Il Parlamento europeo è chiamato oggi ad esprimersi sull’euro digitale, un progetto lanciato per la prima volta dalla Banca Centrale Europea (BCE) nel 2020. L’obiettivo sarebbe l’entrata in vigore entro il 2029, ma già dall’anno prossimo inizierebbe la fase di prova per verificarne il funzionamento all’atto pratico. In gioco ci sarebbe l’indipendenza strategica dell’Unione Europea sui pagamenti digitali. Nota il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, che i due terzi con carta nell’area sono realizzati attraverso colossi esterni come Visa e MasterCard. E in tempi di risentimento anti-trumpiano, lo schema viene propinato come difesa della nostra autonomia finanziaria.
Euro digitale: come funzionerebbe
L’euro digitale avrebbe lo stesso valore di banconote e monetine. Il risparmiatore accenderebbe un conto presso la stessa BCE e riceverebbe in cambio un certo tasso di interesse. Grazie ad esso, pagherebbe gli acquisti in modalità digitale tramite carta e app. Le banche temono di perdere clienti e depositi. Tuttavia, le limitazioni poste ai depositi per ciascun cittadino dell’area ridurrebbero tale rischio. Quanto ai costi, le banche li stimano in 18 miliardi di euro, mentre la BCE a non più di 6 miliardi e nota che i benefici di lungo periodo risulterebbero superiori.
Con l’euro digitale l’UE tenta di recuperare il tempo perduto sulla sfera dei pagamenti digitali. Peccato che lo faccia da un’ottica dirigista e statalista. Non sarebbe un’operazione di mercato, bensì gestita in toto dalle istituzioni comunitarie. Né risulterebbe sufficiente a scalfire il dominio dei circuiti americani. Perché se da un lato Bruxelles tenta una risposta, pur poco convincente, dall’altro il suo principale azionista persevera nel sabotare ogni iniziativa tesa a rafforzare il sistema bancario europeo.
Germania sabota integrazione bancaria
La Germania ha da poco replicato ufficialmente tramite il governo federale all’OPS di Unicredit su Commerzbank. Ha avvertito che non approva l’operazione e che non cederà “mai” la partecipazione superiore al 12% nel capitale. Contro il parere di Bruxelles, pur ancora informale, si è scagliata contro la scalata italiana per preservare l’indipendenza della banca tedesca. Così fan tutti in Europa, per cui nulla di anomalo. Il problema è che Berlino ha sempre puntato il dito contro i partner dell’area, tra cui l’Italia sulla ratifica del nuovo MES.
Senza la creazione di grandi banche transnazionali, non c’è euro digitale che tenga per poter competere alla pari con colossi come Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Bank of America, ecc. Il nostro sistema finanziario è affetto da nanismo. Tante piccole realtà incapaci da sole a reggere la concorrenza dei gruppi stranieri. Il risultato è un deflusso di capitali costante dall’UE verso il resto del mondo, quasi interamente a favore del mercato americano. E questo si traduce in uno svantaggio competitivo per le nostre imprese, prive delle risorse necessarie per consolidarsi ed espandersi sullo stesso mercato domestico e all’estero. Di conseguenza, anche la crescita economica resta sotto il potenziale.
Banche piccole e bassa crescita
Tutto questo non avviene per pura ottusità. Le fusioni bancarie transfrontaliere hanno effetti non neutrali sul tessuto produttivo. La banca scalatrice tende ad investire i risparmi depositati presso la banca scalata nel proprio Paese di origine. Nessun governo nato da un’investitura popolare lo può accettare. E qui casca l’asino: l’UE non esiste e non sarà da qui ai prossimi decenni, se non secoli, uno stato propriamente detto. Per un cittadino tedesco non è indifferente che le banche investano in Germania o in Italia. Lo stesso per un cittadino italiano, francese, spagnolo, ecc. Il concetto di nazione, per quanto deriso e tacciato di arcaicità, resiste nella mentalità dei singoli e nelle strutture sociali. Per dirla in maniera spicciola, i confini esistono eccome.
L’euro digitale rischia di aggravare la situazione, indebolendo la raccolta diretta delle banche senza che queste saranno in grado di rafforzarsi in altro modo per effetto delle suddette limitazioni normative e politiche. Esistono già progetti simili nati su iniziativa dei privati. E’ il caso di Wero, a cui non ha aderito ad oggi alcuna banca italiana e che ha stretto di recente un accordo con Bancomat. Sarebbe stato più opportuno sostenere iniziative simili e lasciare che fosse il mercato a giudicare la bontà di ciascuna. L’impulso dirigista a Bruxelles ha prevalso ancora una volta.
giuseppe.timpone@investireoggi.it