I rendimenti negli USA sono esplosi ai livelli più alti dagli inizi dello scorso anno, mentre Wall Street ha chiuso le negoziazioni di venerdì 15 maggio in calo, con l’indice S&P 500 a cedere l’1,24%. Anche il mercato americano inizia a innervosirsi per lo stallo nei negoziati tra amministrazione Trump e Iran. La ripresa del conflitto è più vicina che mai in queste ore e questo significa una sola cosa: lo Stretto di Hormuz rischia di restare chiuso per chissà quante settimane ancora. Petrolio e gas rincarano: Brent a 111,45 dollari e WTI a 103,41 dollari al barile mentre scriviamo.
Wall Street giù e rendimenti USA in rialzo
Questi segnali di nervosismo sono negativi in sé, perché riflettono la tensione tra gli investitori per le conseguenze sempre più palesi di questa guerra nel Golfo Persico.
I rendimenti USA a 10 anni sfiorano il 4,62% contro il 3,96% di fine febbraio. Wall Street, invece, dalla fine di febbraio guadagna il 13-14%, ragione per cui alla Casa Bianca non c’è stata fretta per chiudere la questione. Ma se i numeri della finanza americana iniziano a girare in negativo, anche l’atteggiamento del presidente Donald Trump cambierà.
Il tycoon conosce solo il linguaggio della forza, vuoi militare, vuoi dei dollari. In questi sedici mesi di secondo mandato si è distinto per un atteggiamento ironicamente ribattezzato TACO. In pratica, egli tende a rimangiarsi le dichiarazioni roboanti anche di poche ore prima per lasciare spazio alla mediazione. E’ stato così sui dazi, tra l’altro seminando una confusione in giro per il mondo che perdura a tutt’oggi, complici le sentenze di annullamento dei giudici.
Stagflazione più vicina anche per USA
In realtà, questa sua apparente dicotomia tra parole e azioni non è casuale. Scaturisce dalla reazione di Wall Street. Se la finanza americana lancia segnali di nervosismo, come con il rialzo dei rendimenti USA e il cedimento degli indici azionari, ecco che Trump indietreggia rispetto ai suoi propositi più spinti. E statene certi che sarà così anche questa volta. In quasi tre mesi di guerra e tregua con l’Iran, ha girato a vuoto attorno a una soluzione, confortato dalla buona reazione del mercato americano. In fondo, bond e azioni negli USA hanno tenuto botta.
Questo fino a l’altro ieri. L’aria sta cambiando. Più la guerra dura con Hormuz bloccato e più alto il rischio di stagflazione. L’indice dei prezzi al consumo ad aprile è salito del 3,8% dal 2,4% di febbraio. Gli investitori non scontano più alcun taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Le elezioni di metà mandato a novembre si avvicinano e presentarsi con un’altra guerra aperta e il carovita non è di aiuto al governo in carica.
Segnali di nervosismo da finanza USA
L’Europa paga ancora più duramente lo scombussolamento geopolitico per via della sua quasi totale dipendenza dagli idrocarburi. Ecco perché il boom dei rendimenti USA e la caduta di Wall Street può, paradossalmente, venirle in soccorso. Non saranno gli appelli delle cancellerie internazionali a convincere Trump a trovare una via di uscita dalla guerra con l’Iran.
Solo i numeri della finanza potranno spingerlo in tale direzione. E il Treasury a 30 anni al 5,14% è schizzato ai massimi da giugno 2007. Era al 4,63% a fine febbraio. Non solo segnala un costo di emissione per il debito americano ben maggiore, ma anche rincari per i mutui delle famiglie. La clessidra si è appena capovolta.
giuseppe.timpone@investireoggi.it