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Oggi: 28 Lug, 2026

L’Iran può vincere la battaglia e perdere la guerra su Hormuz

L'Iran fa leva sullo Stretto di Hormuz per cercare di non perdere la guerra con gli Stati Uniti, ma sta tirando la corda fino a spezzarla.
28 Luglio 2026
Stretto di Hormuz e la sconfitta dell'Iran
Stretto di Hormuz e la sconfitta dell'Iran © Investireoggi.it

Le quotazioni del petrolio sono collassate ieri a seguito della de-escalation tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi americani sono stati sospesi, probabilmente per il timore che le munizioni non basterebbero a tirare per le lunghe un confronto militare con la repubblica dei pasdaran. Lo Stretto di Hormuz resta quasi del tutto chiuso al traffico navale con oltre un centinaio di transiti al giorno in meno rispetto al periodo pre-bellico (-75%). E questa è stata e continua ad essere la leva più grande nelle mani del regime islamista. Il presidente americano Donald Trump lo ha scoperto quasi subito a sue spese.

Pensava che avrebbe travolto il nemico grazie all’indiscussa supremazia militare, mentre si è ritrovato alla mercé delle sue richieste sempre più insostenibili, forte della capacità di mandare in malora l’economia mondiale per effetto del blocco marittimo.

Stretto di Hormuz arma di ricatto iraniana

Ma l’Iran rischia dal suo punto di vista di vincere la battaglia e di perdere la guerra sullo Stretto di Hormuz. Finora il tempo sta giocando a suo favore. Rispetto alle democrazie, che hanno l’esigenza di dare conto ai cittadini giorno dopo giorno, Teheran può permettersi di reprimere ogni dissenso con il sangue e attendere nel frattempo che il nemico ceda per sfinimento economico. Petrolio e gas troppo cari provocano una crisi globale e minacciano la tenuta dei governi.

Alternative terrestri nel Golfo Persico

Ma questa crisi geopolitica, la più grave dal 1979 nell’area del Golfo Persico, sta spingendo i rivali dell’Iran a cercare soluzioni alternative alla dipendenza verso lo Stretto di Hormuz.

L’Arabia Saudita ha patito solo parzialmente il blocco navale, grazie alla pipeline Est-Ovest. Trattasi di un oleodotto terrestre con capacità massima di 7 milioni di barili al giorno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno preso appunti ed entro la fine del 2027 puntano a costruire un oleodotto da 1,2 milioni di barili al giorno verso Fujairah nell’Oceano Indiano. Nel frattempo si sta attrezzando persino l’Iraq, che dell’Iran è alleato, con la possibile costruzione di oleodotti verso Turchia, Siria e Giordania con una capacità massima complessiva fino a 2 milioni di barili al giorno.

Considerato che dallo Stretto di Hormuz transitano regolarmente circa 20 milioni di barili al giorno, di fatto gran parte delle estrazioni riuscirebbero ad affluire ugualmente presso i porti delle economie importatrici anche in uno scenario geopolitico avverso. In sostanza, l’Iran rischia di trovarsi priva del suo storico potere di ricatto nell’area e ciò lo indebolirebbero anche nei confronti di Washington. Verrebbe da chiedersi perché i suoi nemici nell’area come i sauditi e gli emiratini non ci abbiano pensato prima. Un errore imperdonabile l’avere investito fior di miliardi per costruire opere architettoniche mastodontiche, spesso prive di utilità pratica immediata, salvo poi dovere dipendere dai capricci di uno stato in etero conflitto con i suoi vicini.

La stessa idea di imporre un pedaggio sui carichi delle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz accresce l’incentivo a ricorrere alle alternative di trasporto terrestri. Teheran crede di avere ancora un asso nella manica: i ribelli Houthi nello Yemen, che controllano lo Stretto di Bab el-Mandeb sul Mar Rosso. I loro attacchi colpirebbero finanche oleodotti come quello saudita, tenendo alto il rischio geopolitico anche futuro. Tuttavia, gli Houthi non sono agli ordini degli iraniani e il loro atteggiamento futuro dipenderà dall’evoluzione del conflitto parallelo con Riad sul controllo dello Yemen.

E non tutte le infrastrutture terrestri sarebbero da loro raggiungibili.

Regime in Iran verso sconfitta?

I pasdaran, l’ala militare del regime e la parte più fanatica di esso, avrebbero già tirato eccessivamente la corda contro un’America apparentemente disposta con l’accordo di pace a giugno di offrire loro più concessioni di quanto fossero anche solo immaginabili fino a poche settimane prima. C’è sfiducia, adesso, tra gli stati del Golfo circa l’affidabilità di un apparato istituzionale dai toni eternamente aggressivi e incapace di giungere a un accordo con gli Stati Uniti reciprocamente accettabile. Per questo faranno di tutto per allentare la dipendenza dallo Stretto di Hormuz per minimizzare il rischio in qualsiasi scenario avverso. Gli iraniani si starebbero scavando la fossa da soli.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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