Ammonta a 450 milioni di euro la distanza che separa l’Italia dall’UE (Unione Europea) per rispettare il rientro sul deficit con un anno di anticipo nei termini posti dal Patto di stabilità. Il nostro bilancio statale ha chiuso l’esercizio 2025 con un disavanzo al 3,07% e statisticamente sarebbe bastato che fosse sceso ancora al 3,0499% per ottemperare alle regole fiscali. Una differenza per l’appunto di 450 milioni su un Pil stimato per l’intero anno a 2.258,049 miliardi. Chiunque abbia studiato statistica, sa che stiamo parlando di cifre sulle quali nel mondo reale non avrebbe granché senso mettersi a spaccare il capello. Può capitare benissimo che tra alcuni mesi l’Istat riveda le stime al rialzo sul Pil, colmando il gap.
Patto di stabilità, UE come sempre alla cieca
Eppure, l’UE sta lacerandosi in uno dei suoi momenti peggiori sulla solita storia: il Patto di stabilità. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha confermato ieri che la sua sospensione non è “per il momento” in discussione. Posizione anticipata nei giorni scorsi dal vice Valdis Dombrovkis, secondo cui prima occorre che si verifichi “una recessione”. La differenza tra ottemperare o meno alle regole fiscali non è marginale per gli stati comunitari. I virtuosi possono accedere al fondo SAFE per la sicurezza da 150 miliardi di euro, gli altri no.
Il punto è che siamo di fatto in guerra, la seconda in 4 anni. Contro chi? Il resto del mondo che sta giocando a risiko per ritagliarsi un ruolo nel nuovo ordine mondiale in via di riscrittura. E cosa fa l’UE, anziché capire come muoversi per non restare tagliata dalla storia? Si azzuffa al suo interno per un piatto di lenticchie.
E non è più la solita tiritera tra “virtuosi” e “spendaccioni”. Come abbiamo avuto modo di vedere, le cifre di cui sopra segnalano che lo spartiacque sia questione di lana caprina.
Assenza di pragmatismo anche in piena crisi energetica
C’è tempo fino a fine aprile per l’Italia per capire se potrà accedere al fondo SAFE con un ricalcolo Eurostat del suo deficit al 3% del Pil. In teoria, basterebbe la riclassificazione di qualche voce di spesa, come nel caso dei crediti fiscali legati ai bonus edilizi. Ma già il fatto che alcune delle economie più ricche della Terra si mettano a discutere davanti al notaio sullo 0,02% del Pil la dice fin troppo lunga sulla natura psichiatrica di questa UE. Patto di stabilità e non solo. In materia di energia stiamo accusando il contraccolpo della chiusura di Hormuz e da qui a poche settimane rischiamo di dover praticare un lockdown energetico con tanto di messa dei voli aerei a terra.
Ebbene, in una contingenza del genere accade che l’UE replichi stizzita all’amministrazione Trump per avere sospeso l’embargo sul petrolio russo, che in prima battuta avvantaggia proprio noi e ci consentirebbe di importare energia senza grosse preoccupazioni di prezzo e quantità nel breve termine. C’è senza dubbio il tema dell’umiliazione politica nell’accettare l’aiuto della Russia di Vladimir Putin. Ma se l’alternativa fosse lo sprofondamento della nostra economia, per caso ne usciremmo più forti e grintosi verso Mosca?
Riarmo impossibile con logiche burocratiche
Il Patto di stabilità è solo la cartina al tornasole di come (non) funzionino le cose nell’UE: regole al di sopra di ogni pragmatismo. E non perché l’area rivendichi giustamente la necessità di mostrarsi accorta nella gestione delle risorse statali.
Il problema è un altro, cioè il prevalere di un approccio burocratico e al contempo frutto della continua diffidenza reciproca, salvo venire travolti tutti insieme appassionatamente da una crisi dopo l’altra. Per caso l’Italia sia più o meno cicala a seconda che il deficit a fine 2025 sia stato del 3,07% o del 3,0499%? Possono 450 milioni fare la differenza per un Paese che deve riarmarsi per ottemperare ad un’altra richiesta NATO, questa volta di segno opposto alle regole fiscali comunitarie? Il rischio è di sparire definitivamente dai libri di storia e di entrare in quello delle barzellette.
giuseppe.timpone@investireoggi.it