Tra poco più di un anno arriverà a scadenza un titolo di stato particolare e che tante soddisfazioni ha offerto a chi lo acquistò all’emissione e negli anni immediatamente successivi. E’ un BTp No CACs, cioè sbarcato sul mercato non esistevano ancora le clausole che oggi regolano i rapporti tra stato e creditori nei casi di ristrutturazione del debito. Un evento per fortuna più teorico che pratico, ma che tante inquietudini ha suscitato nel tempo. Facciamo riferimento al bond 1 novembre 2027 con cedola 6,50% (ISIN: IT0001174611), la cui emissione risale all’1 novembre del 1997 e avvenne in lire italiane. Non sapevamo al tempo neppure se avremmo fatto parte dell’Eurozona.
BTp No CACs con alta cedola: bilancio dall’emissione
La durata iniziale fu, quindi, di 30 anni. Oggi, è un bond di appena 15 mesi, giunto sostanzialmente nella parte finale della sua esistenza. Chi lo acquistasse oggi, dovrebbe spendere intorno a 104,50: 1.045 euro per ogni 1.000 euro di capitale nominale. Un prezzo altissimo, data la durata residua molto bassa dell’investimento, che si spiega tramite l’alta cedola staccata di 56,88 euro annui. Il prezzo di emissione fu sostanzialmente attorno alla pari: 100,15. Chi tiene questo titolo in portafoglio da allora, ha incassato ad oggi cedole nette effettive per il 163% del capitale e può maturare grazie alla rivendita una plusvalenza netta di quasi il 4%. Tenuto conto dell’inflazione cumulata nel frattempo sopra il 70%, il rendimento reale complessivo dell’operazione sfiorerebbe sempre il 100%.
Ma questo bond salì ad una quotazione sopra 161 nel marzo del 2015, quando l’allora governatore della BCE, Mario Draghi, iniziò ad implementare il Quantitative Easing. Considerate cedole e inflazione fino a quel momento, l’investitore maturò un rendimento netto reale effettivo sopra il 110%.
Più di oggi e con 11 anni e mezzo di anticipo. Il suo rendimento attuale alla scadenza, invece, giace sotto il 3% lordo, com’è normale che sia per un investimento così corto.
Cosa sono le CACs
Dicevamo, BTp No CACs. Possiamo parlare senza eccessi di ultimo baluardo del risparmio italiano in tutti i sensi: alta cedola, rendimento reale estremamente positivo e zero clausole d’impiccio per l’obbligazionista. Cosa sono le CACs? Clausole di Azione Collettiva, entrate in vigore nel 2013 per regolamentazione dell’Unione Europea. Fino alla fine del 2021 riguardavano almeno il 55% dei titoli di stato emessi con durata superiore ai 12 mesi, mentre dal 2022 riguardano tutte le emissioni a medio-lungo termine. In poche parole, lo stato avverte il creditore che potrà rinegoziare il titolo tagliandone il valore nominale (“haircut”), la cedola, allungandone la scadenza (“rollover”) e anche convertendone la divisa di denominazione.
Emissione avvenne in clima teso
Attenzione: le CACs non implicano in sé alcun rischio maggiore rispetto ai titoli di stato che ne sono sprovvisti. Anzi, vuole essere un modo per fissare nero su bianco garanzie a favore dei creditori. In fondo, se è default, è default, clausole o meno. Tuttavia, il tempo in cui neppure ci si poneva il problema, sembra quasi un passato remoto per l’investitore di oggi. Anche se va detto che quando venne emesso questo BTp No CACs – siamo a fine ’97 – in Italia il dibattito sulla sostenibilità del debito pubblico era all’ordine del giorno e infuocatissimo. Serpeggiava persino il timore che, se la nostra adesione all’euro non fosse stata accettata, i mercati ci avrebbero punito al punto da costringerci a rinegoziare il debito.
giuseppe.timpone@investireoggi.it



