Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 17 Gen, 2026

Petrolio dal Venezuela: Trump punta a prezzi più bassi, ma gli shale USA tremano

Il presidente Donald Trump vuole abbassare i prezzi del petrolio tramite il Venezuela, ma così rischia di travolgere le compagnie americane.
6 giorni fa
3 minuti di lettura
Petrolio dal Venezuela, la strategia di Trump per abbassare i prezzi
Petrolio dal Venezuela, la strategia di Trump per abbassare i prezzi © Investireoggi.it

Il presidente Donald Trump avrebbe fermato un secondo attacco contro il Venezuela, sostenendo che il nuovo governo guidato da Delcy Rodriguez starebbe collaborando fruttuosamente con gli Stati Uniti. E annuncia 100 miliardi di dollari di investimenti nell’industria del petrolio caraibica. L’obiettivo è stato dichiarato immediatamente dopo la cattura di Nicolas Maduro: rivitalizzare le estrazioni per aumentare l’offerta globale e abbassare così i prezzi della materia prima.

Petrolio dal Venezuela piano MAGA

Trump ha un’ossessione da quando è tornato alla Casa Bianca. Anzi, ce l’aveva già quando si presentò per la prima volta agli elettori americani nel 2016: far rinascere la manifattura USA.

E’ questo il senso del suo mantra “Make America Great Again”, ormai noto con l’acronimo MAGA. Ad un osservatore disattento o esterno manca spesso il senso di questo slogan. Gli USA sono da decenni l’unica superpotenza mondiale e se è vero che la Cina si sta attrezzando per diventarne la principale rivale, le distanze in termini di standard di vita restano abissali.

Tutto vero, ma il problema è che le imprese americane hanno delocalizzato un po’ tutte le produzioni. L’America si è trasformata in un’economia fondata sui servizi e a corto di manifattura. Da cui il successo trumpiano nella Rust Belt, la vecchia cintura in cui esistevano le fabbriche che hanno reso grande l’America nei due secoli passati. Gli economisti sconfessano quasi unanimi questa sua ossessione. La manifattura USA non può essere competitiva, a causa dell’elevato costo del lavoro e dei costi normativi tipici delle economie avanzate.

Dazi ed energia a basso costo

La risposta di Trump a queste critiche è stata fin qui duplice: imposizione dei dazi per disincentivare le importazioni e aumentare parimenti la produzione interna; cacciare Maduro dal Venezuela per ottenere un aumento dell’offerta di petrolio con cui abbassare i costi dell’energia sostenuti dalle imprese americane.

Sul primo punto non si possono trarre conclusioni dopo pochi mesi, sul secondo esistono grossi rischi che lo stesso presidente dovrebbe avere valutato.

Il Venezuela è ricchissimo di petrolio, al punto da detenere le più alte riserve al mondo con quasi 303 miliardi di barili. Il problema è che ne estrae molto poco, perché ha un’industria petrolifera inefficiente e priva di capitali, oltre che sotto embargo degli USA. Mettendo le mani sulla sua compagnia statale PDVSA, Trump può beneficiare direttamente di un aumento dell’offerta e senza scendere a patti con attori esterni come l’Arabia Saudita. Allo scopo servono ingenti investimenti e tempo. Occorrono anni prima che le estrazioni aumentino in misura considerevole.

Tempi lunghi per aumentare l’offerta globale

Se l’obiettivo di Trump fosse di abbassare i prezzi del petrolio subito, sarebbe una strategia miope. E’ vero che il mercato sconta in anticipo i movimenti futuri della domanda e dell’offerta, ma non al punto di anticipare ad oggi possibili variazioni tra diversi anni. Queste restano soggette a variabili non sempre valutabili, come la geopolitica e le condizioni macro. A novembre di quest’anno gli americani tornano a votare per rinnovare il Congresso.

Trump vuole presentarsi alle elezioni di metà mandato con inflazione e tassi più bassi. Vuole ottenerli anche grazie alla discesa del petrolio tramite il Venezuela.

Rischio per industria petrolifera USA

Ammesso che ci riuscisse – e per quanto appena scritto, i dubbi sono fortissimi – il vero problema lo avrebbe in casa. Gli USA non sono soltanto consumatori, ma anche produttori di energia. Grazie al boom dello “shale” negli ultimi 20 anni, ormai estraggono quasi 14 milioni di barili al giorno, primi al mondo davanti a Russia e Arabia Saudita. Le compagnie americane riescono a produrre a costi che variano dai 26 ai 45 dollari, in base alla regione in cui operano. Per le estrazioni off-shore nel Golfo del Messico, i costi operativi salgono a 50-100 dollari. Includendo anche gli investimenti necessari per mantenere invariata la produzione, i costi estrattivi salgono a 60-70 dollari in media.

Questo significa che Trump rischia di mandare in malora la propria stessa industria petrolifera. Già ai prezzi attuali del WTI di 58 dollari, la remuneratività di molti pozzi vacilla. Figuriamoci se i prezzi precipitassero verso quella soglia dei 50 dollari desiderata dal presidente. Per quanto negli anni le compagnie abbiano ridotto il numero dei pozzi per concentrarsi sulle trivellazioni più efficienti, l’impatto sarebbe pesante: perdita di posti di lavoro e riduzione della produzione interna, con una conseguente risalita futura dei prezzi. Lo stesso petrolio in Venezuela si estrae a costi relativamente elevati, intorno ai 45 dollari al barile.

Sorridono solo le raffinerie

Ha senso questa strategia? Sì, se servisse a calmierare i prezzi senza compromettere l’industria americana. Questo implicherebbe, però, una discesa contenuta delle quotazioni internazionali e, quindi, un impatto scarso sui costi delle imprese. Il rilancio della manifattura USA non avverrà abbassando di pochi dollari il costo dell’energia. A sorridere saranno, invece, le raffinerie site nel Golfo del Messico e che importano già petrolio dal Venezuela, pur in quantità ridotte a cause delle sanzioni. Per loro le alternative non sono state praticabili negli ultimi anni, dato che il greggio importato da Caracas ha la caratteristica di essere “pesante”, ossia ricco di zolfo.

Il maggiore afflusso di barili garantirebbe margini più alti e creazione di posti di lavoro.

Petrolio dal Venezuela mossa a rischio

Riepilogando: Trump vorrebbe rilanciare l’industria manifatturiera e abbassare tassi e inflazione entro breve. Per farlo ha già introdotto dazi altissimi sulle importazioni dal resto del mondo e adesso tenta la carta del petrolio dal Venezuela per ravvivare l’offerta. Queste mosse possono contribuire nel lungo periodo a rimpatriare le filiere produttive e ad azzerare la dipendenza energetica da aree del mondo turbolente come il Medio Oriente. Comportano il rischio, però, di zavorrare la stessa industria petrolifera americana senza benefici visibili per imprese e consumatori. Per il momento possiamo limitarci ad osservare che il controllo di PDVSA è servito per allontanare Cina e Russia dal mercato energetico sudamericano.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
Il suo motto è “Il lettore al centro grazie a una corretta informazione”; ogni suo articolo si pone la finalità di accrescerne le informazioni, affinché possa farsi un'idea dell'argomento trattato in piena autonomia.

pensione a 67 anni
Articolo precedente

Chi è già in pensione a 67 anni di età può chiedere qualcosa in più all’INPS

pensione 2026 41 anni di contributi
Articolo seguente

Nel 2026 ecco a chi bastano 41 anni di contributi: alcuni a 62 anni, altri senza alcun limite di età