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Oro in rialzo con tensioni in calo: cosa sta succedendo?

L'oro risale ai massimi da un paio di settimane con l'allentarsi delle tensioni geopolitiche e la propensione al rischio sui mercati.
1 Aprile 2026
L'oro risale sui mercati con l'allentamento delle tensioni geopolitiche
L'oro risale sui mercati con l'allentamento delle tensioni geopolitiche © License Creative Commons

L’oro è passato in pochi giorni da 4.200 dollari all’oncia agli attuali 4.710 dollari, segnando un aumento superiore al 12% e confermandosi un asset particolarmente volatile in un periodo di forti tensioni sui mercati finanziari. Non è quanto ci saremmo aspettati dal “bene rifugio” per antonomasia. Soprattutto, la direzione intrapresa di volta in volta appare contrastare con la narrativa su ciò che il metallo rappresenti per l’uomo comune e l’investitore da millenni.

Tensioni sui mercati intaccano l’oro

Quando alla fine di febbraio iniziarono gli attacchi di USA e Israele contro l’Iran, l’oro ancora sfiorava i 5.200 dollari. Pur inferiore ai massimi storici che aveva raggiunto un mese prima ad un soffio dei 5.600 dollari, era molto apprezzato. Ci saremmo immaginati un po’ tutti che avrebbe proseguito la corsa fino a segnare di lì a breve un ennesimo record.

Invece, ha sorprendentemente ripiegato fino ai minimi toccati giovedì scorso. Un apparente controsenso, visto che le tensioni sui mercati avrebbero dovuto alimentare gli acquisti e sostenere i rialzi.

La cosa è sembrata ancora più scioccante, se si pensa che nelle stesse settimane il mercato delle criptovalute, percepito come estremamente rischioso, abbia tenuto botta e, a tratti, sia risalito ai massimi dagli inizi di febbraio. Una spiegazione tecnica di questo andamento imprevisto riguarda i bond. I loro rendimenti sono risaliti per le accresciute aspettative d’inflazione da un lato e i rialzi dei tassi di interesse scontati dall’altro. Ciò ha reso più forte la concorrenza al metallo, che in qualità di asset senza cedola non riesce a fornire reddito ai possessori fino al disinvestimento.

In pratica, l’oro ha perso appeal nei confronti del mercato a reddito fisso. E anche il dollaro ha contribuito in tal senso. Si è apprezzato del 4% in media contro le altre valute mondiali, rendendo il metallo più costoso per gli acquirenti non americani. La domanda ne ha risentito. In realtà, ci sono stati anche altri fattori a gravare sul trend. Le banche centrali, principale driver della domanda ormai da anni, non solo hanno smesso di fare incetta di riserve auree con la guerra, ma alcune di esse hanno iniziato a vendere. Motivo? Hanno bisogno di liquidità per importare energia (in dollari) a prezzi più alti e per difendere i rispettivi tassi di cambio.

Prospettive a medio-lungo termine restano positive

Man mano che le tensioni geopolitiche si trasferivano ai mercati finanziari, agli occhi degli investitori istituzionali e non l’oro diventava un prezioso asset liquidabile per fare cassa. E questo ha ridotto le sue quotazioni, contravvenendo all’automatismo percepito secondo il quale esse dovrebbero aumentare ad ogni crisi. La realtà è più complessa e non inficia l’outlook a medio e lungo termine. L’errore di fondo di molti è confondere i trend a brevi con quelli lunghi. Le prospettive per il metallo restano positive, purché non si creda che debbano confermarsi tali seduta dopo seduta o mese dopo mese.

Marzo è stato per l’oro il peggiore mese dal 2013. Basta questo per rimangiarsi le previsioni dei mesi scorsi circa il suo ruolo futuro? Le ragioni del suo boom di questi anni (+160% in 5 anni, al netto del tonfo nelle scorse settimane) risiedono in problemi strutturali come l’eccesso di debiti sovrani, politiche monetarie relativamente accomodanti e tensioni geopolitiche crescenti con risvolti negativi sui mercati. Dopo l’Iran, non solo non sono svaniti, anzi si sono accentuati. I governi, specie in Europa, avranno bisogno di aumentare la spesa militare per rendersi meno dipendenti dalla difesa USA. A fronte di un’economia continentale che ristagna e un declino demografico all’apparenza inarrestabile, i debiti aumenteranno in rapporto al Pil.

Iran conferma dubbi in Asia sul dollaro

Il caso Iran conferma in Asia la necessità per molti di sganciarsi dalla finanza dollaro-centrica per sfuggire a possibili sanzioni e rappresaglie. La dedollarizzazione di cui abbiamo sinora tanto blaterato, in realtà non è ancora neppure iniziata. Questo non significa che non si stiano creando le condizioni perché accada, tra debito americano sempre più insostenibile, credibilità monetaria degli USA che vacilla e chiusura commerciale. L’oro è l’anti-dollaro per eccellenza. Le tensioni sui mercati di queste settimane lo stanno dimostrando, pur se nel senso momentaneamente opposto.

giuseppe.timpone@investireoggi.it

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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