In queste settimane di forti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con l’Iran che sta attaccando tramite droni e missili tutti i suoi vicini nel Golfo Persico per reagire ai raid di USA e Israele, lo Stretto di Hormuz è rimasto bloccato al transito delle navi e ciò sta impedendo il trasporto di 20 milioni di barili di petrolio via mare. Per fortuna che esiste una pipeline terrestre in Arabia Saudita, la cui costruzione risale agli anni Ottanta e fu dovuta proprio all’esigenza del regno di sottrarsi alle tensioni dell’allora guerra tra Iran e Iraq. Lunga 1.200 km, parte da Abqaiq e arriva al porto di Yanbu nel Mar Rosso.
Pipeline in Arabia Saudita verso capacità massima
Questa pipeline dispone di una capacità massima di 7 milioni di barili al giorno, ma 2 milioni servono per alimentare il fabbisogno energetico domestico. Ad oggi, quindi, la sua capacità per le esportazioni è di 5 milioni di barili al giorno. A febbraio, prima che iniziasse il conflitto di USA e Israele contro Iran, l’Arabia Saudita esportava 7,1 milioni di barili ogni giorno. Nei 5 giorni al martedì scorso, la media esportata tramite questa conduttura è salita a 4,4 milioni di barili. E Riad punta ad arrivare a 5 milioni. Non riuscirebbe ugualmente a compensare il calo, con 56 milioni di barili ancora galleggianti sulle navi in sosta nel Golfo. Tuttavia, lo scenario sembra meno disastroso di quanto paventato inizialmente.
Anche perché, se è vero che le esportazioni di petrolio saudite siano scese del 40-50%, d’altra parte le quotazioni internazionali sono aumentate del 50% con la guerra. Sul piano strettamente finanziario, il regno non dovrebbe accusare un grosso colpo nell’immediato.
Teme, semmai, che l’economia mondiale possa ripiegare a causa del caro energia e per questo non può vedere di buon occhio al blocco di Hormuz. E per quanto la sua pipeline stia attutendo il colpo, non si rivela sufficiente a compensare l’intera perdita in volumi.
Infrastruttura insufficiente a compensare calo delle esportazioni
Da questi dati emergerebbe una carenza di petrolio dal Golfo nell’ordine dei 15 milioni di barili al giorno, quasi un sesto dell’offerta globale. Ci vorrebbero tre pipeline di queste dimensioni per neutralizzare l’Iran. La domanda di questi giorni è: perché il principe Mohammed bin Salman non ci ha pensato prima? Dal 2016 con la sua “Vision 2030” punta a sostenere gli investimenti pubblici per diversificare l’economia e allentarne la dipendenza dal petrolio. Centinaia di miliardi di dollari sono stati stanziati tra l’altro per la costruzione di una città futuristica in pieno deserto e chiamata Neom.
Non sarebbe stato opportuno prevedere anche investimenti per ridurre il rischio geopolitico ricadente sul settore economico trainante? La costruzione della pipeline attuale negli anni Ottanta costò all’Arabia Saudita sui 2,5 miliardi di dollari. Varrebbero quanto 8,5 miliardi di oggi. Il suo potenziamento costerebbe verosimilmente decine di miliardi e non sarebbe immediato, richiedendo anni di tempo. Perlomeno, però, l’infrastruttura priverebbe Teheran di un potere di ricatto che sta tenendo sotto scacco l’intero pianeta.
Minacce anche dai ribelli Houthi
La questione è più complessa di così. L’Iran ha attaccato anche le infrastrutture energetiche saudite, segnalando al regno di poter essere in grado di colpirlo ovunque. L’altra questione aperta riguarda i ribelli Houthi nello Yemen, vicini e finanziati dallo stesso Iran, ma indipendenti nella loro lotta contro i vicini sauditi. Essi hanno bloccato a tratti il Mar Rosso negli anni passati, pur muniti di armi molto semplici come i fucili. La pipeline non sarebbe del tutto sottratta a loro eventuali attacchi. Ecco perché, forse, Riad non aveva puntato eccessivamente su questa alternativa via terra. Rischierebbe di essere colpita ugualmente dai suoi nemici.
Quando questa guerra sarà cessata, il mondo intero si porrà il problema di come arginare in futuro un rischio di questo tipo. E indipendentemente che a Teheran resti in piedi il regime dei pasdaran o meno. Uno stretto così strategico per i commerci marittimi non può restare in balia dei ricatti di un governo. La soluzione sarebbe di puntare su infrastrutture alternative, come la pipeline in Arabia Saudita da potenziare per permettere all’intero Golfo di esportare all’occorrenza. E chissà che Riad non chieda agli alleati nell’area di condividere i costi, più che accettabili in cambio di una neutralizzazione delle minacce iraniane.
giuseppe.timpone@investireoggi.it