Aprile non ha portato bene alle azioni Leonardo, che dall’inizio del mese perdono il 15% contro un rialzo dell’indice FTSE MIB quasi del 4%. Ad avere inciso negativamente sull’andamento del titolo in borsa c’è stato il mancato rinnovo del mandato per il CEO ed ex ministro Roberto Cingolani. Il governo Meloni gli ha preferito Lorenzo Mariani, figura interna di spessore. Tuttavia, i mercati prediligono la continuità aziendale, specie quando i bilanci esitano risultati brillanti. E la società della difesa e dell’aerospazio ha chiuso l’esercizio 2025 con un utile netto di 1,22 miliardi di euro, ricavi per 19,5 miliardi e un portafoglio ordini salito a 46,6 miliardi, sufficiente a coprire 2 anni di produzione.
Azioni Leonardo affossate dal Patto di stabilità
Le vicissitudini sulle nomine, però, c’entrano solo in parte con il tracollo delle azioni Leonardo. Il vero problema si chiama Patto di stabilità. L’1 aprile scorso, il titolo valeva 62,64 euro al termine della seduta a Piazza Affari. Scendeva attorno ai 53 euro l’altro ieri. Nel frattempo, il governo ha reso noto e l’Eurostat certificato nei giorni scorsi che l’Italia nel 2025 ha registrato un deficit al 3,1% del Pil. Sperava di chiudere al 3% o appena sotto il livello massimo di disavanzo consentito dalle regole comunitarie.
Se l’Italia fosse riuscita ad uscire dalla procedura d’infrazione con un anno di anticipo, avrebbe potuto accedere al fondo SAFE (Security Action for Europe). Esso è stato varato nel corso del 2025 per sostenere l’impegno degli stati dell’UE nel potenziare le rispettive spese militari. Dispone di 150 miliardi di dotazione e vi possono accedere gli stati con conti pubblici in ordini per progetti transnazionali.
In teoria, un singolo stato potrebbe ottenere fino all’intera somma.
Conti pubblici italiani limitano le spese militari
Cosa succede con l’Italia ancora sopra il 3% di deficit? Il Patto di stabilità rimane formalmente violato e il fondo SAFE diventa per noi inaccessibile, così come per la gran parte degli altri partner europei, Francia inclusa. Ciò limiterà fortemente la capacità del nostro governo di aumentare il budget destinato alla difesa, tenuto conto che con propri fondi metterebbe a repentaglio i conti pubblici nazionali già stressati da un debito al 137% del Pil. Per Leonardo significa minori appalti, ossia ordini futuri inferiori alle previsioni già scontate dai prezzi delle sue azioni.
Per questa ragione il governo italiano ha chiesto la sospensione del Patto di stabilità, data la congiuntura geopolitica ed economica internazionale. Bruxelles ha risposto che non ci sarebbero le condizioni, perché una simile decisione potrebbe essere adottata solamente a fronte di una recessione dell’economia. Gli ultimi dati macro segnalano che questa probabilità può verificarsi nei prossimi trimestri. Fino ad allora, tuttavia, difficile che l’UE allenti le regole fiscali.
Mercati già in sofferenza con guerra in Iran
Più in generale, il contesto di mercato appare più proibitivo rispetto ai mesi scorsi per un aumento delle spese militari in deficit.
La guerra in Iran sta innescando una spirale inflazionistica, che si ripercuote già sui rendimenti sovrani. Emettere debito costa più di prima e gli investitori stanno diventando più selettivi nello scegliere quali governi finanziare o meno (vedi spread). I governi dovranno o limitare gli aumenti delle spese militari in deficit per non scatenare una crisi fiscale o trovare le dovute coperture finanziarie. Un’ipotesi, la seconda, politicamente poco praticabile per l’avversione diffusa e trasversale nelle opinioni pubbliche.
giuseppe.timpone@investireoggi.it