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Hormuz bloccato, ecco i due grandi vincitori: Cina e crypto

Il blocco dello Stretto di Hormuz sta facendo emergere due improbabili vincitori: Cina e crypto. A farne le spese sarà il dollaro.
3 Aprile 2026
Hormuz bloccato vittoria per Cina e crypto
Hormuz bloccato vittoria per Cina e crypto © Investireoggi.it

La guerra contro l’Iran cesserà “entro 2-3 settimane”, che lo Stretto di Hormuz sarà per allora stato riaperto al transito o meno. Le dichiarazioni di questa settimana del presidente americano Donald Trump prospettano una cessazione delle ostilità entro la fine del mese. E non arrivano per bontà d’animo. Le navi cargo bloccate da oltre un mese stanno decretando la vittoria inattesa di Cina e crypto. I segnali di quanto stia avvenendo in un’area di poche centinaia di km quadrati sono negativi a lungo termine per dollaro e Stati Uniti.

Cina e crypto approfittano di Hormuz

Abbiamo appreso da pochi giorni che l’Iran stia imponendo una sorta di pedaggio” alle petroliere alle quali rilascia l’autorizzazione per attraversare Hormuz.

Chiamiamolo pure “pizzo”, perché di questo alla fine si tratta. Ma non soffermiamoci sul dato morale della vicenda, bensì sulle sue implicazioni geopolitiche a lungo termine. E’ emerso nei dettagli che il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana (IRGC) stiano già imponendo 1 dollaro per ogni barile trasportato. Se una petroliera trasporta 2 milioni di barili, pagherà 2 milioni di dollari.

Un modo per sfruttare la propria posizione di vantaggio nel controllo dello stretto per auto-finanziarsi in piena guerra. Quello che fin qui non avevamo saputo è che il pagamento non viene richiesto in valuta americana, bensì in yuan o in stablecoin con asset sottostante in dollari. Una decisione in parte obbligata, essendo l’Iran sotto embargo dagli Stati Uniti e, pertanto, non se ne farebbe nulla di dollari che non riuscirebbe a scambiare. In realtà, la vicenda sta venendo sfruttata abilmente dal regime islamista per segnalare al mondo l’esistenza di alternative valide al dollaro, capaci di alleviare l’enorme costo per l’economia globale dettato dal boom delle quotazioni energetiche.

Pechino si consolida come potenza asiatica

Per la Cina non si tratta solo di una vittoria simbolica. Il suo yuan viene adesso guardato con occhi diversi rispetto anche solo a poche settimane fa. Serve per uscire da una situazione altrimenti disperata. Pagare il pedaggio ad Hormuz in yuan equivale a garantirsi l’approvvigionamento di petrolio e gas, perlomeno in Asia e con riflessi benefici per l’intera economia mondiale. L’importante è, infatti, che la disponibilità fisica di energia aumenti globalmente. Lo stesso dicasi per le crypto. Anziché pagare in dollari, i petrolieri hanno la possibilità di usare una via indiretta.

Non tutti possono approfittarne. Il trattamento di favore è riservato agli stati “amici” come India, Cina, Russia, Pakistan e Iraq. A tutti gli altri l’attraversamento sarà negato e, se legati a nazioni nemiche come USA e Israele, subiranno persino attacchi. Il segnale per la superpotenza rischia di diventare devastante. L’intero pianeta confida che aumenti il numero di navi che attraversano Hormuz ogni giorno e ben venga che lo facciano anche pagando in yuan e crypto. La Cina assurge a potenza stabilizzatrice e la sua valuta sta servendo a riportare un po’ di ordine in un contesto caotico.

Rischi geopolitici a lungo termine per USA

Ovviamente, le cose sono più complesse di così. L’Iran resta sotto embargo dell’Occidente e pagare i Guardiani della Rivoluzione, organizzazione considerata “terroristica” da USA, Canada, Australia, Argentina e di recente anche dall’Unione Europea, comporta rischi legali non secondari. E sulle crypto persistono riserve nel circuito finanziario tradizionale. Né conviene più di tanto a Teheran consentire il passaggio a troppe navi, altrimenti perde la leva negoziale su cui sta tenendo sotto scacco il resto del pianeta. Resta il fatto che per avere più petrolio, al mondo venga prospettata una via d’uscita disonorevole per il dollaro e la superpotenza che lo emette. Le conseguenze a lungo termine possono diventare serissime per Washington. Se la dedollarizzazione si pensava sarebbe stato un processo pluridecennale, adesso potrebbe accelerare il passo.

Ancora più devastante sarebbe per il governo americano se cessasse gli attacchi senza neanche pretendere la riapertura di Hormuz. Una sconfitta in piena regola, mascherata all’occorrenza da una vittoria rispetto agli obiettivi militari prefissati. Tanto più se l’Iran riuscisse a strappare nelle trattative il controllo definitivo dello stretto. A quale titolo avverrebbe, dato che il codice della navigazione considera territoriali le acque fino a un massimo di 12 miglia (circa 19,3 km) dalle coste? La distanza più bassa è di 33-34 km tra Iran e Oman. A quel punto, sarebbe per gli USA come alzare bandiera bianca pur di garantirsi la discesa dei prezzi energetici.

Crypto e Cina picconano i petrodollari

Crypto e Cina banchettano sulle difficoltà di un dollaro, che è sì tornato ad apprezzarsi con la guerra contro le altre valute, ma meno di quanto fosse lecito immaginare. Quando la Russia invase l’Ucraina, si rafforzò in media del 17% in 7 mesi. In questa occasione, ha segnato un massimo del +4% entro il primo mese. Condizioni e tempistiche differenti, per carità. Ma l’immagine della valuta di riserva mondiale potrebbe essersi iniziata ad appannare proprio dal 2022, tra asset russi “congelati” e sanzioni finanziarie che hanno trasformato definitivamente la percezione del biglietto verde in un’arma contro i nemici dell’America.

Un’eventuale sconfitta bellica, dichiarata o meno, renderebbe quell’arma meno minacciosa agli occhi del mondo. L’ultima grande sconfitta militare che l’America subì, avvenne negli anni Settanta in Vietnam. Allora, le spese militari alle stelle costrinsero l’amministrazione Nixon a ritirarsi dall’Accordo di Bretton Woods. Il dollaro si salvò solamente grazie alla provvidenziale opera dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, che volò insieme al presidente fino a Riad per stringere un accordo con Re Faisal: sicurezza in cambio di esportazioni del petrolio solamente in valuta americana. Il sistema dei petrodollari si regge fino ad oggi, ma adesso proprio un evento scatenato forse in maniera improvvisata nel Golfo Persico rischia di metterlo in crisi. Cina e crypto sarebbero i primi a trarre vantaggio dalla fine del vecchio ordine monetario globale.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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