Gli Emirati Arabi Uniti lasceranno l’OPEC con effetto dall’1 maggio, cioè dopodomani. L’annuncio è arrivato dal ministro dell’Energia con testuali parole:
La decisione segue la revisione complessiva della politica sulla produzione, la sua attuale e futura capacità e si basa sul nostro interesse nazionale e sul nostro impegno a contribuire effettivamente a soddisfare le esigenze del mercato.
Emirati terzi produttori OPEC
L’OPEC è il più grande cartello del petrolio al mondo. Esso riunisce sin dal 1960 alcuni dei principali esportatori, perlopiù nel Medio Oriente, con l’obiettivo di sostenere i prezzi quando l’offerta globale risulta elevata e di calmierarli quando si mostra insufficiente rispetto alla domanda. Gli Emirati Arabi risultano i terzi produttori dell’organizzazione con una produzione a febbraio, prima della guerra in Iran, di 3,39 milioni di barili al giorno.
A marzo, però, essa era scesa a 1,91 milioni a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Davanti ci sono solamente Arabia Saudita e Iran.
Non c’è stata alcuna spiegazione per questa fuoriuscita clamorosa. Abu Dhabi faceva parte dell’OPEC sin dal 1967 ed è stato fino ad oggi un suo membro influente. Negli ultimi anni, le tensioni con i sauditi sono state forti. Riad, che è il leader di fatto del cartello, ha perseguito una politica di restrizione dell’offerta sin dall’inizio della pandemia, con l’obiettivo di sostenere i prezzi. Gli emiratini non hanno rispettato le quote di produzione loro assegnate, poiché hanno preferito aumentare la loro capacità. La decisione delle scorse ore conferma che l’adesione all’OPEC stesse ormai stretta.
Conseguenze a lungo termine
L’impatto sul mercato del petrolio non sarebbe immediato. Poiché Hormuz resta chiuso, continuerà ad essere impossibile per gli Emirati esportare. Le conseguenze sono di medio-lungo termine. L’OPEC perde un prezioso alleato e riduce la sua capacità di incidenza sul mercato globale, scendendo potenzialmente sotto il 30%.
Adu Dhabi sarà più libera di fissare i livelli di produzione che crede e in base alle condizioni del mercato, senza tenere in considerazione necessariamente aspetti di natura geopolitica. Mani libere, insomma.
Nei giorni scorsi, la banca centrale emiratina aveva fatto richiesta alla Federal Reserve di una swap line in dollari per fronteggiare il deflusso dei capitali conseguente alla guerra in Iran. Gli Stati Uniti si sono detti pronti ad offrire il loro sostegno. Chissà se i due episodi siano intrecciati! Non è un mistero che Washington veda da sempre l’OPEC come fumo nell’occhio, tanto da tenere da decenni nel cassetto una proposta di legge per definirla un tentativo di monopolizzazione del mercato con annesse sanzioni previste dalla normativa americana in queste situazioni.
Arabia Saudita perde influenza
A questo punto, anche la posizione del Venezuela diventa incerta. Lo stato sudamericano figura tra i fondatori dell’OPEC e dopo che nel gennaio scorso gli USA hanno catturato Nicolas Maduro e riattivato relazioni commerciali con Caracas per lo sfruttamento dei giacimento di petrolio, non è da escludere che cercheranno di convincere la presidente Delcy Rodriguez ad abbandonare il cartello. Il suo indebolimento accrescerebbe il potere di mercato delle compagnie americane e allenterebbe la dipendenza energetica dell’Occidente nel suo complesso dal Medio Oriente.
Sul piano geopolitico, l’uscita degli Emirati dall’OPEC segna un duro colpo per l’Arabia Saudita. Il regno vede ridurre la propria capacità di influenzare l’andamento del mercato petrolifero globale e, di conseguenza, la propria presa su USA e alleati. Tra l’altro, se le tensioni di questi mesi portassero persino l’Iran fuori dall’organizzazione, la situazione si farebbe molto problematica. E chissà che tra i punti di un eventuale accordo di pace, gli USA non inseriscano una simile richiesta per Teheran.
giuseppe.timpone@investireoggi.it