Pochi giorni fa, il concerto di Ultimo a Tor Vergata ha segnato un nuovo record con 250.000 biglietti staccati. Gli italiani non rinunciano al divertimento, anche se costa ogni anno di più. Siamo nell’era della “funflation”, un termine nato dall’unione di “fun” (“divertimento”) e “inflation”. Negli Stati Uniti, dove le analisi dei fenomeni economici si sprecano, da qualche anno si parla di “Swiftonomics”, vale a dire dell’impatto dei concerti di Taylor Swift sulle economie locali. I prezzi di alberghi, ristoranti, pub, ecc., s’impennano. Il giro d’affari lievita, ma non tutti i residenti sono contenti.
Funflation in corsa
Anche in Italia esistono vari dati sulla “funflation”, la cui misurazione ufficiale non esiste.
Alcune voci di spesa sono state analizzate per capire quanto spendono gli italiani per divertirsi. Nel 2025, la spesa per spettacoli e intrattenimento è salita del 7%. I concerti dal vivo hanno superato per la prima volta la cifra di 1 miliardo di euro di incassi. Si sono tenuti 40.000 eventi per un totale di 26 milioni di spettatori e per un impatto economico complessivo di 4,3 miliardi.
Già nel 2024, secondo il rapporto di PwC sull’Entertainment, Media & Telecommunications in Italia, la spesa dei consumatori nei settori media e intrattenimento era salita a 38,8 miliardi. Probabile che abbia superato, a questo punto, i 40 miliardi. Tornando al concerto di Ultimo a Roma, il prezzo dei biglietti è stato compreso tra un minimo di 49,00 a un massimo di 99,00 euro. Includendo le commissioni, da 52,43 a 105,93 euro. L’incasso totale è stimato in 16 milioni.
Divertirsi contro la solitudine
Numeri, che sembrano cozzare con altre cifre relative al basso potere di acquisto degli stipendi italiani.
In effetti, il 40% degli under 35 dichiara di trovarsi in difficoltà economica a causa dei costi legati alla vita sociale, sebbene non vi rinunci. Un fenomeno, che viene definito anche “friendflation”, vale a dire il costo da sostenere per non rischiare la solitudine. Ed esso risulta tendenzialmente in crescita ben oltre il dato dell’inflazione generale, che al picco di maggio è stato del 3,2%.
La “funflation” non è soltanto un indicatore economico, ma anche sociale. Ci dice molto della volontà di milioni di giovani, in particolare, di divertirsi a tutti i costi per paura di restare soli. E’ anche la spia dei tempi che viviamo, dove le relazioni sociali risultano molto disgregate e sono spesso rimpiazzate da serate al pub o al ristorante, al concerto come nelle sale da ballo, ai parchi divertimento come ad eventi di ogni tipo. E ciò porta al paradosso di prezzi e domanda in continuo aumento.
Bassa occupazione, alta domanda di svago
Nella “funflation” c’è anche spazio per la dimensione culturale tout court, come le visite ai musei, gli acquisti di libri, riviste e giornali cartacei o digitali. Ci sono anche sagre e feste popolari, che arricchiscono e tengono in vita le tradizioni e le economie locali. Insomma, il divertimento di cui parliamo è da intendersi in senso lato, più nell’accezione di consumo del tempo libero.
Resta il fatto che l’economia con la più bassa occupazione giovanile in Europa e con stipendi al palo da decenni segnali di non rinunciare allo svago. Che è insieme una buona notizia e un interrogativo su cosa al suo posto gli italiani decidano di sacrificare.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



