In Italia il trasferimento della ricchezza c’è, soltanto che opera secondo meccanismi tutti propri. Ed è così che, attingendo ai dati Istat e del Ministero dell’economia, scopriamo un po’ l’acqua calda. Ad ogni modo, fa sempre impressione constatare che tra il 2001 e il 2024 il rapporto tra i redditi da lavoro dipendente e titolari di pensioni sia passato dal 61% al 92%. Un trend ben preciso, che svela i veri vincitori e gli sconfitti di questi decenni. Malgrado le lamentele da bar, i pensionati hanno tenuto botta. Al contrario, sono stati i lavoratori ad averci rimesso. In effetti, i primi riescono a percepire oggi quasi quanto i secondi, mentre agli inizi del millennio stavano ben sotto i due terzi dei loro redditi.
Lavoro giù, pensioni su
Nello specifico, è accaduto che i redditi reali dei lavoratori dipendenti siano scesi del 9,2%. Significa che, al netto dell’inflazione, chi lavora alle dipendenze altrui oggi in media guadagna oltre il 9% in meno rispetto al 2001. Al contrario, le pensioni medie hanno registrato incrementi del 37% sopra l’inflazione. Merito sia del meccanismo di indicizzazione degli assegni, sia anche del ricambio generazionale: i nuovi pensionati hanno percepito nel tempo assegni più alti dei predecessori.
Se la sono cavata abbastanza bene anche i lavoratori autonomi, che hanno segnato un incremento reale del 67%. C’è da dire che, nel loro caso, avranno influito le dichiarazioni più fedeli rispetto al passato. La lotta all’evasione fiscale è diventata più temuta, anche per effetto dell’uso delle tecnologie, dei pagamenti digitali e della fattura elettronica. Sta di fatto che il trasferimento di ricchezza di questi decenni dal lavoro alle pensioni non depone a favore della crescita economica, né dei conti pubblici.
Crescita stagnante e conti Inps in rosso
Un’economia in cui chi lavora e produce resta indietro rispetto a chi si trova ormai fuori dal mercato del lavoro, è destinata a ristagnare. Guarda caso, quanto accaduto all’Italia. Tra il 2001 e il 2024, cioè nel periodo considerato, il nostro Pil è cresciuto di pochissimo. Addirittura, dopo il 2007 abbiamo dovuto attendere fino al 2024 per recuperare i livelli di ricchezza perduti con la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09, quella successiva legata al debito sovrano (2011-’14) e alla pandemia (2020).
Causa anche la demografia sfavorevole, il rapporto tra lavoratori e pensionati in Italia è sceso a 1,4. Nel 2001, era sopra 2. Numeri, che raccontano non solo di un trasferimento di ricchezza dal mondo del lavoro alle pensioni, ma anche di un crescente squilibrio previdenziale a carico dei conti dello stato. Poiché gli assegni ai pensionati devono essere in ogni caso pagati, la bassa crescita delle retribuzioni (negativa nel lungo periodo, in termini reali) e l’altrettanto bassa occupazione generano pressioni sui contribuenti. In parole povere, siamo costretti a pagare tasse sempre più alte non per migliorare i servizi pubblici, bensì semplicemente per mantenere il welfare che già abbiamo.
Scarsa innovazione, competitività affidata ai bassi salari
Negli ultimi anni, i rinnovi dei contratti stanno portando ad una crescita degli stipendi superiore all’inflazione. Presto per parlare di possibile inversione di tendenza, dato che resta da recuperare la forte perdita accusata dopo la pandemia. Nel frattempo, le pensioni hanno continuato a beneficiare dell’indicizzazione all’inflazione, che nessuno vuole mettere in discussione. Più che altro, va posto l’accento sul fatto che l’attenzione sul mercato del lavoro sia stata scarsa in questi decenni. Le pessime condizioni sono state e restano lo specchio di un’economia che non cresce e che affida la sua competitività sui mercati internazionali proprio ai bassi salari.
Questo è il vero problema di cui nessuno ha il coraggio di parlare con parole chiare. Il lavoro in Italia subisce la concorrenza delle economie emergenti, perché la nostra struttura produttiva di dimensioni mediamente piccole ha dovuto puntare sul basso costo del lavoro per reggere sui mercati esteri. L’innovazione scarseggia e ciò tiene la crescita economica con il freno a mano tirato. A sua volta, la bassa crescita riduce le risorse a disposizione dello stato da un lato e condanna il settore privato ad un mercato domestico asfittico. Consumi e investimenti al palo non fanno che contribuire a perpetuare questa dinamica viziosa. Il Pnrr sarebbe dovuto essere la svolta, ma i fatti dimostrano altro.
giuseppe.timpone@investireoggi.it