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Oggi: 14 Lug, 2026

La Germania teme la Cina: il cambio dello yuan diventa il nuovo fronte della competizione

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz vuole intavolare un accordo con la Cina sullo yuan, il cui cambio appare manipolato.
14 Luglio 2026
Cambio yuan in Cina manipolato?
Cambio yuan in Cina manipolato? © Investireoggi.it

Le esportazioni in Cina hanno raggiunto il record di 412,39 miliardi di dollari nel mese di giugno, salendo a 2.120 miliardi nei primi sei mesi dell’anno. Sebbene il suo avanzo commerciale si sia leggermente ridotto al 30 giugno 576 miliardi (dai 586 miliardi del primo semestre 2025), il cancelliere tedesco Friedrich Merz è tornato ieri a mettere lo yuan nel mirino. Al centro del suo discorso in un’università in Germania c’è stato proprio l’appello per intavolare una trattativa urgente con Pechino per porre fine alla manipolazione del cambio.

Manipolazione yuan in Cina?

Già a giugno Merz aveva aperto il dossier, notando che la Cina usi anche i sussidi statali per invadere con le sue merci i mercati internazionali.

Gli aveva fatto eco la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ricordando come non sia sostenibile per un’economia accumulare un deficit commerciale pari a 1 miliardo al giorno. Infatti, nel 2025 il nostro disavanzo con il Dragone è stato proprio di 360 miliardi di euro. Allo stesso tempo, abbiamo maturato un saldo attivo di 200 miliardi con gli Stati Uniti.

Lo yuan in Cina non è del tutto sottoposto alle leggi del mercato, a parte il fatto che non sia neppure pienamente accessibile agli stranieri e convertibile in altre valute direttamente. A tale scopo esiste il cosiddetto cambio offshore, che segue comunque strettamente l’andamento del cambio onshore o sul mercato domestico. Questo rende sempre forti i sospetti delle altre potenze circa la volontà di Pechino di manipolare il corso valutario a fini competitivi.

Contro l’euro lo yuan si è rafforzato dell’8,5% nell’ultimo anno, mentre dai minimi del 2022 risulta indebolitosi di quasi il 12%. Il ciclo economico in Cina non è sovrapponibile a quello delle altre principali economie mondiali. Ciò rende più difficile isolare i movimenti del cambio per capire se siano oggetto di manipolazione o meno. Sappiamo, però, che negli ultimi anni la Banca Popolare Cinese ha abbassato i tassi di interesse al 3% per reagire a una temuta deflazione. Una politica dall’impatto tendenzialmente sfavorevole sul cambio, sebbene qui non sembri assumere connotazioni straordinarie.

Cambio euro-yuan
Cambio euro-yuan © Licenza Creative Commons

Merz chiede Plaza 2.0

Merz è arrivato a prospettare un nuovo Accordo di Plaza, forse anche volendo entrare nelle grazie del presidente americano Donald Trump. Si tratterebbe di imitare un’intesa del 1985, quando gli Stati Uniti di Ronald Reagan svalutarono il dollaro in accordo con le altre principali potenze alleate del tempo (Canada, Regno Unito, Francia, Germania e Giappone). Un’iniziativa caldeggiata in passato dallo stesso Trump, ma che oggi avrebbe poche chance anche solo di essere messa in pratica. Il mondo non è più diviso in blocchi e la Cina appartiene a una sfera geopolitica sfuggente al controllo occidentale.

Germania in crisi vuole protezione

L’aspetto interessante di questa vicenda è forse un altro: la Germania si è svegliata dal suo torpore. Dopo avere per decenni ignorato ogni critica nei confronti delle politiche manipolatorie della Cina, adesso si accorge che yuan e sussidi siano tra i principali strumenti adottati dal regime di Xi Jinping per colonizzare i mercati esteri. Un risveglio non incidentale. L’economia tedesca è entrata da anni in una sorta di stagnazione strutturale, avendo perso i suoi pilastri come i mercati aperti e l’energia a basso costo.

Per crescere il governo si sta imbarcando in potenti stimoli fiscali pluriennali, volti a perseguire il riarmo e il sostegno alle infrastrutture domestiche.

Tuttavia, la macchina delle esportazioni non può restare ignorata. Vale ancora il 35% del Pil, sebbene prima della pandemia sembrasse dirigersi verso il 40%. Da settimane, Berlino invoca “barriere” contro la Cina per difendere le produzioni europee. Una svolta di politica estera e commerciale nel solco del trumpismo, pur non dichiaratamente. Dall’inizio di luglio, ad esempio, la Commissione europea impone un dazio di 3 euro sui pacchi fino a 150 euro di valore e per ogni articolo in essi contenuto in base alla categoria merceologica. Un modo proprio per porre un argine a quel 90% di merci a bassissimo costo arrivate nel 2025 dalla Cina e transitate dalle nostre dogane.

Yuan in Cina nel mirino UE segno di decoupling?

Sono tutti segnali di un crescente allontanamento tra Europa e Cina. Non chiamatelo “decoupling”. L’Unione Europea preferisce parlare di allentamento della dipendenza strategica. Sarà, ma se lo yuan finirà sul serio nel mirino di Bruxelles, si aprirebbe un fronte occidentale contro il Dragone asiatico e che impatterebbe inevitabilmente le relazioni politiche e commerciali tra le parti. Con la differenza che Washington ha già una propria linea di politica estera con Pechino, mentre il Vecchio Continente è all’anno zero della diplomazia internazionale. Se i tedeschi invocano rigore, gli spagnoli di Pedro Sanchez si sono recati fino a poco tempo fa in visita da Xi per sfoggiare la loro autonomia dalla linea trumpiana. E i cinesi ci sguazzano sulle nostre divisioni. Non solo loro.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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