, importando il restante terzo. Di questo, il 60% arriva dal vicino Canada e un altro 5% dal Messico. Gli stati dell’OPEC incidono solo per il 13%.
Allarme rosso in Europa
Facendo due conti, emerge che gli USA rischiano certamente di restare a corto anch’essi di petrolio, ma mai quanto Europa ed Asia con il Brent. Questa crisi farà male a tutti, anche se ad alcuni molto più di altri. L’Unione Europea, in particolare, è costretta ad importare quasi tutto il greggio che consuma.
Se dal Golfo Persico arriverà poco o nulla anche nelle prossime settimane, la situazione può degenerare a livelli non visti da almeno un paio di generazioni. Lo spread petrolifero ci segnala proprio questo: saranno cavoli amari più per noi che per gli americani!
giuseppe.timpone@investireoggi.it