Per i neoassunti il destino del TFR cambia davvero volto. Con il nuovo meccanismo del silenzio assenso che entrerà pienamente in funzione nei prossimi mesi, sarà il lavoratore a dover scegliere quale destinazione dare alla propria buonuscita. Ma la questione riguarda non solo chi viene assunto oggi. Anche chi lavora già da anni dovrebbe interrogarsi attentamente sul futuro del proprio TFR, perché la scelta tra lasciarlo in azienda oppure destinarlo a un fondo pensione può incidere in maniera significativa sulla pensione futura, sulla fiscalità e persino sulle possibilità di uscita anticipata dal lavoro.
Cosa cambia per il TFR con il silenzio assenso
Dal prossimo primo luglio, salvo ulteriori rinvii, per i neoassunti del settore privato scatterà il nuovo meccanismo previsto dalla legge di Bilancio sulla destinazione del TFR.
Il lavoratore dovrà decidere se lasciare il TFR in azienda oppure se destinarlo alla previdenza complementare.
La vera novità è il meccanismo del cosiddetto silenzio assenso. Significa che se entro 60 giorni dalla richiesta formulata dal datore di lavoro il dipendente non comunica alcuna scelta, scatterà automaticamente l’adesione a una forma di previdenza complementare collettiva. In pratica il mancato riscontro equivarrà a una scelta favorevole ai fondi pensione.
Se invece il lavoratore decide espressamente, potrà lasciare il TFR in azienda, indirizzarlo al Fondo Tesoreria INPS oppure scegliere autonomamente un fondo pensione specifico. Chi ha già aperto un PIP o un fondo pensione individuale potrà continuare a utilizzare quello stesso strumento, facendo confluire lì il TFR maturato con il nuovo rapporto di lavoro.
Perché la scelta oggi è più importante di ieri
La questione non riguarda solo i neoassunti.
Anche chi lavora già da tempo dovrebbe iniziare a ragionare seriamente sulla destinazione del proprio TFR. Il motivo è semplice: il sistema pensionistico italiano sta cambiando profondamente. Le pensioni pubbliche future saranno sempre più basse, sempre più contributive e sempre più lontane nel tempo.
Ecco perché la previdenza complementare rischia di trasformarsi da semplice integrazione a vera necessità. Non solo per aumentare la pensione futura, ma anche perché le prossime riforme potrebbero usare proprio la rendita integrativa come strumento per consentire uscite anticipate dal lavoro.
Un primo segnale si è già visto nel 2025, quando in via sperimentale è stata resa valida la rendita dei fondi pensione per raggiungere la soglia minima necessaria alla pensione anticipata contributiva.
TFR lasciato in azienda: come funziona
Il TFR non è una tassa né una trattenuta persa. È una quota di stipendio che ogni mese viene accantonata dal datore di lavoro e che il lavoratore recupererà alla cessazione del rapporto oppure in parte tramite anticipazioni.
Chi lascia il TFR in azienda continua a maturare una rivalutazione stabilita per legge.
Il meccanismo oggi prevede una rivalutazione fissa dell’1,5% più il 75% dell’inflazione annua. Se per esempio l’inflazione fosse del 10%, il TFR maturerebbe il 7,5% legato all’inflazione più l’1,5% fisso, per un totale del 9% di rivalutazione. È quindi un sistema stabile e prevedibile, ma che nel lungo periodo spesso rende meno rispetto ai fondi pensione.
I vantaggi del fondo pensione
Destinare il TFR a un fondo pensione può offrire diversi vantaggi. Il primo è quello della continuità dell’accumulo.
Chi cambia spesso lavoro, infatti, normalmente incassa ogni volta il TFR maturato e spesso finisce per consumarlo. Con il fondo pensione invece il capitale continua a crescere anche passando da un’azienda all’altra.
Basta comunicare al nuovo datore di lavoro il fondo già scelto e il TFR continuerà ad accumularsi nello stesso contenitore previdenziale. Nel lungo periodo questo può fare una grande differenza.
Rendimenti più elevati nel lungo periodo
Un altro elemento da considerare riguarda i rendimenti. Storicamente, sui periodi lunghi di 20 o 30 anni, i fondi pensione hanno spesso garantito performance superiori rispetto alla rivalutazione del TFR lasciato in azienda. Naturalmente molto dipende dal comparto scelto, dall’andamento dei mercati e dal profilo di rischio. Ma nel lungo periodo la previdenza complementare tende generalmente a offrire rendimenti più elevati.
I vantaggi fiscali
Uno dei punti più interessanti riguarda la fiscalità. Va fatta però una precisazione importante: il TFR destinato al fondo pensione non è deducibile. A essere deducibili sono invece i versamenti volontari aggiuntivi effettuati dal lavoratore.
Chi apre un fondo pensione o un PIP può infatti decidere di versare somme ulteriori oltre al TFR. Questi versamenti possono essere dedotti dal reddito imponibile fino a 5.300 euro annui. Il vantaggio fiscale può diventare molto rilevante. Per esempio, un contribuente con aliquota IRPEF al 23%, versando 5.000 euro al fondo, può ottenere un risparmio fiscale di circa 1.150 euro.
In pratica una parte importante di quanto versato torna indietro sotto forma di minori imposte o rimborso fiscale.
La tassazione finale: altro punto decisivo
Anche la tassazione al momento della liquidazione è molto diversa. Il TFR lasciato in azienda viene tassato con aliquote che partono dal 23% e che possono salire in base alle retribuzioni degli ultimi anni. Nei fondi pensione invece la tassazione finale è molto più favorevole.
L’aliquota infatti parte dal 15% e può scendere progressivamente fino al 9% in base agli anni di permanenza nel fondo. Ed è proprio questo uno dei vantaggi più forti della previdenza complementare.
Come scegliere davvero
Non esiste una scelta perfetta valida per tutti. Chi privilegia stabilità, liquidità immediata e semplicità potrebbe preferire lasciare il TFR in azienda. Chi invece guarda alla pensione futura, ai vantaggi fiscali, ai rendimenti di lungo periodo e alla possibilità di costruire una rendita integrativa potrebbe trovare molto più conveniente la strada del fondo pensione.
La vera differenza, oggi, è che il TFR non è più soltanto una buonuscita. Sta diventando sempre più uno strumento strategico per costruire il proprio futuro previdenziale.