Da quando è iniziata la guerra in Iran, con gli attacchi di USA e Israele sin dalla nottata tra 27 e 28 febbraio, il dollaro ha guadagnato la media di oltre il 4% contro le altre principali valute mondiali. E sarebbe potuta andare meglio per il biglietto verde, se non fosse stato che le banche centrali straniere abbiano disposto da allora la vendita di Treasury per un controvalore di 82 miliardi di dollari. Trattasi dei titoli del debito federale americano depositati per conto delle istituzioni estere presso la Federal Reserve. L’ammontare è così sceso a circa 2.700 miliardi, lo stesso livello del 2012.

Banche centrali vendono Treasury per calmierare il dollaro
Si tratta di un dato ben inferiore al picco storico del 2021 – in piena pandemia – quando superò i 3.100 miliardi.
E cosa ancora più importante è che rispetto al 2012 il mercato dei Treasury è quasi triplicato in valore dagli 11.000 di marzo (esattamente 14 anni fa) ai 29.324 miliardi di fine febbraio scorso. Ciò significa che le detenzioni delle banche centrali sono scese nel periodo considerato da oltre il 23% del totale a circa il 9%. Vero è anche, tuttavia, che le vendite dal 25 febbraio scorso hanno impattato per meno dello 0,3% delle emissioni sovrane USA in circolazione.

Scarso impatto sul debito USA
In pratica, sarebbe un’esagerazione parlare di allarme per il mercato dei Treasury. Le banche centrali non fuggono dal debito americano per paura della sua solvibilità, bensì per la necessità di tenersi più liquide per fronteggiare gli aumenti dei costi delle importazioni di petrolio e gas. E allo stesso tempo, stanno cercando di arrestare la corsa del dollaro o almeno tentano di frenarla. Un cambio più debole per le altre economie accentua il costo delle importazioni regolate nella valuta americana. Ad esempio, la sola banca centrale turca ha disposto la vendita di bond tra le riserve valutarie per 22 miliardi di dollari dall’inizio della guerra.
Si stima che siano perlopiù titoli americani.
I rendimenti dei Treasury sono risaliti lungo la curva delle scadenze nell’ultimo mese, sfiorando il 5% per il trentennale e portandosi fino al 4,4% per il decennale. Un dato che sembrava effettivamente cozzare con l’apprezzamento del dollaro, il quale implicherebbe l’acquisto di asset in dollari come bond e azioni, entrambi in calo con il conflitto. Dunque, si conferma la sensazione che le banche centrali puntino alla liquidità, anche a costo di vendere parte delle riserve di oro. Ciò spiegherebbe anche il tracollo delle quotazioni del metallo dai massimi di 5.600 dollari di fine gennaio ai 4.200 dollari toccati durante la scorsa settimana.
Rischi potenziali esistenti
Sebbene le sole vendite delle banche centrali non siano in grado di mettere ko i Treasury, il cui mercato è il più liquido al mondo, si sta trattando di un segnale che il governo americano non può ignorare del tutto.
Esso ha bisogno di acquirenti stranieri del suo debito, la cui crescita tenderà ad accelerare con i nuovi stanziamenti in favore del Pentagono e il rialzo dei rendimenti. Cosa quasi paradossale, l’amministrazione Trump persegue formalmente l’obiettivo di indebolire il dollaro. Deve temere che il desiderio gli venga esaudito dagli altri se si mettessero a vendere molto più copiosamente titoli USA al punto da accentuarne i costi di emissione e far deragliare il bilancio federale già sotto stress.
Treasuries contro super dollaro arma spuntata per banche centrali?
Il salto di qualità, anzi di quantità, avverrebbe solamente nel caso di vendite cospicue da parte delle principali banche centrali: BCE, Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone e Banca Popolare Cinese. La loro “potenza di fuoco” sarebbe tale da impensierire il Tesoro americano. Operazioni di questo tipo non concordate, tuttavia, porterebbero ad uno scontro politico con Washington. Ragione per cui si tratta più che altro di una potenziale minaccia per indebolire il dollaro. Possibile mitigazione ai rialzi dei tassi di interesse nel breve periodo, ma con implicazioni severe nelle relazioni diplomatiche e finanziarie con gli States. Da un lato possiamo anche immaginare che una simile prospettiva possa essere presa in considerazione a Pechino. Le capitali occidentali, invece, non vorranno forzare la mano, pur tra le tensioni di queste settimane. Dell’apertura del conflitto nel Medio Oriente non sono state neanche avvertite e ne pagano già il costo economico.
giuseppe.timpone@investireoggi.it