Il decreto legge n.62 del 30 aprile 2026 ha introdotto nel nostro mercato del lavoro la nozione di “salario giusto”. Il governo Meloni non ha ceduto alle sirene delle opposizioni, che da anni invocano la fissazione di un salario minimo legale di 9 euro l’ora. La contrapposizione politica sul tema è e resta forte, riflettendo due approcci molto differenti su un tema assai delicato per milioni di famiglie. Tutti i partiti sono uniti dalla consapevolezza che le retribuzioni italiane siano inadeguate al costo della vita. Lo suggeriscono tutti i dati ufficiali. Secondo l’ISTAT, tra il 2007 e il 2025 sono diminuite fino all’8% in termini reali, cioè tenuto conto dell’inflazione.
Salario giusto: come funziona
Negli ultimi anni, stiamo assistendo finalmente a un’inversione di tendenza, pur ancora insufficiente a recuperare il potere di acquisto perduto. Ci siamo riportati ai livelli del 2023, che è anche stato l’anno di picco per l’inflazione italiana. In media, le retribuzioni reali restano del 2-3% più basse rispetto al 2019, ultimo anno prima della pandemia.
Qual è la differenza tra salario giusto e minimo? Ai più può sembrare soltanto lessicale, ma non è così. Il decreto punta a contrastare il fenomeno dei “contratti pirata”, cioè firmati da sigle sindacali di comodo con il solo obiettivo di accontentare i datori di lavoro con la previsione di trattamenti economici e non inferiori a quelli di riferimento per i lavoratori coinvolti. Come funziona? I lavoratori possono chiedere al giudice l’applicazione del CCNL più affine e maggiormente rappresentativo sottoscritto per regolare i rapporti di lavoro.
Le aziende che non si adeguano a tali contratti di riferimento, perdono l’accesso agli incentivi pubblici, non possono partecipare alle gare d’appalto e sono soggetti a ispezioni.
In tribunale, poi, soccombono contro i dipendenti. Dunque, alla base del salario giusto vi è una sorta di “moral suasion” dello stato. Esso non si sostituisce al mercato, ma propende per rafforzare il ruolo delle categorie di rappresentanza maggiori. Paradossale che contraria sia proprio al CGIL, il principale sindacato dei lavoratori dipendenti e che negli ultimi anni opta per il salario minimo.
Salario minimo: aspetti controversi
Perché non quest’ultimo? Esistono svariate ragioni per dubitare sulla bontà della sua adozione. L’Italia ha una contrattazione del lavoro che tende a coprire quasi tutti i lavoratori dipendenti, contrariamente a quanto accade all’estero. Il salario minimo sminuirebbe di gran lunga il ruolo della contrattazione e dei sindacati, rimpiazzandoli con una retribuzione oraria per legge non inferiore a un dato importo e uguale per tutte le categorie. Due le principali conseguenze potenzialmente negative: l’adeguamento al ribasso dei salari e l’appiattimento tra i livelli più bassi e medio-bassi.
Il salario minimo rischia di essere considerato un riferimento, anziché un parametro al di sotto del quale non scendere. E mettetevi nei panni di un lavoratore che percepisce poco più del minimo orario legale: la sua busta paga resta invariata, di fatto “svalutandosi” rispetto a chi vi prima stava indietro.
Il salario giusto, poi, prende in considerazione anche gli aspetti non retributivi e punta a garantire condizioni lavorative migliori complessive.
Sindacati attaccati all’egualitarismo
Il tema è fortemente impregnato di ideologia. I fautori del salario minimo credono che le retribuzioni possano aumentare per legge. E’ la crescita della produttività la condizione imprescindibile per garantire buste paga più pesanti. Ed è quella che in Italia ristagna da decenni. Il sindacato ha responsabilità proprie non marginali, avendo preferito puntare sulla contrattazione centralizzata e mostrandosi riluttante ad accettare un maggiore risalto per quella aziendale o di secondo livello. La conseguenza è che i lavoratori nei settori produttivi vengono sacrificati nel nome di un egualitarismo esasperato, così come quelli alle dipendenze delle aziende più dinamiche in ciascun settore.
giuseppe.timpone@investireoggi.it