Mentre sapremo tra poche ore se un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran sia alla portata, c’è una notizia passata sottotraccia in questi giorni e che può avere effetti dirompenti di lungo periodo sui mercati finanziari. Essa riguarda niente di meno che il sistema dei “petrodollari”. Il governatore della banca centrale degli Emirati Arabi Uniti, Khaled Mohamed Balama, ha chiesto alla Federal Reserve una “currency swap line”, ossia una linea di credito valutario per placare la tensione di queste settimane ai danni del suo tasso di cambio contro il dollaro. Il dirham è fissato alla valuta americana a un rapporto di 3,67 e quando si registrano squilibri tra domanda e offerta, l’intervento congiunto delle banche centrali si rivela indispensabile per evitare che la parità salti.
Petrodollari, minaccia dall’emirato
Lo stesso Balama ha aggiunto sibillino che, in assenza di sostegno, Abu Dhabi potrebbe trovarsi costretta a vendere il suo petrolio in yuan. Una minaccia esplicita a Washington, che ha subito replicato tramite il capo del Consiglio degli economisti, Kevin Hassett, l’uomo dei dazi per intenderci. Egli ha prontamente riconosciuto definito l’emirato un “prezioso alleato”, pur notando che, a suo avviso, non ve ne sarebbe bisogno. In effetti, la richiesta appare molto strana. Lo stesso presidente Donald Trump ha dovuto dichiarare che “lo swap è in via di valutazione”. Gli Emirati Arabi dispongono di fondi sovrani a capo di 3.000 miliardi di dollari in asset gestiti. A fine febbraio, possedevano anche 300 miliardi in riserve valutarie.
Sebbene la guerra in Iran abbia messo a nudo fragilità impensabili e appannato il cosiddetto modello Dubai per via degli attacchi di Teheran sul territorio emiratino, Abu Dhabi non si troverebbe affatto in condizioni finanziarie critiche.
Il deflusso dei capitali ci sarà, ma la liquidità abbonda. E quella minaccia al sistema dei petrodollari non se l’aspettava nessuno a Washington; non in un momento così delicato sul piano geopolitico. L’alleato nel Golfo Persico è un nemico anch’esso dell’Iran e ha premuto per la linea dura nei negoziati, affinché Teheran non controlli Hormuz.
Abu Dhabi irritata con USA
D’altra parte, indiscrezioni arrivati da Abu Dhabi e rivelate alla stampa ammettono che nell’emirato vi sia irritazione per essere stati risucchiati in questo conflitto. Non solo le esportazioni di petrolio sono quasi impossibili senza Hormuz – a differenza dell’Arabia Saudita, che può in gran parte esportare tramite la pipeline Est-Ovest – ma l’immagine che circola nel mondo è di una nazione in fiamme e ormai insicura per fare affari o anche solo trascorrervi una vacanza.
Vacilla accordo voluto da Kissinger
I petrodollari nacquero negli anni Settanta da un’idea geniale dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger. Questi s’inventò una formula semplice e rimasta ad oggi efficace: sicurezza americana garantita agli alleati del Golfo in cambio di petrolio esportato solo in dollari. Così facendo, la domanda di valuta americana nel mondo è costantemente alta e consente agli Stati Uniti di dribblare qualche legge dell’economia.
Ad esempio, può permettersi di tenere i tassi di interesse più bassi di quanto altrimenti dovrebbero essere fissati, consentendo a stato, famiglie e imprese negli Stati Uniti di indebitarsi più a cuor leggero.
In altre parole, i petrodollari sono alla base sia del modello di ricchezza della superpotenza mondiale, sia dei suoi squilibri macroeconomici. Tuttavia, meglio per gli americani che continui ad esistere, sennò sarebbero guai. La guerra in Iran sta alzando il potere negoziale degli alleati nel Golfo. Questi hanno vista intaccata la loro sicurezza, garantita ufficialmente da zio Sam. E si stanno chiedendo, quindi, se abbia ancora senso affidarvisi anche per il futuro o se non sarebbe meglio trovare nuovi padrini capaci di tenere a bada i malintenzionati nell’area. Per questo rischiano di dover guardare a Cina e Russia. La loro capacità di presa sul regime iraniano è certamente maggiore di quella dimostrata fin qui dagli americani.
Fine dei petrodollari lusso insostenibile per USA
Non c’è in ballo alcuno swap valutario. Gli Emirati Arabi Uniti non sono alla canna del gas. Stanno testando l’amicizia americana nel tentativo di alzare la posta in gioco. Vogliono da un lato che la guerra si chiuda al più presto, ma dall’altro non che porti alla cessione all’Iran del controllo su Hormuz. In assenza di queste condizioni, inizierebbero a guardarsi intorno. E poiché gli Stati Uniti non possono permettersi lo sgretolamento dei petrodollari, dovranno accontentarli. Pena l’inizio della disgregazione dell’ordine geopolitico su cui si è retto il loro benessere nell’ultimo mezzo secolo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it