Debito pubblico italiano trattato come spazzatura, Grecia e Portogallo come Germania e Francia

Debito pubblico italiano maltrattato sui mercati, forse più di quanto meriti. Cosa c'è dietro alla sfiducia ormai patologica verso i BTp?

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Debito pubblico italiano maltrattato sui mercati, forse più di quanto meriti. Cosa c'è dietro alla sfiducia ormai patologica verso i BTp?

L’Italia ha chiuso il 2018 con un debito pubblico al 131,7% del pil, a quota 2.317 miliardi di euro. I nostri BTp restano sorvegliati speciali sul mercato, tant’è che offrono i rendimenti più alti dopo la Grecia. E l’aspetto più spaventoso della vicenda sta nell’avvicinamento proprio dei “sirtaki” bond ai nostri titoli. Lo spread a 10 anni tra i due si è ridotto a poco più di 100 punti base.

Per contro, il differenziale di rendimento tra i BTp e i Bonos sulla medesima scadenza viaggia ormai da tempo sopra i 150 bp. E che dire del fatto che i titoli di stato decennali del Portogallo rendano circa l’1,20% in meno dei nostri? La situazione si è fatta molto seria e non avrebbe molto a che vedere con il rischio percepito verso i nostri conti pubblici, i quali non possono certo dirsi simili a quelli della Grecia, né si può dimenticare che Lisbona stesse sotto la Troika (BCE, UE e FMI) fino a 5 anni fa.

I nostri BTp già valutati come titoli “spazzatura”

Eppure, siamo lo stato europeo a spendere di più per pagare gli interessi sul debito rispetto al pil: 3,6%, ai minimi storici per l’Italia, ma sempre superiore al 3,5% sborsato dalla Grecia, che possiede un debito al 183% del pil, oltre 50 punti più alto del nostro. In sostanza, spendiamo di più su un debito più basso. Com’è possibile? In realtà, l’87% del debito ellenico si ha in forma di prestiti della Troika, solo il restante 13% è composto da bond. Sui primi, Atene paga interessi inferiori a quelli di mercato, anzi nulli fino al 2022 sui prestiti erogati dall’Eurozona. Questo sta consentendo al governo Tsipras di risparmiare preziosi miliardi, potendo chiudere l’ultimo bilancio statale in leggero attivo (+0,4%).

E così, il debito pubblico costa mediamente alla Grecia solo l’1,9%, una percentuale uguale a quella della Francia e di poco superiore a quella della Germania (1,6%). Invece, all’Italia costa ben il 2,7%. Nessun altro debito in Europa e tra le altre economie avanzate nel mondo costa tanto. Si avvicinano solo Spagna e Irlanda, entrambe al 2,5%, anche se per effetto di un indebitamento molto più basso versano una percentuale di pil nettamente inferiore per pagare gli interessi.

Portogallo meglio dell’Olanda

Altro dato curioso è quello del Portogallo. La Troika lo salvò dal fallimento nel 2011 con lo stanziamento di 78 miliardi. Il paese restò sotto il suo ombrello per 3 anni e grazie al varo di riforme pro-crescita e al taglio della spesa pubblica, ha quasi subito potuto beneficiare dell’espansione del pil, riuscendo a tornare sui mercati finanziari sin dal 2014, indebitandosi a costi modesti e oggi più bassi di quelli dell’Italia. Il paradosso a cui si è arrivati è che Lisbona paghi il suo debito mediamente l’1,65%, meno dell’1,7% dell’Olanda e dell’1,9% della Francia. Anche in questo caso, però, influisce il fatto che parte dello stock passivo si ha ancora in forma di prestiti della Troika, visto che verserà l’ultima rata dei rimborsi all’Eurozona solo nel 2030. Tuttavia, se anche tutto il suo debito fosse espresso in bond, riuscirebbe a pagare meno dell’Italia, considerando che la sua curva dei rendimenti si mostra più sgonfia della nostra lungo tutte le scadenze. Diverso il caso della Grecia, che se dovesse versare gli interessi su tutto il debito ai livelli di mercato, spenderebbe una percentuale decisamente superiore a quella dell’Italia.

Debito Portogallo non più spazzatura, ecco com’è crollato lo spread con i BTp

Viene da chiedersi, a questo punto, se non sarebbe stato più “furbo” farsi salvare dalla Troika, toccare con mano l’ignominia del fallimento e, però, pagare negli anni successivi interessi sostanzialmente minori a quelli che oggi destiniamo a onorare il debito. La nostra è chiaramente una provocazione, ma che evidenzia come sui mercati i BTp siano trattati da titoli “spazzatura” immeritatamente, non avendo il Tesoro di Roma mai saltato una sola scadenza in vita sua. La Grecia tagliò il valore nominale dei suoi bond del 53,5% nel 2012, infliggendo perdite ai creditori privati per 107 miliardi e i suoi bond a tutt’ora sono giudicati con rating “non investment grade”.

Possibile mai che il mercato se ne sia dimenticato, chiedendo per un suo decennale solo l’1% in più di quanto non pretenda per un BTp?

Perché c’è tanta sfiducia nell’Italia

Va bene cospargersi il capo di ceneri, specialmente ora che siamo appena entrati in periodo di Quaresima, ma spingerci fino ad autoflagellarci, quando gli investitori appaiono quasi compiaciuti di finanziare economie come il Portogallo, fallite fino a qualche anno addietro, sarebbe troppo. Eppure, questo accade e, a meno di immaginare fantasiosi complotti internazionali di tutto il mondo contro l’Italia, qualcosa non va proprio. Cosa? I nostri conti pubblici non sono così negativi. Certo, abbiamo un debito altissimo, ma un avanzo primario all’1,7% del pil nel 2018. Il Portogallo ha fatto meglio con il +2,7%, ma il vero “spread” sta altrove: la bassa crescita. L’economia italiana non da segni di vita dall’inizio degli anni Novanta e questo inizia a spaventare chi investe, forse non tanto sul piano dell’affidabilità creditizia, quanto del sostegno popolare alle posizioni europeiste.

La nascita del governo giallo-verde nel fine maggio scorso ha confermato tutti i dubbi e i sospetti che la finanza mondiale nutre da anni verso l’Italia, cioè che gli elettori si siano stancati di sostenere governi pro-euro ed europeisti tout court, ma inconcludenti. Chiedono crescita e ricevono da decenni stagnazione e recessione. Non è una situazione apparentemente sostenibile. Se fino a pochi anni fa sembrava impensabile anche solo ipotizzare che potessimo uscire dall’euro, oggi il rischio viene scontato, ancora con probabilità molto basse, ma pur sempre superiori a quelle nulle di un tempo e delle altre economie dell’area oggi. Insomma, l’Italia viene percepita a rischio per il suo essere nell’euro senza più voglia di starci. Chi acquista i nostri BTp pretende un rendimento extra per tutelarsi contro il rischio di una ridenominazione del titolo in lire, nel caso in cui lasciassimo l’euro.

Solo così si spiega come sia possibile che gli investitori continuino a comprare Bund con rendimenti negativi fino ai 7-8 anni e con un decennale di poco sopra lo zero, quando sulle medesime scadenze i nostri bond offrono molto di più, ben +250-300 sul tratto a 10 anni.

Questo sarebbe il margine di sicurezza ambito per accollarseli, in previsione di possibili futuri scossoni politico-finanziari. E questo ci allontanerebbe ogni giorno di più anche dal resto dell’Eurozona, se è vero che ormai il Portogallo stesso sia diventato al confronto una piccola Germania del Sud Europa.

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