Perché è la Francia il grande malato d’Europa e minaccia l’esistenza dell’euro più dell’Italia

La Francia dei gilet gialli ribolle contro le riforme economiche del presidente Macron e minaccia la sopravvivenza dell'euro più di non quanto non faccia il governo giallo-verde italiano.

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La Francia dei gilet gialli ribolle contro le riforme economiche del presidente Macron e minaccia la sopravvivenza dell'euro più di non quanto non faccia il governo giallo-verde italiano.

I gilet gialli in Francia una vittoria l’hanno ottenuta: l’aver costretto il presidente Emmanuel Macron a sospendere l’aumento delle accise sul carburante dopo tre settimane di proteste vivaci e, a tratti, violente, nonché a cedere su tutta la linea con un discorso televisivo alla nazione nel quale ieri sera ha annunciato il varo di misure per venire incontro a quella che egli stesso ha riconosciuto essere una “emergenza sociale”. Le manifestazioni contro il governo e l’Eliseo non finiranno, però, perché paradossalmente proprio la capitolazione di Macron ha fatto scattare in milioni di francesi la sensazione di averlo in pugno, di poter incidere sulla politica economica nazionale, quando sembrava che il “presidente dei ricchi” fosse del tutto insensibile alle istanze delle categorie sociali e delle opposizioni.

A poche ore di distanza dal discorso a suo modo “storico”, il vice-presidente Valdis Dombrovkis ha ammesso che Bruxelles ha acceso i fari sulle misure promesse da Parigi, in quanto impatterebbero negativamente sui conti pubblici, ricordando che al governo francese fosse stato chiesto un calo del deficit strutturale dello 0,8% del pil e che il premier Edouard Philippe si fosse impegnato a tagliarlo dello 0,2%. Ora, si rischia di salire sopra il tetto massimo del 3%, con la conseguenza che la Commissione si ritroverebbe a gestire un secondo fronte sul deficit dopo quello aperto dall’Italia. Imbarazzante più che mai, visto che Roma è stata tacciata di ogni nefandezza, essendo governata da una maggioranza euro-scettica, mentre Parigi risulta in mano a convinti europeisti, i quali all’atto pratico non si discostano affatto dai “populisti” nelle loro ricette.

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La Francia non è l’Italia, peggio

Dombrovskis ha messo le mani avanti, chiarendo che “il caso della Francia è diverso da quello italiano, perché l’Italia rischia l’apertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo”.

Si ode il rumore delle unghiate sugli specchi, ma sarà difficilissimo persino per commissari votati all’assenza cronica di trasparenza e coerenza giustificare l’eventuale applicazione di due pesi e due misure tra Italia e Francia. Il ritmo con cui il debito pubblico è cresciuto nell’ultimo decennio tra i due paesi diverge alquanto, con il nostro ad avere segnato un +30% e quello transalpino di oltre il 90%. Rispetto al pil, il debito italiano ha corso sempre del 30%, quello francese di quasi il 45%.

Se l’economia italiana è gravata da storici problemi, come una burocrazia ipertrofica che tiene alta la spesa pubblica e le tasse, impedendo alle imprese di tenere testa alla concorrenza straniera e alle famiglie di godere di redditi netti sufficienti per i loro consumi, l’economia francese non solo non è da meno, ma in un certo senso costituisce l’esaltazione di tali criticità. I dipendenti pubblici in Francia sono 5,2 milioni contro i poco più di 3 dell’Italia. La spesa pubblica di Parigi si attesta sopra il 56% del pil contro il nostro 49%, con la conseguenza che la pressione fiscale della prima oltrepassa il 46% del pil, circa 3-4 punti in più della nostra.

E se il debito pubblico italiano fosse più solido di quello francese?

I numeri allarmanti della Francia

Lo scorso anno, la Francia ha speso per l’assistenza sociale qualcosa come quasi un terzo del suo pil (31,5%), ossia 715 miliardi di euro, un paio di punti percentuali in più dell’Italia, che certo non funge da benchmark per l’efficienza della spesa. Le pensioni sono la prima voce del bilancio statale con il 13,8%, seguite dalla sanità con il 9,5%. Insieme, fanno più del 23% del pil, esattamente quanto l’Italia, che dedica più alle pensioni (oltre il 16% del pil) e meno alla sanità (6,6%). In sostanza, se esiste (ed esiste) un caso Italia, ancora più grave appare quello dei nostri cugini confinanti, i quali sono costretti a versare ogni anno al loro fisco una percentuale di ricchezza ben superiore alla media OCSE per i contributi previdenziali (16,8% contro 9,3%), le imposte sulla proprietà (4,4% contro 1,9%) e le sovrattasse sul lavoro (1,55% contro 0,4%).

Il cuneo fiscale in Francia supera di quasi 12 punti percentuali la media OCSE, attestandosi al 47,6%, una percentuale superiore persino a quella dell’Italia. Ovunque si girino, i contribuenti pagano già troppe tasse, dall’IVA al 20% per la generalità di beni e servizi, alle imposte sui redditi, con aliquote fino al 45% sopra i 152.000 euro, pur temperate dal quoziente familiare, che riduce il carico fiscale a carico dei coniugi, specie con figli. Macron è stato messo in croce per avere tagliato di 3,2 miliardi di euro l’imposta sui patrimoni, passando agli occhi dei suoi citoyens come il presidente dei ricchi. Il suo obiettivo sarebbe di favorire il settore privato, abbassando le tasse a carico di famiglie e imprese, flessibilizzando il mercato del lavoro e attirando nel frattempo capitali. Bisogna ammettere che l’agenda delle riforme economiche non sia per niente stralunata, anzi punta tutt’oggi a rendere la Francia uno stato occidentale “normale”, quando così sinora non è, se è vero che oltre un francese su cinque continua a lavorare alle dipendenze della Pubblica Amministrazione e che i francesi pagano tasse come pochissimi altri contribuenti al mondo, superando persino la Danimarca.

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In quei 715 miliardi di spesa assistenziale vi sarebbe sufficiente ciccia da tagliare per abbassare le tasse. La novità di questi mesi è che probabilmente Macron finirà per fare un buco nell’acqua come due suoi illustri predecessori: i conservatori Jacques Chirac (1995-2007) e Nicolas Sarkozy (2007-2012). Entrambi si sono dovuti arrendere allo spirito “irriformabile” dei francesi, con il primo travolto subito dopo la sua prima vittoria del 1995 da un’ondata di scioperi contro la stretta sulle pensioni, che ancora oggi politici e popolazione ricordano.

Nessuno è riuscito a trasformare la Francia in un modello liberale all’inglese. Lo scorso anno, il candidato conservatore François Fillon, che ambiva a imitare le ricette thatcheriane, non solo perdeva malamente la scommessa, ma non approdava nemmeno al ballottaggio, asfaltato a destra dalla social-sovranista Marine Le Pen e colpito dallo sdegno popolare per alcuni presunti incarichi familiari “fake” a carico dello stato, che cozzavano con la linea neoliberista sbandierata in campagna elettorale.

Macron se l’è fatto sfuggire in Danimarca che “i galli sono contrari alle novità” e lo sta comprendendo sulla sua pelle. Il guaio è che si è giunti a un punto, per cui una grossa parte dei francesi si accorge di stare male, di percepire redditi insufficienti per vivere e giustamente protesta per reclamare un miglioramento delle condizioni di vita. Senonché, le misure che il governo vorrebbe attuare per rispondere a queste istanze sono proprio quelle contro cui gran parte della popolazione si scaglia, trasversalmente agli schieramenti politici. Il modello colbertiano, per cui lo stato ha un ruolo primario nell’economia, pur garantendo la libera impresa e la proprietà privata, è connaturato all’ésprit francese e figuriamoci se un antipatico presidente ex banchiere e gaffeur potrà mai scalfirlo, se prima di lui hanno fallito politici ben più popolari e di esperienza nel panorama istituzionale.

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La Francia minaccia l’euro più dell’Italia

Se tutto ciò è vero, a rischio non vi è solo il successo della presidenza Macron (chi se ne frega, diremmo cinicamente!), quanto la sopravvivenza stessa dell’euro. L’economia francese ha bisogno di crescere a ritmi prossimi al 2% per vedere scendere il tasso di disoccupazione, oggi al 9%, ma ciò non sembra possibile senza incamminarsi su quel percorso “market friendly” inaugurato lo scorso anno. Le proteste vivaci di queste settimane e l’estrema impopolarità di Macron, però, ci segnalano che l’agenda riformatrice potrebbe essere stata già riposta in un cassetto per offrire ai francesi risposte più immediate. Con quali soldi? A debito, quello che l’Eurozona non consente per il semplice fatto di essere una semplice unione monetaria senza un governo comune, lo stesso che Macron chiede alla Germania per completare la costruzione dell’euro e rendere possibile la sopravvivenza del modello sociale francese in una dimensione sovranazionale più ampia. I tedeschi hanno rinunciato al marco esattamente per la ragione opposta, ovvero con l’obiettivo di esportare il loro di modello al resto del continente, impostato su competitività, bilanci pubblici ordinati, bassa inflazione e cambi non manovrabili.

Potrà anche accadere che la Commissione continui a chiudere gli occhi dinnanzi all’aumento del deficit francese, in considerazione del peso politico determinante di Parigi nell’Eurozona e nella UE, ma non saranno loro il vero ostacolo per Macron. La Germania sta vivendo da mesi una crisi di governo, che si sta sommando adesso a un ripiegamento del pil nel terzo trimestre. Il centro-destra della cancelliera Angela Merkel è lacerato al suo interno tra quanti ritengono che Berlino abbia investito troppo capitale politico sull’Europa e quanti credono che abbia fatto bene. I primi, che più genuinamente raccolgono il consenso degli elettori, di accollarsi i rischi sovrani e bancari degli altri stati non vogliono sentire parlare e, a dire il vero, nemmeno i secondi propendono per tali soluzioni, semplicemente si mostrano più inclini al dialogo con partner come la Francia. Tuttavia, se Macron non prosegue con la sua agenda domestica riformatrice, i tedeschi di ogni inclinazione culturale erigeranno un muro di gomma al confine con la Francia, volgendo lo sguardo a nord, dove possono vantare alleati piccoli, ma più omogenei sul piano dell’approccio ai problemi economici.

Ma Macron non potrà inviare i carri armati sugli Champs Elysée per fare digerire con la forza ai francesi provvedimenti loro sgraditi. La sua presidenza è nata sul falso assunto che la nazione lo avesse premiato sull’agenda di riforme e pro-Europa, mentre accadeva semplicemente che oltre un francese su due fosse rimasto a casa e tra quanti avessero votato, i due terzi scegliessero il volto più rassicurante, temendo che la vittoria della Le Pen provocasse sconquassi politici ed economici. Svelato il bluff, non resta che prendere atto che Italia e Francia, per quanto i rispettivi governi si detestino e si insultino come ultrà di opposte tifoserie, siano un’unica realtà sul piano della minaccia all’euro. Per certi versi, Parigi costituisce un pericolo maggiore, tra debito privato più elevato e saldo negativo delle partite correnti, esibendo nel complesso fondamentali peggiori di quelli di Roma. E parliamo della seconda e terza economia dell’area. Se oggi non ci fosse per entrambe la BCE a tenere i tassi azzerati, di gilet gialli in giro ne vedremmo di più e ben più rumorosi, pure nel Bel Paese.

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