Il presidente americano Donald Trump dice del vero quando afferma che l’economia in Iran sia al collasso. Lo conferma indirettamente il crollo del cambio del rial ai nuovi minimi storici contro il dollaro in queste ore. Al mercato nero, servono ora fino a 1.810.000 rial per 1 dollaro. Prima della guerra, a fine febbraio, ne occorrevano fino a 1.720.000. Ma il fatto curioso è che subito dopo aveva ripreso a rafforzarsi fino a un tasso di 1.464.500 toccato il 12 marzo scorso. In pratica, nelle prime due settimane del conflitto la valuta si era apprezzata di oltre il 17%, un fatto apparentemente paradossale.
Crollo rial segno di declino per l’economia in Iran
In realtà, l’apprezzamento segnalava la capacità dell’Iran di sfruttare la chiusura di Hormuz a proprio vantaggio, impedendo il transito delle petroliere degli altri stati del Golfo Persico e restando l’unico a vendere greggio a prezzi notevolmente maggiori rispetto a quelli pre-bellici. Una situazione che ha frustrato le aspettative del governo americano, il quale credeva che gli attacchi avrebbero messo subito in ginocchio un’economia già al collasso prima che iniziasse la guerra.
Proprio per porre fine a questo effetto positivo, gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale a loro volta ai danni dell’Iran. Le loro navi si sono piazzate dinnanzi ai porti e impediscono alle navi nemiche di passare e, quindi, di esportare petrolio. E così, il regime islamista corre contro il tempo per evitare di dovere arrestare la produzione, in quanto gli stoccaggi stanno riempendosi ed entro 2-3 settimane non vi sarebbe più spazio fisico per depositare greggio sul territorio nazionale.
Lavoratori e imprese senza internet da mesi
Il crollo del rial ai nuovi minimi storici sta coincidendo sia con il blocco navale che non la minaccia americana che esso possa durare ancora a lungo. Rifletterebbe la carenza di valuta estera e/o l’aumento della domanda. Tuttavia, quand’anche la produzione si stesse azzerando, non dobbiamo credere che ciò comporterebbe un immediato tracollo di offerta di dollari in Iran. Di solito, tra il momento delle estrazioni e il ricevimento dei pagamenti trascorrono fino a 4 mesi: 2 per portare il greggio a destinazione e altrettanti per incassare.
Dunque, la reale penuria di dollari dovrebbe verificarsi in piena estate. Ciononostante, il crollo del rial segnalerebbe che la popolazione in Iran stia scontando uno scenario catastrofico al punto da fare accaparramento di valuta estera. Nel frattempo, l’economia sta subendo danni enormi da due mesi di blackout di internet. Esso impedisce a molte imprese di comunicare con la clientela e di fare business. Situazione altrettanto disperata per molti lavoratori da remoto, soprattutto donne. I redditi stanno collassando nel settore privato, tra l’altro defalcati da un’inflazione al 50% per l’ultimo dato rilevato a marzo. Gli impiegati statali, invece, stanno beneficiando di aumenti del 60% e della possibilità di lavorare da remoto a tempo pieno e senza tagli alla busta paga.
Accordo di pace più vicino?
Se queste sono le cifre ufficiali, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato al 68,9% il tasso di crescita medio dei prezzi al consumo per il 2026. E stime indipendenti parlano di picchi del 219% per oli e grassi. Ricordiamo che fu proprio il crollo del rial a provocare le proteste dei commercianti in Iran dalla fine di dicembre dello scorso anno, sfociate in imponenti manifestazioni di massa a gennaio e represse dalla dittatura con eccidi per migliaia di vittime accertate.
Una situazione disperata, che svela le ragioni del cambio di toni di Teheran circa il raggiungimento di un accordo di pace con Washington. Fino a un paio di settimane fa, i vari leader del regime si mostravano ironici, sfottenti e senza fretta nel negoziare. Dopo il blocco navale imposto dall’amministrazione Trump, l’aria è cambiata. Il vantaggio con la chiusura di Hormuz è svanito e l’economia in Iran rischia un tracollo in piena guerra, con la disperazione che può può spingere la popolazione a ribellarsi anche sfidando la repressione. Il crollo del rial è la spia di questa accelerazione del declino e può avvicinare la riapertura dello stretto.
giuseppe.timpone@investireoggi.it